Orizzonti 14. Ancora Toscana per i festival estivi

Chiusi è lo scenario del Festival Orizzonti (photo: fondazioneorizzonti.it)

Chiusi è lo scenario del Festival Orizzonti (photo: fondazioneorizzonti.it)

Con la direzione artistica di Andrea Cigni, la Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi ha organizzato quest’estate un festival particolarmente vivace e articolato, dedicato alle nuove creazioni nelle arti performative.
Sotto il comune slogan “Tra mito e favola” si sono alternati, per dieci giornate di agosto, appuntamenti di teatro, danza, musica, opera, affiancati da laboratori, incontri, iniziative per ragazzi, mostre e proiezioni, proposte adatte ad un pubblico diversificato, dal turista di passaggio all’appassionato di teatro, arte, letteratura.

Alcune delle performance in programma si sono amalgamate con i luoghi della città etrusca, sfruttandone il fascino e la suggestione: è questo il caso delle “VisitAzioni” di Paolo Panaro.
“Il viaggio di Ulisse”, “Il racconto di Enea”, “La follia di Orlando”, testi adattati e narrati dal bravo attore, prendono corpo in location significative come il lago di Chiusi, il Museo Etrusco e quello Civico.
I sotterranei del Museo Civico ospitano ad esempio la narrazione dell’Eneide, opportunamente ridotta: dopo una breve introduzione, Panaro seleziona alcuni momenti salienti della storia, concentrandosi in particolare sul libro VI, quello della discesa agli Inferi.

Il percorso della performance itinerante, negli stretti cunicoli circondati da urne funerarie, acquisisce così una sfumatura particolarmente suggestiva. Lo spazio non è forse sfruttato in tutte le sue potenzialità, ma ad animarlo bastano la presenza scenica e la maestria “oratoria” di Panaro, attore di impostazione classica in grado di dar vita a un personaggio, a un paesaggio, a una battaglia grazie a una voce calda e avvolgente, sapientemente modulata nei toni e nel volume, e ad un gesto calibrato, eloquente, mai eccessivo.
Una performance piacevole e interessante, che si avvale di un linguaggio aulico e solenne, ma sempre facilmente comprensibile, capace di rendere più accessibile il capolavoro virgiliano senza per questo svilirlo. Unico neo: la durata troppo breve e la chiusura un po’ brusca.

Lo stesso Panaro è anche conduttore di uno dei laboratori del festival, quello dedicato al teatro di narrazione: attraverso un percorso di lavoro sulla vocalità e sul gesto e di analisi del testo (“La gatta Cenerentola” di Basile è quello scelto per l’occasione), l’attore introduce ad un gruppo di allievi di tutte le età l’arte di raccontare con la voce e con il corpo.

La maggior parte degli spettacoli si concentra nella programmazione serale, che prevede diversi spazi: il palco in piazza Duomo, il Teatro Mascagni, il bellissimo Chiostro di San Francesco.
Non mancano le novità, come il curioso dittico formato da “Pierrot lunaire” di Schönberg e da “Gianni Schicchi” di Puccini, in un nuovo allestimento, l’anteprima nazionale “Macbeth su Macbeth su Macbeth” della Socìetas Raffaello Sanzio e molte prime nazionali (realizzate in co-produzione con la Fondazione Orizzonti d’Arte), tra cui, per citarne alcune, “Enter Lady Macbeth” di Simona Bucci, “Col tempo” di Virgilio Sieni, “I giganti della montagna” di Fortebraccio Teatro e “Jackie e le altre – un altro pezzo dedicato a Elfriede Jelinek” di Teatri di Vita.

Quest’ultimo spettacolo, con la regia di Andrea Adriatico, si inserisce in un progetto più ampio sulla scrittrice austriaca, premio Nobel per la letteratura nel 2004. “Jackie e le altre” è infatti la seconda tappa di una trilogia che ha visto il suo debutto con “Delirio di una trans populista”, andato in scena a Bologna lo scorso 25 giugno, e che si concluderà con “Un pezzo per Sport”.
La produzione delle tre performance, a cura di Teatri di Vita, è sostenuta anche dal festival Focus Jelinek, che si terrà in dieci città dell’Emilia Romagna da ottobre 2014 fino a marzo 2015.

In questo lungo arco di tempo sarà possibile conoscere e approfondire, sotto diverse forme e interpretazioni (spettacoli, incontri, letture, pubblicazioni e proiezioni), l’opera omnia dell’autrice, dal teatro ai romanzi ai testi non ancora tradotti in italiano. Il festival sarà realizzato grazie al contributo di più artisti e si articolerà negli spazi culturali delle diverse città coinvolte.

Il progetto, ci spiega il direttore artistico Elena Di Gioia, nasce perché «nonostante il Nobel e i tanti premi ricevuti in area tedesca, la Jelinek non è ancora conosciuta in Italia, se non per il film “La pianista”, tratto da un suo romanzo, con la regia di Michael Haneke». Il festival si propone dunque di dare adeguata visibilità ad un’autrice «dalla scrittura abrasiva, capace di smontare la rappresentazione della realtà lavorando soprattutto sul potere, mostrando come questo si compone e si alimenta».

Al Festival Orizzonti anche Teatri di Vita (photo: fondazioneorizzonti.it)

Al Festival Orizzonti anche Teatri di Vita (photo: fondazioneorizzonti.it)

Anche il testo su Jacqueline Kennedy Onassis può essere considerato una riflessione sul potere, analizzato nelle sue diverse sfaccettature. Il potere politico, il potere dell’uomo sulla donna, il potere della ricchezza, il potere della forma, che la signora Kennedy si illude di poter creare e dominare, quando invece ne è forse la prima vittima.

In questo lungo monologo interiore alcuni episodi della vita pubblica e privata dei Kennedy vengono utilizzati come “trampolini” per lanciarsi in un’amara riflessione filosofica, di cui è possibile rintracciare pochi punti cardine, riproposti però in modo quasi ossessivo: il ruolo passivo ma condizionante dell’opinione pubblica, gli stereotipi femminili inesorabilmente determinati dalla società, la morte e il suo mescolarsi con la vita, la dicotomia tra “forma” e “luce”, tra artificio e natura.

Particolarmente insistite le metafore sull’abbigliamento: è la stessa Jackie a raccontare come sia riuscita a fare di sé una perfetta icona di stile, a rendere ineccepibilmente sottile il proprio punto vita, a collezionare abiti eleganti e adatti alle più diverse occasioni mondane ed eventi politici, fino a diventare lei stessa “abito”. La magrezza femminile come fonte di potere, ma anche come prigione, il contrasto tra la luce naturale emanata da Marilyn Monroe e la costruita stilizzazione incarnata dalla first lady, il particolare raccapricciante del cranio di John Kennedy raccolto dalla moglie sul raffinato tailleur rosa: concetti e immagini di sicura efficacia che però, riproposti continuamente, finiscono per perdere parte della loro forza.

Un testo, dunque, che ha il merito di indagare, dalla particolare prospettiva di una figura così complessa e affascinante, i molteplici e più o meno sottili condizionamenti subiti – ieri come oggi – dalle donne, ma che non riesce a coinvolgere e convincere pienamente.
Gli stessi limiti si possono riscontrare nella messa in scena, che appare ridondante e didascalica, non del tutto in grado di sviluppare elementi che pure potrebbero risultare stimolanti. Il regista sceglie di scomporre il personaggio di Jackie in quattro figure femminili identiche, tutte impeccabilmente abbigliate con abito nero, sciarpa fucsia, décolleté, parrucca a caschetto e cappellino.

Le quattro attrici – Anna Amadori, Olga Durano, Eva Robin’s e Selvaggia Tegon Giacoppo – sono tra loro diverse per età, voce, corporatura: questo potrebbe indicare una sorta di universalità nella storia infelice e nelle spietate riflessioni di Jackie Kennedy. Idea suggerita anche dall’occasionale contatto con il pubblico e dal suo parziale coinvolgimento: le quattro first lady arrivano dalla platea, per poi posizionarsi su quattro cubi bianchi posti sotto il palco, dopo i saluti finali passano di nuovo tra gli spettatori e nella prima parte dello spettacolo conducono quattro donne del pubblico al centro della scena per una breve performance basata su un gioco di immedesimazione.

Ma questi tentativi di comunicazione appaiono come lasciati a metà, non portati avanti fino in fondo: finiscono per restare soffocati nella voluta monotonia di una recitazione consapevolmente distaccata, asettica, basata su una dizione scolpita ma priva di punte espressive, su movimenti lenti e innaturali, su pose plastiche, quasi statuarie, che sembrano non riuscire a trovare una propria intrinseca armonia.
La dichiarata adesione di Jackie a una perfetta e sclerotizzata formalizzazione trova così una rappresentazione fin troppo letterale ed esibita, accompagnata da un impianto scenico scarno e da un video che sottolinea ogni momento della narrazione con immagini, scritte o fotografie esplicative.

Il regista, nelle sue note sul progetto Jelinek, non nasconde le difficoltà che il tentativo di mettere in scena le opere della scrittrice austriaca inevitabilmente comporta: «I personaggi di Elfriede Jelinek non sono altro che corpi che danno parole. Cercare di “rappresentare” questi testi credo produca un fallimento».
Ad Andrea Adriatico va quindi riconosciuto il merito di essersi cimentato con un’impresa tutt’altro che facile e dai risvolti potenzialmente interessanti; un plauso va anche alle quattro protagoniste, che hanno saputo svolgere il loro arduo compito con puntuale professionalità.

Per la prima volta ad Orizzonti, possiamo testimoniare come a Chiusi ci si trovi immersi in un’atmosfera piacevole e accogliente, grazie all’entusiasmo e alla competenza del giovane staff, al notevole lavoro organizzativo e al grande sforzo produttivo, elementi che hanno permesso di creare un variegato ventaglio di proposte di mezza estate.

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