Nuovo Welfare Cultura. Franceschini esulta, i lavoratori dello spettacolo meno

Bauli in piazza
Bauli in piazza

Giovedì scorso, 20 maggio, il governo ha approvato il nuovo decreto d’urgenza a sostegno della ripartenza, il “Decreto sostegni bis”, che tra i vari provvedimenti prevede anche “un pacchetto di misure significative per assicurare adeguate tutele assistenziali e previdenziali ai lavoratori dello spettacolo e correggere le numerose storture emerse negli ultimi due decenni e divenute non più sostenibili dopo la pandemia”.

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha annunciato il “Nuovo Welfare” con toni trionfalistici, definendola “una giornata storica per il settore dello spettacolo”.
Se i primi commenti a caldo lasciavano intendere una certa soddisfazione – come quello del movimento Bauli in Piazza, che nella sua pagina Facebook ha postato “un piccolo ma importante passo… un inizio, un risultato che i movimenti e le associazioni delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo e degli eventi aspettavano da tempo, e nell’ultimo anno hanno voluto con forza” – nel giro di qualche ora, andando a vedere nel dettaglio le misure inserite, i toni dei lavoratori dello spettacolo sono diventati tutt’altro che trionfalistici.

“Una giornata storica… per la ‘sòla’ che ci avete rifilato!”, ha commentato qualcuno sulla pagina del Ministero della Cultura. Tra i vari commenti nei social si leggeva poi: “Ancora una volta il governo sembra non avere la minima idea di quello che è il sistema del lavoro nel settore spettacolo”, e che “non si trattava di ridurre i giorni ma di cambiare il sistema”.

La rete Professionisti Spettacolo e Cultura – Emergenza Continua proprio non ci sta: “Il Welfare cultura è una presa in giro!… Il governo ha prodotto una “riforma del welfare dello spettacolo” debole, snaturando e indebolendo le già non sufficienti proposte di riforma. Il Governo ha deciso di andare in direzione contraria alle richieste avanzate da lavoratrici e lavoratori in quest’anno e mezzo”, e propone subito un’assemblea nazionale per mercoledì 26 maggio sulla piattaforma Zoom.

E’ più misurata invece la reazione di C.Re.S.Co: “Questi mesi di interlocuzioni e di lotte hanno stimolato il Governo all’assunzione di un primo provvedimento per la riforma del settore del welfare dello Spettacolo dal Vivo. Il superamento della distinzione netta tra lavoro subordinato e autonomo in seno all’istituto del sussidio di disoccupazione è un importante passo avanti, così come l’abbassamento dei minimi per il raggiungimento dell’anno pensionistico e di tutele quali maternità e malattia. Tuttavia C.Re.S.Co rimarca vivamente come il cuore di una riforma del welfare per il settore dello Spettacolo dal vivo non possa prescindere dalla definizione di uno statuto speciale del lavoratore dello spettacolo e dall’istituzione di un provvedimento strategico come quello del reddito di continuità che parta dall’assunzione dell’atipicità e della discontinuità delle forme di lavoro specifiche del settore, e che consenta di prendere piena consapevolezza della peculiarità del lavoro degli artisti, dei tecnici e delle nuove figure ibride del settore dello spettacolo dal vivo. È, dunque, urgente e non procrastinabile lavorare a una riforma strutturale e organica e non a singoli provvedimenti spot che rischiano di essere inefficaci alla luce delle emergenze e delle condizioni di indigenza sempre più diffusa tra questi lavoratori”.

Marco Cacciola in scena al Castello Pasquini

Marco Cacciola in scena al Castello Pasquini

Noi abbiamo raggiunto al telefono Marco Cacciola, attivista di Coordinamento Spettacolo della Lombardia, di Attrici e Attori Uniti e membro di SLC CGIL Spettacolo, in prima linea nell’occupazione del Piccolo Teatro di Milano nello scorso mese. Cacciola è un attore e un regista, che vive sulla propria pelle la natura atipica e peculiare del lavoro nello spettacolo, che il governo continua a lasciarsi scivolare tra le mani.

