Woyzeck. Morganti e le sue ombre

Claudio Morganti in Ombre Wozzeck

Claudio Morganti in Ombre Wozzeck (photo: Andrea Chesi per Klp)

Lo diciamo subito: lo spettacolo “Ombre Wozzeck” di Claudio Morganti convince pienamente. Ma la notizia è semmai che Morganti riesce, ancora una volta, a schivare il confronto con l’opera di Büchner, cui da anni sta dedicando il suo lavoro e la sua ricerca.
Così, dopo numerosi tentativi di trovare una forma adeguata al testo, pubbliche esposizioni dagli esiti spesso entusiasmanti, Woyzeck finisce “in ombra”.

Alcuni momenti di questo lungo percorso di studio erano stati capaci di illuminare con nitidezza quel naturalismo fiacco che è alla base dell’opera e che sembra languire nel realismo. Lontano, dunque, dalle interpretazioni correnti che ne danno una lettura greve, surreale o simbolica.
Ci aspettavamo, date le premesse e la quantità di materiale elaborato (che comprendeva tra le altre cose alcune rudimentali animazioni) un vero e proprio allestimento di questa pièce. Invece Morganti ha scelto un’altra strada e un altro linguaggio.


Ombre Wozzeck

Ombre Wozzeck (photo: Andrea Chesi per Klp)

Il titolo “Wozzeck” si riferisce alla prima edizione dell’opera, pubblicata postuma nel 1879. La causa di questa dizione fu un’errata lettura della difficile grafia del manoscritto da parte dell’editore Emil Franzos. Proprio a questa versione fece riferimento il libretto di Alban Berg, che ne conserva il titolo.
A questi due testi guarda l’elaborazione drammaturgica di Rita Frongia. Ma del Woyzeck resta ben poco: “Un’operina musicale per uomini ombra di poche parole”, il risultato del montaggio e della trasposizione nel linguaggio teatrale delle ombre di materiali elaborati nel corso di anni di studio.

L’inizio del lavoro su questo genere teatrale risale ad alcuni anni fa, quando Morganti aveva risolto con questa tecnica, in maniera più che convincente, il finale dell’opera: l’omicidio di Maria da parte di Woyzeck.
Poco bisogna aggiungere per completare la trama: il soldato semplice Woyzeck è innamorato di Maria. Con lei ha un figlio. Lei lo tradisce. Lui la uccide.

Ombre Wozzeck

Ombre Wozzeck (photo: Andrea Chesi per Klp)

Uno spettacolo corale, in cui Morganti si riserva il ruolo dell’imbonitore, quasi completamente riscritto nelle dimensioni e nella funzione rispetto a quelle che conserva nell’opera di Büchner. Alle sue spalle, in un teatrino delle ombre, si svolge il dramma. Ad attraversare la tela è la storia del soldato Woyzeck.
“Un esercizio di estremo straniamento, talmente limpido e folle da portare, a tratti, alla totale adesione con il personaggio”, così lo definisce Morganti.

Unico vezzo avanguardistico è il microfono gelato, con cui Morganti si presenta davanti agli spettatori e che non abbandona neanche per un attimo.
La voce di Morganti non ha bisogno di amplificazioni. E la vera notizia è che, dopo anni di solitaria e “sdegnosa” ricerca, finalmente la sentiamo suonare. E il teatro italiano ha bisogno della voce di persone che, come lui, hanno qualità, cultura e conoscenza della pratica teatrale. Ha bisogno che queste voci si facciano sentire.

Applausi brevi ma intensi dei diciotto spettatori presenti al Teatro dell’Arte (in scena fino al 29 gennaio).
Co-protagonista della serata, una pantegana che ha attraversato il palco. Giunta in proscenio, non si è prodotta in alcun monologo.

Ombre Wozzeck
ideazione e regia: Claudio Morganti
con: Gianluca Balducci, Rita Frongia, Claudio Morganti, Francesco Pennacchia, Antonio Perrone, Gianluca Stetur, Grazia Minutella
musiche di: Alban Berg, Arnold Schönberg, Gustav Mahler, Anton Webern, Arvo Pärt, David Sylvian
testo di: Rita Frongia
fonico: Roberto Passuti
movimenti di scena: Grazia Minutella
produzione: CRT Centro di Ricerca per il Teatro, in coproduzione con Armunia/Festival Inequilibrio, con la collaborazione di L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
durata: 1h 15′
applausi de pubblico: 1’ 25’’

Visto a Milano, Teatro Crt, il 19 gennaio 2012

4 Comments

  • Rita Frongia ha detto:

    Carissimo Mattia, grazie per l’attenzione.
    Vorrei chiederti una cosa: a quale versione del testo ti riferisci? A quale traduzione?Di quali battute si sente la mancanza per dire che del testo rimane poco?Forse manca la scena dell’usuraio?
    Le ombre necessitano di sintesi, tutte le battute che dolorosamente abbiamo tagliato sono tradotte in movimento.
    A me personalmente non sembra che Morganti schivi il confronto con l’opera di Buchner solo perché non ha realizzato una messinscena tradizionale.Si sente forse la mancanza del teatro di regia?Non è forse anche questo un allestimento?

    Sarebbero tante le cose di cui parlare e mi piacerebbe farlo con te davanti a un buon bicchiere di vino. Confido di incontrarti presto.

    Rita

  • Mattia Visani ha detto:

    Carissima Rita,

    Credo che nelle tue parole si trovi già la risposta. Non ho parlato in alcun modo di “battute di cui si sente la mancanza”, ho parlato di “trasposizione nel linguaggio teatrale delle ombre” che, come mi insegni, richiede “sintesi”.
    La scelta di questo “genere teatrale” è assolutamente legittima e l’operazione “pienamente convincente”.
    Che l’opera scritta da Büchner preveda un altro tipo di linguaggio è una premessa a cui non possiamo sottrarci, se vogliamo parlare entrambi della stessa cosa…

    Detto questo, una “trasposizione” o “transcodificazione” è un procedimento artistico antico, che ha la stessa dignità di una “lettura registica”. L’importante è che siano ben condotte. Ciò avviene sicuramente nel vostro caso.
    Credo piuttosto che sia sterile fossilizzarsi su opposizioni del tipo “teatro di regia – teatro d’attore”, oppure “teatro tradizionale – teatro d’avanguardia”, questioni per altro dibattute fino allo sfinimento.
    Dicotomie svilenti che bisognerebbe imparare a superare, per ricominciare a parlare finalmente della specificità di ogni “genere teatrale” e di cosa sia a ciascuno di essi pertinente. Date, naturalmente, alcune inequivocabili premesse… e senza nulla togliere al “genio creativo italico”…

    Ovviamente un articolo non può non riflettere le aspettative di chi sta scrivendo, a meno che non sia compiacente. Oltre a dare giusto merito al vostro lavoro – questo mi sembra abbastanza chiaro – ho cercato garbatamente di sottolineare come, data la pertinenza al linguaggio dell’opera di Büchner di alcuni dei materiali che avete presentato nel corso dei vostri studi, la scelta di risolvere tutto in un “gran teatro delle ombre” rappresenti a mio avviso un’occasione sprecata.

    Credo che un’artista dello spessore e della competenza di Morganti (non ce ne sono così tanti) debba prendersi la responsabilità di essere puntuale rispetto alle proprie scelte tematiche (Woyzeck-Büchner). In questo senso va presa la mia affermazione: “Ci aspettavamo (…) un vero e proprio allestimento di questa pièce”. Come sai, scrivendo ci sono dei limiti di spazio…

    Per il resto, avete fatto un bello spettacolo. Gioiscine!

    Ne parleremo sicuramente con grande piacere.

