Onirico e rarefatto è lo Zio Vanja di Tuminas che conquista il pubblico

Zio Vanja di Tuminas

Zio Vanja

“Sentiremo gli angeli, vedremo il cielo cosparso di diamanti, vedremo tutto il male della terra, tutte le nostre sofferenze annegare nella misericordia che colmerà di sé il mondo, e la nostra vita diverrà quieta, tenera, dolce, come una carezza”.
(Anton Cechov)

A chiudere questa edizione del NTFI è stato lo “Zio Vanja” del regista lituano Rimas Tuminas, cui oggi torniamo perché spettacolo degno di nota. Ci avevano avvertiti che non sarebbe stata una classica rappresentazione di Cechov, e proprio per questo eravamo curiosi di vederla.

Ad attendere il pubblico napoletano è l’interno di una cucina rustica e spartana, con una cassapanca di legno polverosa, qualche sedia, un tavolo con sopra un samovar, e un lampadario sferico dalla luce calda e rarefatta, in tutto somigliante a una luna piena; sul fondo la statua di un grande leone disteso.


Attraverso un continuo altalenare di tradizioni teatrali diverse e difformi prende corpo la rappresentazione di uno dei testi cechoviano più conosciuti, qui in una versione del tutto originale, capace di coinvolgere il pubblico con ogni senso, in un’illusorea realtà onirica, sottilmente perturbante.

Nello scenario desolante che tratteggia l’opera, in cui l’incapacità di realizzare i propri desideri risucchia i personaggi in un’inquieta e apatica rassegnazione, si alternano gli accesi ed emozionanti soliloqui dell’avvilito e idealista Astrov, della visionaria e ingenua Sonja, e del disperato e solo Vanja, ricchi di passione, rabbia, amore e disperazione. Ogni oggetto scenico pare racchiudere in sé una vita, altra e indefinita, e i personaggi, incapaci di agire nella realtà e di modificarla, sembrano occupare lo spazio come meri e semplici oggetti, vissuti da una forza altra, che ne divora l’energia vitale.

In questo scenario realistico e simbolico allo stesso tempo, i moti d’animo dei personaggi sono resi ora attraverso piccoli e impercettibili gesti introspettivi – come lo strofinarsi le mani sulle ginocchia, lo stringere un cappello o una tazzina di thè -, ora amplificati dall’iperbolica azione circense, con voli e movimenti acrobatici, infine ironizzati e drammatizzati attraverso la farsa clownesca.

L’intero spettacolo è costruito su un dialogo continuo tra due forze contrapposte, la staticità e la dinamicità, dove i momenti di più profonda e deprimente inettitudine vengono resi attraverso una inquieta immobilità, con gesti solo accennati o suggeriti, respiri vaghi e impercettibili, e dove le sporadiche esplosioni di sentimenti ed emozioni si realizzano attraverso azioni acrobatiche ed ansimati respiri.

Se lo scopo del teatro è quello di provocare nel pubblico una sorta di allucinazione, lo “Zio Vanja” di Tuminas riesce pienamente in questa straordinaria impresa. All’arrivo della tempesta gli attori attraversano il palco quasi planandone la superficie, tra giravolte, piroette, corse e grida che si disperdono lontano nel fondale scuro, annientando ogni barriera percettibile tra palco e platea, tanto da aver l’impressione di star lì, tra le mura della cucina di Vanja, tramutata in un vecchio cortile di campagna, dove su un arruginito aratro Sonja solca il palco, sospesa in una spensierata corsa tra campi invisibili.
In questo scenario dall’alone rarefatto e onirico, lo spettatore ha davvero l’impressione di sentire intorno a sé l’odore della pioggia, mentre le musiche di Faustas Latenas, con dissonanze stridenti e tonalità basse e cupe, rendono in maniera strordinaria l’effetto sonoro di galline starnazzanti ed esplosioni di tuoni e fulmini che si disperdono in lontananza.

Un vento sottile, impalpabile, avvolge il pubblico quando Sonja con possanza e leggerezza, posseduta dall’amore per il dottore, si arrampica con maestria circense su un tessuto nascosto oltre la parete di quinta, e in questa vorticosa ascensione vibra interamente di passione per Astrov, trascinando nelle sue pindariche intermittenze del cuore lo spettatore, donando anche a lui la brezza di un volo liberatorio.

Zio Vanja di Tuminas

I protagonisti dello Zio Vanja di Tuminas

Attraverso la regia di Tuminas l’onestà e la purezza di Sonja si amplificano al punto tale da farle acquisire quasi un alone di santità. Serafica, visionaria ed eterea, è assorta nelle visioni di un “altrove” che la rapiscono d’improvviso, e nella sua presenza mistica e ultraterrena dissolve le esistenze grigie e inutili degli altri personaggi, che in un qualche modo, sporadicamente, si sentono sfiorati dalla presenza di questo “oltre”, che lei sola percepisce.

I momenti di maggiore inconcludenza dei personaggi vengono virati dal regista al registro dissacrante della farsa clownesca, restituendo con leggerezza tutto il potenziale della drammaturgia di Cechov, l’essenza stessa dell’intera opera. Così, Telegin e Astrov ubriachi, alle prese con una sega, trasformano la cucina di Vanja in una falegnameria, dando luogo a un piccolo sketch comico, ed è proprio attraverso la ripetuta e disastrosa azione di un clown che il regista lituano risolve la congenita vocazione al fallimento di Vanja, quando il protagonista cerca più volte di sparare al professore, mancandolo inevitabilmente.

Un senso di vuoto profondo aleggia ovunque sulla scena, reso con efficacia attraverso una scenografia composta da vecchi mobili consunti dal tempo e oggetti arruginiti ricoperti da una coltre di polvere, che amplifica l’aspetto di “alterità” rispetto al reale, rendendoli appartenenti a un passato irrimediabilmente perduto, rievocato e rimpianto più volte da Vanja.
Assieme agli attori, capaci di evocare essi stessi oggetti inanimati, questi mobili e oggetti irretiti in un tempo sospeso, intrisi di un sentore che li rende insieme familiari ed estranei, contribuiscono ad evocare uno scenario sottilmente inquietante.

L’invisibile tessitura delle note di Latenas, poi, amplifica ed accentua quest’atmosfera, a tratti sconcertante e allucinante, attraverso dissonanti tonalità dal ritmo lieve e accennato.

Onirico, comico e tragico insieme, lo “Zio Vanja” di Tuminas è un turbinio di contrastanti possibilità stilistiche, è un susseguirsi di situazioni portate all’estremo, e in questa estetica del parossismo, struggente e stridente, trascina il pubblico in una stupefacente rappresentazione del testo cechoviano, dove il rigore e la precisione nella costruzione delle azioni, nell’allestimento delle scene, nella resa di gesti e movimenti, assieme alle suggestioni sonore delle musiche e alla profondità delle interpretazioni degli attori, fanno di questo spettacolo un vero e proprio capolavoro.

Eccezionali gli interpreti, che attraverso corpo, voce e presenza danno vita ad interi scenari invisibili e variegati, rendendo il pubblico partecipe dei loro drammi, delle sconfinate solitudini, emozionando e trascinando gli spettatori in una dimensione onirica e rarefatta, in cui ogni gesto, parola, oggetto sembra pronto a dissolversi e scomparire, risucchiato da un nulla che avvolge e informa di sé lo spettacolo.

Zio Vanja
di Anton Čechov
regia: Rimas Tuminas
con: Vladimir Simonov, Anna Dubrovskaja, Jevgenija Kregzde, Marija Berdinskich, Ljudmila Maksakova, Sergej Makoveckij, Vladimir Vdovicenkov, Artur Ivanov, Jurij Krasov, Inna Alabina, Sergej Episev
scene e costumi: Adomas Yacovskis
musiche: Faustas Latenas
produzione: Yevgeny Vakhtangov State Academy Theatre

durata: 3h 10′
applausi del pubblico: 2′ 40”

Visto a Napoli, Teatro Mercadante, il 22 giugno 2014


 

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