Oggetti e corpi: la bellezza e lo stupore del teatro di figura di Incanti XXVI

La compagnia spagnola Ortiga ha chiuso il festival Incanti 2019
La compagnia spagnola Ortiga ha chiuso il festival Incanti 2019

Lo stupore della bellezza: è questo l’effetto ingenerato nel pubblico del Teatro Astra di Torino dalla prima regionale di “You&Me”, nota creazione dei Mummenschanz, formazione svizzera fondata nell’ormai lontano 1972 da Bernie Schürch, Andres Bossard (oggi scomparso) e dall’italiana Floriana Frassetto, che abbiamo da poco intervistato.
La giocosa esperienza a tableaux figuratifs ha aperto sul palco di punta della Fondazione TPE la XXVI edizione di Incanti, rassegna internazionale dedicata al teatro di figura, quest’anno significativamente sottotitolata “Figure in viaggio”.

Dopo un prologo ironicamente obbligato, che viene – per l’occasione – proiettato su grande schermo, prende avvio il tourbillon di mascheramenti e di sketch. Gli attori, in veste rigorosamente nera, emergono da un oscuro fondale attraversato da giochi di luce incantevoli e illusori. L’afasia del verbo è controbilanciata da una mimica vivace e da una pittoresca verve gestuale: lo spettacolo, che pure sa strizzare l’occhio al pubblico (puntualmente coinvolto nell’azione come in una partita di volano, o meglio di pallavolo), può dirsi nel complesso essenziale, ma non tanto per i contenuti (non) ammanniti o per la sua presunta rarefazione, quanto più per la sua esemplarità a livello di linguaggio.
Con “You&Me”, infatti, gli elvetici “musicisti del silenzio” scrivono, o anzi ristampano, una bella pagina di teatro. E così, nel delicato congiungersi di luci, cromie, forme e movimenti, prendono vita una coppia di violini (che sperimenta appunto tutto l’altalenante saliscendi della vita di coppia), un onirico e gigantesco ippocampo, una rana tonta e affamata, e pletore di abnormi lombrichi. Se il piano della Frassetto è «solleticare il bimbo che è in voi», non possiamo che constatarne la perfetta riuscita.

Ubu(s) Photo: pupella-nogues.com

Ubu(s) Photo: pupella-nogues.com

E’ una grande tavola apparecchiata a festa e graziosamente illuminata da tante diverse luci dall’alto, quella che accoglie l’Ubu di Pupella-Noguès: il celebre e sanguinario personaggio di Alfred Jarry è stavolta un simpatico maiale mosso in scena da Polina Borisova e Giorgio Pupella.
Su quella tavola si giocherà una parodia del potere: Ubu riuscirà ad instaurare la sua dittatura? E saprà anche mettere a proprio servizio gli artisti? O loro avranno delle ‘armi’ contro l’abuso del potere?
Su una tavola ogni cosa può accadere, ci dimostrerà la compagnia, come del resto avviene su un palco. E come ci testimonia la vita. Anche senza pronunciare una parola.
La compagnia francese utilizza begli oggetti di scena e realizza alcune intuizioni vincenti, come il fiume d’acqua che scende nella terra di cui sarà coperto ad un certo punto tutto il tavolo (di combattimento), che verrà inclinato, creando un bell’effetto. Tuttavia lo spettacolo, seppur sostenuto da una scelta musicale interessante, a tratti perde di ritmo ed incisività.


Un ritmo che, nella estrema semplicità dello spettacolo, è invece tenuto alto da Di Filippo Marionette. “Appeso ad un filo” è uno spettacolo che in qualche modo ci sorprende trovare ad Incanti: Remo Di Filippo e Rhoda Lopez si alternano presentando una carrellata di personaggi (la ballerina, il musicista rock, il violinista, il ciclista, il clown…) con cui essi stessi interagiscono attraverso il movimento, la musica e il canto. Manca però del tutto, ed è questo l’elemento che distanzia questa proposta da quelle abituali del festival, di una drammaturgia che leghi in qualche modo queste figure tra loro.
La compagnia crea le proprie marionette in un piccolo laboratorio nelle Marche, con la mamma di Di Filippo che ne cuce i vestiti, ma abbandona la terra natia per girare l’Europa, ospite di numerosi festival, grazie ad un lavoro artigianale che emerge in scena con amore e senz’altro conquista i più piccoli ma convince anche i grandi, perché Di Filippo dimostra grande abilità di marionettista.

La Tortue Noir

La Tortue Noir

Passiamo ad altri due – all’apparenza piccoli – spettacoli, accomunati dalla capacità di trasmettere agli oggetti la forza creatrice della fantasia umana.
“E’ dell’animatore il fin la meraviglia” si potrebbe dire, parafrasando Giovanbattista Marino, dello spettacolo senza parole dei canadesi de La Tortue Noir “Le grand Ouvre”, in cui la testa di un alchimista medievale si popola di mondi meravigliosi.
Martin Gagnon ci accoglie come se fosse stato catapultato dal mondo del “Nome della rosa” di Umberto Eco. Legge un libro e il suo tavolino è colmo di alambicchi, coppe e oggetti misteriosi, propri dell’immaginario alchemico. Il titolo dello spettacolo rimanda infatti a “La Grande Opera”, conosciuta in latino come Magnum Opus, che è appunto l’itinerario alchemico di lavorazione e trasformazione della materia prima, propria in un certo modo anche del teatro di figura con oggetti.
Il cranio dell’attore piano piano diventerà, per incanto, la rappresentazione del mondo intero, apparendo dal buio dell’eternità.
I suoi pensieri si materializzano invadendo il piccolo grande palcoscenico della sua mente. Il rapporto perfetto tra animatore e attore crea, attraverso la manipolazione di minuscoli oggetti e di apparizioni luminose, per venti minuti, una specie di sinfonia sonora e visuale che rende omaggio alla natura e alla sua creazione.

Il maestro Philippe Lefebvre del gruppo francese Flop, che già conoscevamo per le sue magnifiche installazioni visive, in “Dal vivo” crea, di converso, un suo particolarissimo omaggio al rapporto tra luce e ombra, capace di modificare in presa diretta le percezioni visive dello spettatore. Attraverso congegni in apparenza di grande semplicità, dove la luce scaturisce da oggetti di uso comune (candele, lampadine, lenti e originali meccanismi, di semplice fattura, ricostruiti con amore e pazienza certosina dallo stesso Lefevre), in apparenza sparsi a casaccio a terra sul palco, prendono vita a partire dalle loro misere e fragili ombre sul grande schermo bianco, che lo delimita.
Nel gioco tra ombra e luce, tra buio e immagine riflessa, gli oggetti così ricreati nella loro fragilità raccontano storie meravigliose e incredibili, alludendo ogni volta a mondi diversi ed effimeri nella loro potente fragilità, che di volta in volta appaiono e spariscono.
Ne nasce – tra pittura, cinema, suono e gioco – un percorso narrativo e poetico in cui riflessi, ombre e sfocature sono organizzati direttamente dal vivo dall’animatore francese, che si muove sul palco, tra i suoi meccanismi, come un piccolo mago della luce, regalando al silenzioso pubblico un inaspettato mondo parallelo a quello raccontato dagli oggetti reali posizionati sul palco.

Ines Pasic e Hugo Suarez, lei bosniaca, lui peruviano, erano approdati in Italia nel loro girovagare da artisti di strada nell’ormai lontano 1988. A scoprirli il festival Arrivano dal Mare, in quel tempo a Cervia, che li aveva accolti nella sezione off nel cuore della notte. Non avevano nulla, solo le mani in tasca. Li ricordo benissimo nel retro di un supermercato intenti a recuperare un paio di scatoloni con cui poi improvvisare un piccolo palcoscenico su cui fare agire le loro mani. Rappresentavano “Ritorno al buio”: un mondo immaginario da post esplosione nucleare. Fu uno stupore prima ancora che un trionfo. Da allora le marionette “corporali” sono state la loro costante ricerca: ogni parte del corpo può trasformarsi in pupazzo vivente, oppure può modificare lo spazio o essere esso stesso spazio scenico. Ma non si tratta solo di una sperimentazione estetica o formale. Una sintesi drammaturgica complessa, a fronte della sua apparente semplicità, trama i loro spettacoli così come i loro quadri più fulminei, sullo sfondo di tematiche contemporanee d’impegno sociale trattate con grande levità e umorismo.
Hugo e Ines rappresentano un curiosissimo caso internazionale dato che sono passati in un lampo da essere una rivelazione a maestri riconosciuti in tutto il mondo.

Questa edizione di Incanti non solo ha affidato a Ines Pasic il progetto Pip (di cui si è già parlato qui), ma ha regalato al pubblico torinese in prima nazionale “Desde el Azul” (Dal blu): un viaggio nel volo attraverso la leggerezza dei desideri.
Così come le mani di Ines si trasformano, diventando volti e corpi (ma lo stesso avviene per i piedi o addirittura per la pancia) anche i personaggi ricreati custodiscono il sogno della metamorfosi, diventando o volendo diventare ciò che non sono o non sono più. Non a caso lo spettacolo si apre con una megera intenta a preparare un filtro che la tramuterà in sinuosissima danzatrice del ventre, e si chiude con un vecchio tremante che il profumo d’un fiore donerà la nuova vita di un astro splendente.
Ma il segreto del successo di Ines Pasic è lo straordinario rapporto che sa instaurare con quelle sue marionette corporee, fatto di grazia, tenerezza, protezione materna, ma anche di profonda partecipazione ai dolori, grandi e piccoli, dell’esistenza. Si ride, ci si commuove, si rimane stupefatti. Il pubblico ne rimane letteralmente conquistato. È accaduto a Torino, è accaduto pochi giorni dopo a Gambettola al festival Arrivano dal Mare.

Desde el azul di Ines Pasic

Desde el azul di Ines Pasic

Incanti si è concluso con un altro gioiello intriso di poesia, “Kumulunimbu”, pluripremiata creazione della compagnia spagnola Cia.Ortiga. Cuore dello spettacolo è una parabola che racconta dell’amicizia di una ragazza e di una nuvola, di ingiustizia e di speranza, di deserti veri e di deserti dell’anima che una goccia d’acqua o una lacrima sanno fare sbocciare di vita. Ma di questo appunto racconta la parabola. “Kumulunimbu” è molto di più e punta alla comicità proprio per stemperare, nel contrasto, temi oggi facilmente abusati, quali la migrazione o la tenacia del viaggio della speranza, ai quali viene cancellata ogni retorica. È come un grande padiglione delle meraviglie in cui il pubblico viene fatto entrare accompagnato da due inservienti dal carattere circense. Qui non ci aspetta né la donna barbuta né quella cannone, ma un teatrino che sembra realizzato con assi da relitto. È il nomadismo nel nomadismo. Il segno è forte al pari del gioco dei due inservienti che diventano gli animatori del teatrino (e quindi i narratori della parabola) in un frenetico slittamento dei piani, dove riso e poesia si mescolano di continuo e si fondono con le suggestioni visive che prendono forma sulla piccola scena con una semplicità disarmante, ma dal segno nettissimo. Pubblico catturato. Grande finale di festival.

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