Oltre gli stereotipi di genere, l’arte a tutto tondo di Danae

D'Agostin in Everything is ok (photo: Cristina Crippi)
D'Agostin in Everything is ok (photo: Cristina Crippi)

Una rassegna davvero a tutto tondo. Lo conferma anche nella sua seconda parte il festival milanese Danae (iniziato il 27 ottobre e terminato il 14 novembre): senza patria né cliché, microcosmo pluridirezionale riflesso dei nuovi volti del teatro contemporaneo.

A smantellare stereotipi e fissità, ecco le performance di Medie Megas e Francesco Marilungo, la danza di Marina Giovannini e Marco D’Agostin, l’installazione sonora di Alessandro Bosetti, il faccia a faccia attore-spettatore di Scarlattine Teatro. Per finire con il delirio grottesco di Nina Madù e le reliquie commestibili.

Spazio a Teatro delle Moire, con la pressione di mantenere alto il livello della rassegna che hanno progettato. I loro spettacoli sono due chicche. Partendo da “Sante di scena”, premiato a Teatri del Sacro lo scorso giugno a Lucca.
Senza scenografia né testo, silenziosa e carnale, la pièce di e con Alessandra De Santis, Cinzia Delorenzi e Attilio Nicoli Cristiani è un ibrido incatalogabile. Spirituale e spiritoso, “Sante si scena” spazia dal teatro di figura al musical western, fino alla disco music. Protagoniste sono esseri corporei che trascendono anche l’identità di genere, col piglio sardonico dell’homo ludens. «Il nostro scopo – spiega Attilio Nicoli – era quello di far incontrare la nostra umanità di attori con quella dei personaggi che abbiamo portato in scena, con tutta l’eccentricità di cui ognuno di noi è depositario. Ci hanno colpito le scelte radicali di alcune “sante”, ad esempio la cubista convertita, o la suora del West che incontrò Billy the Kid. Il tutto partendo dalla collaborazione con il saggista e drammaturgo Luca Scarlini, di cui abbiamo sfruttato l’inesauribile materiale. L’incontro con Cinzia Delorenzi ha fatto il resto. La sua versatilità, dalla danza alle coreografie alle musiche, ha potenziato l’aspetto surreale del nostro lavoro».


Uno sguardo onirico ieraticamente comico caratterizza anche “Emily, il buonumore è un dovere etico”, produzione di Fattore K. Qui Milena Costanzo incontra Alessandra De Santis (con Rossana Gay e Alessandro Mor) nella prima tappa del percorso liberamente tratto dalla vita e dalle opere di Emily Dickinson.
Quasi con una tecnica a sbalzo, conosciamo la poetessa americana indirettamente, attraverso il suo ambiente familiare puritano decisamente soffocante. In questo gioco di filigrane Emily è per lungo tratto assente. Poi, inaspettatamente, si materializza in controluce, un’apparizione furtiva. Emily spettrale, invasata, languida, tormentata: stranita falena che distilla versi nell’ombra. Tanto più icastica, quanto più compare come flash estemporaneo in contrasto con il registro giocoso di donne-zuccheriere e donne-cagnolini da salotto, danze di baci e balli da canguro. Lo spettacolo, presentato come progetto in itinere, ha già l’identità di un rifinito vetro di Murano.

Presenti a questa edizione di Danae anche Scarlattine Teatro con “Hamlet private” di cui avevamo già parlato in occasione della loro rassegna Il Giardino delle Esperidi: utlizzando il pretesto dei tarocchi, Scarlattine parla all’Amleto che sta dentro di noi. Interroga i nostri spettri, la violenza che ci attanaglia, quel po’ di follia e vendetta, amore e complicità.

Tra gli spettacoli di performance, colpisce la danza folgorante e ipercinetica di Marco D’Agostin, che in “Everything is ok” viaggia a velocità doppia rispetto allo sguardo dello spettatore, così da trasmettere un senso di vertigine. Più immateriale, soffusa, con la forza di una preghiera laica, è la danza di Francesco Marilungo (con Francesco Napoli), che in “Paradise” celebra l’incontro di parti del corpo-feticcio con materiali dozzinali come il lattice, da cui sprigiona un’insospettata forza poietica.

