Omsa: da lavoratrici a Brigate Teatrali col Teatro Due Mondi

Lavoravo all'Omsa

Lavoravo all’Omsa (photo: Stefano Tedioli)

Sono vestite di rosso, hanno lo sguardo fermo e lucido, il passo è deciso, la motivazione è forte, molto forte, sono principalmente donne e sono licenziate.
Le osservo giungere da lontano, irrompono con vigore nell’affanno consumistico di un qualsiasi sabato pomeriggio, un fischietto avverte della loro presenza, e improvvisamente è una marcia a travolgere ogni residuo di curiosità.
In molti si domandano chi siano queste donne che sfidano con grande consapevolezza una delle vie più altolocate di Bologna. Eppure sono pochi i passanti che sentono la necessità di fermarsi. D’altronde, che la diffidenza e il disinteresse misurino con precisione la temperatura di una città dimentica dei suoi più celebri appellativi, è cosa ormai nota.

Incedono con fare impetuoso, si fermano in mezzo alla gente per donare gesti gentili, come un abbraccio, si dispongono in cerchio per ridefinire un nuovo spazio in cui raccontarsi, si stendono in mezzo alla via, una dopo l’altra, solcando la strada con tutto il peso delle loro storie.

Chi siano queste donne in giacca e gonna rossa è presto molto chiaro. Sono le operaie della Omsa di Faenza, le stesse che nel dicembre del 2010 hanno perso il posto di lavoro dopo anni di attività, e non certo per un fallimento aziendale, ma per soddisfare gli interessi dei luoghi alti del potere, quegli stessi vertici che hanno deciso di delocalizzare la produzione in Serbia, dove i costi amministrativi e del personale sono nettamente più bassi.

Il trauma generato da un evento di tale spessore non può che coinvolgere una considerevole parte del tessuto sociale di cui la comunità faentina si compone, costretta ad assistere senza alcun tipo di mediazione alla negazione del diritto al lavoro. Una negazione che assume connotati  molto più duri, come afferma una delle operaie durante un’intervista, se si pensa al conseguente senso di perdita della dignità, la paura per l’incertezza del futuro, a cui si somma la rabbia per l’indifferenza che le circonda.

Di certo, a questo magma di indifferenza che pietrifica una piccola città di provincia come Faenza, non appartiene Alberto Grilli e il suo Teatro Due Mondi, da anni impegnati ad alimentare con tenacia e forte senso civile esperienze teatrali di grande valore, affermandosi spesso come una delle realtà artistiche più considerevoli.

La Brigate Teatrali Omsa a Faenza

La Brigate Teatrali Omsa a Faenza (photo: Loretta Tsavaki)

E’ dall’incontro tra esperienze così diverse, eppure così osmotiche, che nasce il progetto delle Brigate Teatrali Omsa. Un gruppo ristretto di operaie conosce quel potente veicolo che è il teatro, trova nell’arte un inedito strumento di protesta, e quelle fratture della storia spesso inghiottite dal silenzio, stavolta non verranno rimosse dalla memoria collettiva.

La lotta di cui queste donne si sono fatte portatrici assume una molteplicità di significati, restituendoci, anche se solo per un attimo, un barlume di speranza. Invadere una piazza, ritrovare la propria identità per essere subito dopo licenziata pubblicamente, tirarsi fuori dalla solitudine,  dall’alienazione e mimare gli stessi gesti di anni trascorsi davanti una macchina, per scoprirsi di nuovo persone: tutte con una storia da raccontare, con un disagio da condividere, con la stessa necessità di lottare.

Ma il progetto del Teatro Due Mondi e del suo acuto regista non termina qui.

Se fino a questo momento la vicenda delle Brigate Teatrali aveva attraversato i confini della comunità faentina portando in varie città del nord Italia la propria contestazione, pestando piazze con l’azione di strada ed esorcizzando inevitabili paure con l’irruenza dei loro corpi, l’esperienza delle lavoratrici dell’Omsa decide ora di varcare la soglia di un teatro, raggiungere il palcoscenico e incontrare Bertolt Brecht.
Mi vien da pensare che sia stata la scelta migliore che potessero prendere.

“Lavoravo all’Omsa”, nuova produzione della compagnia, è stato presentato all’interno della XXV stagione del Centro La Soffitta del Dipartimento delle Arti – Università di Bologna, parte di un più ampio progetto su Teatro e Comunità curato da Cristina Valenti con la collaborazione di Giada Russo.

