Olivier Dubois e il suo corpo: odore, memoria, vita

My body of coming forth by day (photo: teatrodiroma.net)
My body of coming forth by day (photo: teatrodiroma.net)

Ogni spettacolo ha un suo odore – un odore vero; ogni spettacolo sa veramente di qualcosa. Spesso è imprevedibile e quasi sempre casuale, legato alla topografia del luogo e allo sbigliettamento: la spettatrice disinvolta con la boccetta di profumo, un anziano che mantiene tenace la memoria del suo spritz pre-spettacolo, una barba appena fatta o impomatata, un tragitto in autobus senza aria condizionata. O l’odore della polvere smossa sulle americane, qualche proiettore che cuoce la gelatina, la sala non rinfrescata dai respiri della sera prima. Ed ecco che allo spettacolo è imposto un marchio sensoriale imprevisto, e bisogna farci i conti.

Il caso di “My body of coming forth by day” (Pour sortir au jour, 2018) di Olivier Dubois non è però niente di tutto ciò. L’artista entra in scena fumando, e l’invitante (o, a seconda delle perversioni di ognuno, disgustoso) odore del tabacco bruciato accoglie gli spettatori come a casa propria. Poi stura una bottiglia di champagne e il sentore fino del liquido versato si aggira a contaminare una platea solitamente più continente – ma non era Brecht che diceva di volere uno spettatore col sigaro? Infine si comincia: e dalla danza il suo sudore, immediato, copioso, intride lo smoking che indossa facendogli perdere la piega e restituire umore d’appretto; e sotto, dalla pelle del corpo si scioglie e si libera un’essenza dolciastra, spudorata, aggressiva ma in fondo sinceramente amichevole, che non si può dimenticare.

Questo è l’odore della serata: fumo, champagne, profumo sfacciato da uomo, di stiratura, per un’antologia dei movimenti coreografici di Olivier Dubois.
Se infatti dall’altra parte di Roma Salvo Lombardo, in zona Quarticciolo, continua ad esplorare la memoria dei gesti quotidiani in una delle Derivazioni della sua personale ricerca, qui, al Teatro India, i gesti calcificati non sono quelli della quotidianità, ma sono le movenze strutturate di decine di coreografie, che Dubois ha tutte ancora nei muscoli e che fanno del suo corpo singolare e inimitabile, «un’opera d’arte» o, a seconda, «un libro dei morti».

La struttura del lavoro sa di ordine imposto dall’alto, non necessario, e prevede che tre spettatori per volta salgano sul palco, scegliendo una delle buste che contengono i titoli delle coreografie e una traccia musicale estratta da un elenco, e che Dubois balli un frammento di quel lavoro sulla musica originale o su quella estratta, a scelta dello spettatore. Il terzo malcapitato dovrà invece indicare un capo d’abbigliamento da togliersi a fine danza, in quello che sembra un gioco adolescenziale un po’ trash e che invece è un ulteriore omaggio bruciato sull’altare di questo corpo-opera, che si rivela agli occhi del pubblico con infantile esibizionismo e insieme con un’ansia panica di darsi e di esser preso.

La presenza dei tre volontari deve ripetersi più volte, è lo stratagemma attraverso il quale Dubois porta avanti il lavoro, come volendo sfogliare a sei mani un album dei ricordi, con le inevitabili resistenze da parte della platea, sempre intimidita, e suoi insistiti inviti che sfiorano la forzatura, talvolta l’insulto eccentrico. Ma il procedere degli spettatori sul palco è spesso lento e titubante, e il centro propulsivo del lavoro risulta essere ben altro. Di nuovo, è quel corpo spavaldo e provocatorio a guidare la giostra della memoria, il corpo che si spoglia e ci accompagna per un viaggio attraverso i grandi coreografi e registi: Angelin Preljocaj, Jan Fabre, Sacha Waltz, e indietro fino a Nureyev e persino a Nižinskij, e portandoci da Lully e Debussy a Celin Dion.
Fino al gran finale (tutti sul palco a ballare!), una dichiarazione sconcia e rumorosa d’amore per la danza «danzata ciascuno col proprio corpo» e in definitiva di nuovo al ventre alle cosce alla schiena di Dubois, ormai quasi nudo, costellato di paillette dorate, gettato tra le braccia del pubblico sfrenato in un tripudio di musica e quasi orgiastica partecipazione, che ne tocca e assaggia le carni, mentre quel profumo smaccato e dolciastro avvampa, permea tutto e tutti, risucchia la sala in un vortice di vitalità che fa gridare e ci rende invidiosi o pazzi.

My body of coming forth by day
creazione e interpretazione Olivier Dubois
suono e luci Olivier Dubois
Produzione Compagnie Olivier Dubois
in coproduzione con Festival BreakingWalls, Le Caire • Le CENTQUATRE-PARIS
in collaborazione con ATER

consigliato ai maggiori di 16 anni

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Roma, Teatro India – Teatro di Roma, il 27 giugno 2019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *