Kilowatt 2017, Opera Sentimentale tra famiglia e rimpianti

Opera Sentimentale
Opera Sentimentale

“Il principio speranza” è stato di casa, dal 14 al 22 luglio, nella città di Piero Della Francesca, pronto a ricaricarsi di ben 15 (anni di) Kilowatt. Il festival di Sansepolcro ha visto anche quest’anno la direzione artistica di Lucia Franchi e Luca Ricci, con un invito per il futuro mutuato dal filosofo tedesco Ernst Bloch: “Mettere l’immaginazione al posto della paura”.

Come fondatori e motori della compagnia Capotrave hanno sposato appieno questo invito presentando, in prima assoluta al Teatro alla Misericordia, uno spettacolo con Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori: “La lotta al terrore”.

Molti sono stati gli spettacoli proposti come tentativi di ostracizzare la paura dell’esistere, di (non) appartenere a qualcosa o a qualcuno, prima di tutto a se stessi, e a ciò il cui retaggio ci è più vicino: la famiglia, la persona amata, la nostra gente e tutti i loro derivati.

Ci soffermeremo oggi sulla visione di due opere, una giunta a Kilowatt per sbocciare, l’altra già nata ma che deve trovare maggiore spazio di visibilità.

“Opera sentimentale” è il nuovo progetto di Matteo Angius e Riccardo Festa, in scena insieme al “one man band” Woody Neri, capace di spaziare da forme più canoniche di teatro a quelle più “ricercate”, fino a calcare gli altari mediatici di X Factor e Camera Cafè.

Dal palco ci accolgono tre porcellini, tre fratelli che, maschera suina in viso e bare/casette alle loro spalle, piangono dai microfoni in modo sempre più concitato e sospirato, quasi aspettando di poter emettere il soffio, “rubandolo” al lupo cattivo, per abbattere le pareti del loro mondo, claustrofobicamente immerso nel circolo vizioso della famiglia, qui riunita per il funerale del nonno, una famiglia Bradford che va a braccetto con David Lynch.

Scartato il dolore, e mossi i tre ad aggiustare il tiro della scena (che vede a lato e a vista computer e mixer su un tavolo, a cui si avvicineranno per miscelare gli umori di questa narrazione tra lo psicotico e il virtuoso), scende un telo bianco a tagliare lo spazio, che sarà in seguito riaperto. Sarà infatti epidermide emotiva e copertina del diario su cui proiettare video e capitoli in cui è diviso il testo di Camilla Mattiuzzo, giovane autrice vincitrice del bando NDN – Network Drammaturgia Nuova. Da lì compariranno e scompariranno, a fasi alterne e repentine, i protagonisti Angius, Festa e Neri, schegge impazzite di questo ballo in maschera dell’uomo contemporaneo senza qualità e direzione emotiva.

Esercizio di stile a tratti geniale per la prova d’attore dei tre interpreti, nel coro dei bravi ed efficaci Angius e Festa entra acuta la capacità di cambio di registri e strumenti di Neri (l’assolo alla chitarra e voce mentre scorrono le immagini oblique e stranianti del funerale è da applausi a tinte “nere”): se ne frega di essere fuori sincrono, di sbagliare i tempi, di apparire improvvisato; qui il principio ultimo della creazione è dare forma al disagio appiccicato volontariamente – come se si stessero ritagliando immagini da una rivista di moda e si incollassero nell’album stereotipi dei mali etici e sociali del nostro tempo.

Proprio questo può essere una forza, ma anche una grande debolezza, quando ancora si è ai primi passi e si deve trovare la quadratura anche dei toni e dei tempi con cui poter somministrare tutta questa massa, vomitata sì con bravura, ma che rischia di rimanere appunto un esercizio di stile se alle spalle non c’è quel vuoto, quella ferita, che pulsa ancora sangue vivo; quell’urgenza che deve essere proprio il fine ultimo della creazione, e che il testo della Mattiuzzo, nel suo elenco di situazioni e cliché, apparentemente non sembra avere interesse di graffiare, in questo imperfetto ma generoso tentativo di far pace con il silenzio dell’anima.

Valerio Malorni

Valerio Malorni

E’ quasi mezzanotte quando inizia la nuova prova maiuscola di Simone Amendola e Valerio Malorni: “Nessuno può tenere Baby in un angolo”, con Malorni ancora unico protagonista ad incarnare in modo vibrante i testi di Amendola, in una regia firmata da entrambi, come ne “L’uomo nel diluvio”, prima, intensa prova d’orchestra del duo.

Il benzinaio Luciano Schiamone, detto Lucio, deve fare i conti con la giustizia, che compare a tratti – ma è percepita per tutto il tempo – con la voce registrata di una donna che prenderà, strada facendo, i connotati dialettici della coscienza, sua e del genere umano. Come l’occhio del fascio di luci che cattura e insegue Lucio, ponendolo di fronte alle proprie responsabilità disattese, o meglio non ascoltate davvero.

Sarebbe potuto essere un giorno come tanti altri il suo, perso nel tran tran della routine lavorativa, se non lo avessero accusato di un barbaro delitto, quello della donna il cui corpo è stato rinvenuto decapitato, e per questo ancora non identificato, vicino alla pompa di benzina che gestisce.
Cercherà in tutti i modi di scagionarsi, Lucio, ma gli esiti saranno opposti: quanto dice verrà rimontato e viziato dalla colpa vista dagli altri, e forse, in fondo in fondo, anche da lui stesso…

Indossati i panni folklorici di uno spagnolo, in un “itagnolo” esilarante, Lucio cerca di dimostrare una serenità adeguata per poter trasmettere credibilità; fino a quando, nel vortice del canto dell’italo-scozzese Paolo Nutini e della sua “Iron Sky”, urlerà la propria innocenza frustrata, inascoltata, mentre la musica ne sovrasta le parole, e il vortice di suono e fumi che salgono intorno lo inghiotte, percuotendo gli spettatori: addosso la tuta da meccanico, a rivendicare il ruolo di brava persona, lavoratrice e cheta.
A poco a poco quella voce che non trova pace – nella parola così umana di Amendola e nell’interpretazione così urgente di Malorni – risale la china del frastuono che lo sovrasta, immerso in atmosfere da film noir, da romanzo poliziesco alla Chandler che incontra le borgate di Pasolini, fino a ritornare nell’ombra del silenzio.

Giustizia, senso di responsabilità, complicità per non aver agito, il tutto imbevuto di rimpianto: è questo il tappeto emotivo su cui scorre “Nessuno può tenere Baby in un angolo”, che sfiora temi di attualità scottante come il femminicidio.

Un lungo, meritato applauso (tra cui quello di Ermanna Montanari e Marco Martinelli, tra i protagonisti d’apertura di Kilowatt) abbraccia sul finale i due artisti, sulle note di “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco.

Si chiude così quello che è divenuto flusso di coscienza, capo d’accusa non solo di Lucio/Malorni, ma anche di ognuno di noi. Mettendosi per il momento a riposo, si (soc)chiude l’occhio di una giustizia superiore, che ha seguito le sorti di questo borghese piccolo piccolo, la cui “unica” colpa è stata non quella di amare, ma di non credere fino in fondo a quell’amore.

Opera Sentimentale
testo di Camilla Mattiuzzo
progetto registico Matteo Angius e Riccardo Festa
interpreti Matteo Angius, Riccardo Festa, Woody Neri
video Versus (Cristiano Carotti – Desiderio)
scenografia Caterina Guia
vincitore del bando NDN – Network Drammaturgia Nuova
prima assoluta

durata: 70’
applausi: 2’

 


Nessuno può tenere Baby in un angolo

di Simone Amendola e Valerio Malorni
con Valerio Malorni
scritto da Simone Amendola
collaborazione al testo Sandro Torella
regia Simone Amendola e Valerio Malorni
produzione Blue Desk
residenze produttive TAN Teatri Associati Napoli, Carrozzerie not Roma
con il sostegno di Festival Attraversamenti Multipli

durata 90’
appluasi: 3’ 30’’

 


Visti a Sansepolcro, Auditorium Santa Chiara, il 15 luglio 2017

Kilowatt Festival 2017

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