Nunzio. Il ritorno senza concessioni di Scimone e Sframeli

Scimone e Sframeli in Nunzio

Scimone e Sframeli in Nunzio (photo: Andrea Coclite)

Un piccolo grande evento a Le vie dei Festival: il ritorno di “Nunzio”, testo che inaugurò la fama della Compagnia Scimone Sframeli nel ’94. Piccolo perché racchiuso in una sola data, un flash, come un ricordo veloce.

Due personaggi si incontrano nell’appartamento in cui uno dei due vive, stanziale, mentre l’altro capita più o meno di rado, nelle soste dei suoi misteriosi viaggi di lavoro, apparentemente ben poco raccomandabili.
Il primo è evidentemente ammalato di una qualche malattia respiratoria, probabilmente grave. L’altro se ne prende cura nei brevi momenti in cui è presente, ma senza un’eccessiva convinzione, o comunque senza la speranza di salvarlo.

Oltre a questo sappiamo alcune altre cose. Ci troviamo in Sicilia, l’amico che torna dal viaggio, Pino, riceve pagamenti e qualche minaccia per lettere infilate sotto la porta d’ingresso. Ha un’amante, una donna sposata.
L’altro, Nunzio, ingoia di continuo pillole per sedare l’inquietante tosse che si è preso sul lavoro, fornitegli proprio dal suo “principale”, che tanto gli vuole bene, ma che non compare mai in scena.

L’appartamento popolare, scena unica del dramma, si presenta spartano (anche se un po’ troppo dilatato a colmare il largo boccascena del Teatro Vascello): un tavolo da cucina, un frigorifero, un acquaio, una cucina a gas, il tutto non abbastanza vecchio né abba-stanza nuovo per essere bello, ma ottimamente caratterizzato – inappuntabili sono tutte le scelte scenografiche e di costumi, chiara e precisa l’illuminazione.

Spiro Scimone e Francesco Sframeli, diretti da Carlo Cecchi, possiedono lo spazio scenico con azioni caratterizzate agli antipodi: curvo su sé stesso Nunzio (Sframeli), in una china d’abbandono del sé e forse della vita non del tutto inconscia, lento e quasi irrigidi-to dagli accessi di tosse, improvvisamente e temporaneamente ringalluzzito dalla ma-schera di una giacca nuova e un paio di occhiali da sole, dall’illusione di una passeggiata sui vialoni delle prostitute.
Scattante e quasi aggressivo Pino (Scimone), magro, senza timore apparente, risolutivo e a tratti asciuttamente paterno, attirato ma non attratto dalla sua vita fuori di lì, lusso che Nunzio non ha, ma perdente, rinunciatario anche lui.

E poi, le parole.
Una domanda tra le più adatte a comparire come presentazione di un qualunque testo drammatico degli ultimi cent’anni potrebbe essere: la lotta più evidente è quella per dire, o quella per nascondere?

Per “Nunzio” la risposta sembrerebbe essere: per dire. Non c’è la compiaciuta arroganza del segreto autoriale, lentamente e avaramente concesso, pezzo per pezzo. Dell’antefatto si costruiscono percorsi con grande naturalezza, senza artifici di scrittura, senza indulgere nella scorciatoia della sospensione. Ma le parole qui nascondono anche molto, nuovamente con semplicità. O, come nella migliore tradizione della drammatur-gia contemporanea “si” nascondono.

Sotto la preparazione di una ricetta di pastasciutta è la più esplicita dichiarazione d’amore dei due personaggi, la richiesta d’aiuto e assistenza, e la carezza consolatoria.
“Nunzio” rinuncia all’interesse per un intrico di cose potenzialmente esplicative (i fatti) e lo sostituisce con una sparpagliata rete di azioni e parole comuni, premuta però da sotto, e quasi scossa dall’urgenza di emergere dell’ansia, della frustrazione e del male, che i personaggi stessi sembrano ignorare, o sogguardare con un’alzata di spalle siciliana.

Così che, a vent’anni dalla sua prima rappresentazione, lo spettacolo scorre con la facilità di una piaga ben nota al suo portatore, e le due vite, ciascuna a suo modo, prive di speranze realmente incise nel cuore, proseguono sostanzialmente impermeabili agli accidenti e alle piccole e grandi novità, dal cui prosieguo, ancor meno che dall’antefatto, c’è poco da aspettarsi.

NUNZIO
di Spiro Scimone
regia: Carlo Cecchi
con: Francesco Sframeli e Spiro Scimone
scene: Sergio Tramonti
produzione: Compagnia Scimone Sframeli

durata: 1h 10′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Teatro Vascello, il 30 ottobre 2013

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