Marco, anche per voi questa è una giornata storica?
No, non è una giornata storica; non lo è perché queste misure sono insufficienti. Parlo naturalmente a livello personale, perché la materia è ancora fresca, e non abbiamo avuto ancora modo di confrontarci in maniera approfondita, ma ci si aspettava un po’ più di coraggio, e queste misure rispondono ancora una volta a una visione miope, ristretta sul nostro settore.

Qualcuno potrebbe obiettare che non vi accontentate mai. Cosa risponderebbe?
Lo so che ci diranno che questo è un primo passo, un inizio… ma invece non lo è; lo potrebbe diventare se si cambiasse il principio, e quindi la visione. Lo so che inserire queste misure all’interno di uno strumento come il “Decreto sostegno bis”, che è un intervento emergenziale, è già un risultato per alcuni, perché vuol dire farle passare subito – mentre la legge delega ha tempi più lunghi – ma vuol dire anche, e non tutti i lavoratori lo sanno, che probabilmente sono state inserite solo quelle riforme che potevano già avere una copertura economica, e una riforma a basso costo non è una riforma. Con questi provvedimenti poi non stanno sostenendo, come dicono, la natura discontinua del nostro lavoro; cercano invece di portarci tutti verso un lavoro autonomo, e questo significa che non si vuole migliorare davvero il settore né da un punto di vista economico né culturale, perché noi siamo lavoratori subordinati. Ancora una volta il governo sembra non aver capito la natura del nostro mestiere.

Eppure il Ministro Franceschini dice che queste “sono norme fortemente attese, frutto di un attento lavoro di ascolto delle categorie, che recepiscono molte delle misure già in discussione in Parlamento, i risultati dell’indagine conoscitiva della Camera e le proposte presentate dai sindacati, dalle diverse associazioni e che hanno visto impegnato un apposito gruppo tecnico di lavoro”.
E’ una propaganda che sentiamo ormai da più dieci anni, anche quando è uscito il cosiddetto decreto Franceschini del 2014, e poi quando è uscito il codice dello spettacolo, ovvero la legge 175 del 2017. Ogni volta c’è stato un anno di audizioni, e poi nei documenti non c’era una parola degli auditi. E’ troppo facile dire ascolto tutti, e poi dire “siccome siete tanti e frammentati allora faccio da solo”. Uno strumento che si basa solo su quante giornate hai lavorato per determinare un sostegno non tiene conto della natura discontinua del nostro mestiere. Discontinua perché noi non lavoriamo non perché manca il lavoro, ma perché larga parte del nostro lavoro non è considerato, come per esempio il lavoro di progettazione del regista, del light-designer, o del musicista, o dell’attore che deve studiare la parte; non tiene in considerazione il tempo dedicato alla formazione, allo studio, alla pratica da cui per esempio un musicista, una danzatrice, un danzatore non possono prescindere, e a mio avviso anche l’attore. Tutto questo non viene considerato.
Una delle proposte che avevamo fatto era quella di stabilire un coefficiente di maggiorazione che andava a riconoscere proprio questa parte di lavoro. Oppure poteva essere un moltiplicatore, per alcuni casi specifici; nel “Nuovo Welfare” è stato inserito per esempio solo per gli attori del cinema [per gli attori cinematografici e audiovisivi – che svolgono prestazioni caratterizzate da una discontinuità strutturale, maturando un numero di giornate relativamente basso – si prevede che ogni giornata contributiva versata al Fondo determini l’accreditamento di un’ulteriore giornata, fino alla concorrenza dei 90 contributi giornalieri annui richiesti, ndr], e serve in realtà solo per la pensione finale, ma non serve per maturare la malattia, la maternità e tutto il resto. Perché per il nostro sistema i contributi figurativi non vanno nella nostra cassa di riferimento, ma vanno in gestione ordinaria, e servono per la pensione futura e basta.