L’indagine da cui si snoda la rappresentazione reitera l’attenzione sul tema del lavoro, confrontandosi questa volta con un classico del teatro politico didattico di Brecht, “Santa Giovanna dei Macelli”.

Con un balzo temporale che non richiede particolari sforzi di storicizzazione, Giovanna Dark, protagonista del dramma, incontra le vicende che hanno segnato la storia delle operaie dell’Omsa, portate in scena dagli attori del Teatro Due Mondi e da Angela Cavalli, ex-operaia ora attrice della compagnia.

Dalle fabbriche della Chicago del ’29 a quelle della Faenza del 2010 sembra davvero non essere passato nemmeno un giorno; le similitudini si sovrappongo largamente alle differenze degli eventi storici: di chiusura di fabbriche e sfruttamento della manodopera operaia si parlava allora, di delocalizzazione e negazione del diritto al lavoro si vive oggi.
Se poi a raccontare sono le voci che caratterizzano personalità femminili così diverse e attente ai rapporti di forza che decidono del loro futuro, di certo la messa in scena assume un valore ancora più eloquente.

La costruzione dello spazio scenico risponde con fedeltà a criteri minimalisti. Sei bidoni di diverse dimensioni, rossi come l’atmosfera di cui si vestiranno i contenuti dello spettacolo. Ancora una volta, saranno dei fischi seguiti da una breve marcia a decidere dell’esordio della rappresentazione. Basteranno pochi attimi per ritrovarci in una fabbrica, testimoni di un intreccio che alterna con continui slittamenti le vicende della militante brechtiana a quelle delle lavoratrici dell’Omsa.
Si vengono così a definire spazi di riflessione critica rispetto a tematiche che animano la questione lavorativa, con tutti i presidi e le occupazioni che non troveranno modo di essere, ponendo gli accenti su una lotta che, sia tramite le parole di Giovanna Dark, sia attraverso gli interventi dell’ex-operaia, rivendica la necessità di vedere rispettati i propri diritti, in quanto donne e in quanto lavoratrici.

Punto di forza e cifra stilistica di cui si compone lo spettacolo è senza remore una perfetta ed efficace elaborazione delle partiture vocali. A differenza delle azioni di strada delle Brigate Teatrali, esclusivamente costruite su di un preciso e vigoroso lavoro fisico e visivo, “Lavoravo all’Omsa” declina in tutte le sue forme le potenzialità della voce, intesa sia come strumento scenico che come strumento di contestazione.

Canzoni popolari legate alla tradizione dei canti di lavoro e di lotta scandiscono i vari quadri della rappresentazione, attuando una forte componente di straniamento. E’ la dimensione musicale che organizza il discorso dei sei attori, a tratti congelati in espressioni plastiche all’interno di tableaux vivants, in cui alla parola, ora cantata ora declamata in racconti, dialoghi o monologhi, viene invece affidata la responsabilità di innestare riflessioni, mettendo in luce ciò a cui l’attualità dei nostri giorni ci ha assuefatti: la dura repressione dei nostri diritti.

All’interno di questo clima, a tratti appesantito da leggere venature retoriche, si dispiegano le storie di chi in prima persona ha affondato lo sguardo nelle piaghe della società, uno sguardo pieno di amarezza e commozione, che non si è arreso al corso degli eventi, che ha trovato nell’arte una sua nobile forma di ribellione in cerca di un riscatto che le è dovuto, che rivive tra le melodie di canti mossi da riverberi di tempi forse non così lontani.

Lavoravo all’Omsa
con gli attori del TEATRO DUE MONDI: Monica Camporesi, Tanja Horstmann, Angela Pezzi, Maria Regosa, Renato Valmori
e l’attrice ex-operaia dell’OMSA Angela Cavalli
regia: Alberto Grilli
musiche originali e direzione musicale: Antonella Talamonti
collaborazione alla drammaturgia: Gigi Bertoni
foto: Stefano Tedioli
ringraziamo: Giovanni Nadiani per la traduzione in dialetto romagnolo, il Théâtre de l’Unité (Francia) per la strada che ci ha indicato
Realizzato con il contributo del Comune di Faenza, Regione Emilia Romagna
e il sostegno di CGIL Ravenna, CGIL Emilia Romagna e Fondazione Argentina Altobelli
durata: 1h
applausi del pubblico: 3′

Visto a Bologna, Laboratori delle Arti, il 3 maggio 2013


 

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