D'Agostin in Everything is ok (photo: Cristina Crippi)

D’Agostin in Everything is ok (photo: Cristina Crippi)

Mentre Marina Giovannini, nella cornice solare di una Palazzina Liberty straordinariamente illuminata la domenica pomeriggio, crea una danza pulita e lineare. In quest’intreccio componibile s’incastrano corpi femminili e solidi (cubi, sfere) animati con pose da contorsioniste. Le geometrie in bilico si proiettano verso un equilibrio disarticolato sempre perfettibile. Diventano allegoria del bello, mix d’armonia e potenza che prevale su precarietà e corruzione. La Giovannini, in scena con Marta Capaccioli, Veronica Cornacchini e Lucrezia Palandri, anima una performance disinvolta, idealizzata dalle musiche di Nina Simone.

Meno convincente la greca Medie Megas in “Trasforming me”, spettacolo interattivo sulla forza della parola e dell’improvvisazione, cui però sembrano difettare fibra corporea e carisma attorale.

Curioso e divertente “Acqua sfocata, utilità del fuoco ed altre risposte concentriche” di Alessandro Bosetti: una conversazione straniante e nevrotica che esplora il confine tra musica e linguaggio parlato. Entriamo in uno spazio indefinito. Ci mescoliamo a decine di persone. È un purgatorio di rigurgiti. Siamo triturati dentro una folla multicaotica.
I performer quiescenti d’un tratto si animano come zombie, come se gli si sciogliesse dentro un effluvio vitale. È un flutto incessante di parole, gorgheggi, soffi, mugolii, fruscii, brusii, acuti da soprano. Eppure queste voci ebeti e irrelate diventano sinfonia. Rumori e stridori emanano euritmia.

La conversazione-performance incarna il desiderio di indagare aspetti del reale che tendono a sottrarsi continuamente, lungi dal compiacimento di chi ne accetta a priori l’ambiguità. “È dal conflitto più o meno dichiarato tra l’ambizione di un tutto percepibile e la ricerca di una verità nascosta nelle cose e nelle persone che nasce l’armonia” spiega Bosetti. Che epifanizza la musicalità intrinseca in ciascuno di noi, con una partitura sonora in cui anche un insieme di consonanti gutturali e di emissioni sghembe diventa suono.

Surreale e a tratti spettrale, con le sue sonorità surf rock ed elettroniche, è Camilla Barbarito. Con uno scialle di musicassette al collo e un chilometrico strascico di nastri magnetici, Camilla chiude Danae nella balera Arizona 2000, lanciando il suo ultimo lavoro, l’album “Octopussa”.
Camilla Barbairito, alias Nina Madù e le reliquie commestibili, rovista con la sua musica grottesca i bassi fondali cittadini. Con Ulisse Garnerone alla batteria e Fabio Marconi alla chitarra, e l’accompagnamento straordinario delle Nina’s Drag Queen, “Octopussa” ci sprofonda in elettrificate sonorità demenziali.
Una performance delirante a partire dai titoli dei brani (“La mummia”, “Sushi”, “Colluttazione con la hostess”, “Chef crudista”, “Coppia etero” ecc.) dove il marchio di fabbrica è il gusto per le atmosfere gotico-vittoriane, e le ombre surclassano le luci. Nina Madù capovolge il pensiero comune. Tutto ciò che dovrebbe essere horror, non spaventa ma diverte.

Nina e Nina's (photo: Michela Di Savino)

Nina e Nina’s (photo: Michela Di Savino)

Il dj set di Zingaro chiude Danae con quel senso di magia cupa e intrigante. E tanta voglia di esorcizzare gli spettri cruenti che, in concomitanza, giungono da una Parigi che non vede l’ora di tornare Ville lumière.

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