Quali delle vostre proposte sono rimaste inascoltate?
Noi abbiamo sempre detto che per cambiare il sistema dobbiamo usare, faccio un metafora molto semplice, più “carrucole” che insieme lo sostengano; non si può pensare che un solo istituto, un solo strumento sorregga tutto. Quindi va bene abbassare i parametri come stanno cercando di fare: i contributi giornalieri richiesti per il raggiungimento dell’annualità di contribuzione vengono ridotti da 120 giornate a 90. Noi avevamo chiesto che venissero ridotti a 80 [l’INPS aveva proposto 60, ndr], ma va bene, queste sono cose che credo si possano ancora emendare, e si potranno abbassare in seguito. Quello che avevamo chiesto, invece, era di ritornare, almeno nel nostro settore, ad andare in pensione dopo 33 anni di lavoro, come era previsto fino al 1995, e non dopo 43 anni, perché è evidente che quello di un tecnico, ma anche quello di un attrice e di un attore, è un lavoro usurante, perché è un lavoro fisico.
Una seconda “carrucola” che proponevamo, così come appariva già in altre proposte di legge, e che invece è sparita completamente, è l’utilizzo di uno sportello telematico o unico, che facesse emergere tutte le giornate lavorative che nel nostro settore non appaiono, e che spesso finisco in “nero”, o se non sono in nero sono in grigio, ossia quelle prestazioni che finiscono dentro a dei forfait, dentro a delle prestazioni occasionali, dei co.co.pro., a delle forme tali per cui i contributi si perdono perché finiscono in vari cassettini… e che così saranno utili solo a fine carriera per la nostra pensione, perché il nostro sistema prevede che il ricongiungimento avvenga solo una volta, e a fine carriera.

Uno sportello su modello di quello francese…
Sì, che permetterebbe anche alle pubbliche amministrazioni, alle fondazioni, ma pure al singolo cittadino che, per esempio, vuole organizzare una festa di compleanno per il figlio, di assumere dei professionisti dello spettacolo, iscritti in via esclusiva al FPLS, pagandoli versando direttamente i soldi nel nostro Fondo, quindi con un aumento del gettito fiscale per lo Stato, e dando più certezza ai professionisti in termini di prestazioni sociali, che di conseguenza vedrebbero migliorare anche la qualità del proprio lavoro.

Avete anche un’altra proposta.
Sì, la terza “carrucola” è l’indennità di discontinuità, che qui si è provata a fare in maniera molto zoppa introducendo ALAS, l’indennità di Assicurazione dei lavoratori Autonomi dello Spettacolo per la disoccupazione involontaria. Un’indennità di discontinuità che riconosca che non c’è differenza tra lavoratori subordinati e lavoratori autonomi in questo. Uno strumento specifico per un settore lavorativo che si regge sul carattere atipico della discontinuità, caratteristica che non hanno tutti i settori, e che non è un ammortizzatore sociale, non è una disoccupazione. Noi non siamo disoccupati! Il nostro mestiere è cosi, io non posso lavorare 360 giorni l’anno, ma non perché non c’è lavoro, perché mi è impossibile. Se devo fare una regia, io la devo preparare prima, non posso arrivare impreparato alle prove, devo prepararmi prima, e tutto questo lavoro non mi viene riconosciuto. E noi vogliamo proprio questo, che ci venga riconosciuto, perché anche in quei momenti stiamo lavorando, e soprattutto vogliamo che venga riconosciuto che stiamo contribuendo alla vita sociale e culturale di questo Paese, ed è questo il principio di fondo che manca: il riconoscimento di una funzione, che è anche economica, perché un “prodotto culturale” – lo so, è un nome terribile – avrà un valore più elevato se c’è una preparazione e una formazione continua.

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