    Mattia

  • jack london ha detto:

    è un gran dispiacere leggere la sua critica al lavoro di morganti signor visani. i suoi pensieri in sintesi raccolgono tutta l’inconsapevolezza el’ignoranza dei linguaggi della scena da parte di voi critici , nel senso che si vede che non li conosce. cioè non conosce nè i testi nè le pratiche della scena nè tantomeno il suo genio italico morganti come lei dice… riassumo alcune sue parole, schivare il confronto con l’opera, occasione persa ,del woizzeck resta ben poco…ma ..cosa sta dicendo? che cosa manca del woizeck..lo dica per esempio, oppure dica che cosa è per lei quel dramma rispetto al lavoro visto e che cosa manca.. il capitano, ildottore, il tamburmaggiore anno la loro apparizione come per forza spontanea, essi dicono il proprio io e si scatenano tutti sulla stessa persona, appunto woizzeck e affermano la propria esistenza in quanto lo colpiscono. senza di lui non esisterebbero ma woizzeck lo ignora e si potrebbe perfino sostenere che egli trasmette ai suoi tormentatori il contagio della propria innocenza. essi non possono essere diversi da quello che sono. la forza di questi personaggi è la loro innocenza. si deve odiare il capitano? si deve odiare il dottore perchè potrebbero essere diversi solo che lo volessero? si deve sperare in una loro conversione? quei personaggi si accusano presentandosi come sono ma è la loro autoaccusa non l’accusa di un altro la giustizia di Buchner non può consistere nel condannarli. egli può individuare colui che è la loro vittima e mostrare tutte le loro tracce su di lui come impronte digitali. il mondo caro signor visani pullula di tali vittime ma sembra che la maggior difficoltà stia nel prendere una vittima e farne un personaggio, nel farla parlare in modo che le tacce rimangono riconoscibili e non si cancellino nelle accuse. woizzeck è questo personaggio e il dramma ci fa vivere ciò che egli subisce di volta in volta e non c’è da aggiungere neanche una parola di accusa. quelli che si sono scatenati contro di lui sono davanti a noi e quando per lui è la fine essi rimangono in vita. le ho scritto tutte queste cose perchè nel lavoro di Morganti c’è tutto questo. altro che woizzeck in ombra..è in piena luce questo woizzeck ..in quella superficie del visibile torna alla luce finalmente un buchner sottratto alla oscurità di tanto teatro naturalista. in quella superficie del visibile (le ombre) tutto è ridato, i climi, le tensioni, i dettagli. le faccio un esempio mirabile: nella scena di andres woizeck “un fuoco percorre il cielo e cala giù come un fragore come di trombe” questa battuta non c’ènello spettacolo ma è presente in quel visibile come tantissime altre cose. è un viaggio di superficie e di ritorno nel visibile senza sentimentalismi e con una semplicità che è una conquista enorme per questo dramma. per finire morganti si è vero che fa l’imbonitore ma il suo ruolo è ben oltre e parla della fatica dell’arte dell’attore mirabile sintesi in quel “niente”pronunciato. tolto il velo l’infante non parla più..ma questo piano vedo che a lei è completamente sfuggito..ps: il microfono non è un vezzo dell’avanguardia è un microfono e basta. forse potrebbe chiedere amorganti di farla lavorare una settimana con lui forse potrebbe colmare questo orizzonte che lo separa dall’arte della scena.. un caro saluto jack london

  • Rita Frongia ha detto:

    Che peccato andare a teatro aspettandosi di vedere qualcosa, purtroppo il teatro è uno scocciatore, bussa sempre inaspettato, se non si è disposti a farlo entrare è semplicemente un vero peccato.
    E non vi è nulla di cui poter ridere e gioire.
    Se con quel “gioiscine” volevi irritarmi, ci sei riuscito. Gioisci dunque un po’ anche tu, che un po’ per uno non fa male a nessuno.
    Rita

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