Korsunovas torna a Shakespeare e presenta un Hamlet senza via d’uscita

Hamlet
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Hamlet (photo: teatrodiroma.net)

Giovanna Marinelli, rampante direttrice artistica del Teatro di Roma, gioca la carta internazionale, calando un paio di assi a testimonianza dello sguardo internazionale del Teatro Argentina, che da oggi al 25 gennaio aprirà le porte a Oskaras Korsunovas e a Steven Berkoff.

Se il secondo è una sorta di eclettico monstrum della drammaturgia, della regia e della recitazione statunitense contemporanea, il primo è un vero e proprio enfant prodige. Premio Fringe First all’Edinburgh International Theatre Festival del ’91 quando, alla tenera età di 22 anni, debuttò con la pièce di Aleksandr Vvedenski “Here to be there”, il lituano Oskaras Korsunovas ha ormai creato un proprio stile, che in Europa e nel mondo non ha mai smesso, da quell’esordio, di destare interesse.

Uno stile crudo eppure esteticamente attento, speculativo eppure legato alla presenza scenica. Del lavoro mastodontico del connazionale Eimuntas Nekrosius su di lui resta traccia come una macchia si affeziona al cotone, lasciando un alone che poco a poco scompare alla vista, ma c’è. Nel 2005 Korsunovas aveva proposto un complesso “Romeo e Giulietta”, quest’anno torna con uno Shakespeare che è alla base di tutto, “Hamlet”.

E noi, proprio all’alba dell’anno in cui Vilnius è stata nominata capitale europea della cultura, abbiamo ascoltato il regista quarantenne, in conferenza stampa, raccontare generosamente, in un lituano sommesso e misurato, il percorso che ha portato lui e il suo OKT (Oskaras Korsunovas Theatre) a misurarsi con la complessità fondamentale della tragedia del principe di Danimarca. Presentato al Teatro di Roma in prima nazionale, “Hamlet” ha appena debuttato. “E siamo pieni ancora di questa emozione creativa”, esordisce il regista. A dieci anni dalla fondazione della compagnia, Korsunovas e i suoi attori hanno voluto “rispondere alle nostre domande essenziali”.

“Per me Amleto è un dramma della coscienza”, spiega Korsunovas venendo subito al punto e precisando che si tratta, nella sua visione, di una “tragedia della coscienza. Amleto ha un confronto molto forte con la propria coscienza, ma anche gli altri. L’unico a non affrontare un reale confronto con la propria coscienza è Polonio, che non fa in tempo perché viene ucciso prima. Però riesce a dare un consiglio a Laerte” che, secondo il regista lituano, racchiude gran parte del messaggio della tragedia stessa: “L’importante è non mentire a se stessi”.

Quello dell’OKT con “Hamlet” è dunque “un incontro con la coscienza”, il mezzo per “rispondere a domande essenziali: chi sono io e che cosa sono anche in rapporto alla società”. “Ho 40 anni – dirà poi Korsunovas – e forse ho raggiunto il momento in cui voglio delle risposte per me stesso”. Motivo per cui, almeno all’inizio, il lavoro non puntava a una metafora sociale della condizione di Amleto. Invece, nei due anni di studio e messinscena, il tutto ha avuto modo di divenire molto attuale. “Ho in mente le varie crisi economiche in cui, ora è chiaro, dobbiamo vedere anche una crisi dei valori. Amleto dice ‘C’è qualcosa di marcio in Danimarca’. Due anni fa in Lituania era facile rispondere alla domanda chi sei? semplicemente guardandosi in uno specchio. Ora non più. E il mio “Hamlet” parla anche di questo”.

In quei due anni di produzione Korsunovas dice di aver voluto proprio attendere pazientemente, in sede di prova “il momento in cui riuscissimo a rispondere alle domande, a quelle domande”. Riprendendo le parole di Amleto stesso aggiunge: “E’ passato del tempo prima che noi per primi riuscissimo a non mentire più a noi stessi”.
Il punto di partenza del lavoro, racconta il regista, è stata un’illusione, quella di poter interpretare egli stesso il ruolo di Amleto. “Creare il personaggio di Amleto è possibile solo mettendosi a confronto con se stessi. Non è possibile proprio recitare quel ruolo, ma mettersi a confronto con la propria coscienza forse sì”. Lo spettacolo comincia infatti proprio con la domanda: chi sei tu? “Forse proprio per via di questa domanda intima, il nostro approccio prima di tutto è stato intimo”. Senza pensare troppo in grande, “abbiamo solo portato il camerino sul palco”. Le scenografie, opera dello stesso Korsunovas insieme alla costumista Agne Kuzmickaite, puntano molto sul gioco di specchi che, nell’interpretazione del maestro lituano, muove l’intera drammaturgia di “Hamlet”. Così in scena gli attori compaiono di fronte a una fila di specchi da camerino.

“Da dove inizia il teatro? Al bar? Nel foyer? Dove? Secondo me comincia e termina nel camerino. Proprio nel momento in cui l’attore si guarda e, attraverso se stesso, vede il personaggio. È quello il momento essenziale del teatro, momento miracoloso in cui l’attore vede se stesso e l’altro in se stesso. C’è una battuta in cui Amleto dice a Polonio: conoscendo gli altri conoscerai te stesso e viceversa. È quello che accade all’attore nel camerino, quando conosce se stesso attraverso il personaggio e viceversa. Questo momento è stato il nostro punto di partenza e la nostra soluzione”. E in effetti, fa notare Korsunovas, la parola specchio si ripete spesso nel testo di Shakespeare. Amleto dice ai suoi attori: “Recitate come recitereste davanti a uno specchio”. Così come il principe, fingendosi pazzo e urlando il proprio dolore per la corruzione del potere e della carne, grida alla madre traditrice Gertrude di volerla mettere di fronte a uno specchio che ne mostri lo scandalo.

Per concludere, Korsunovas mette l’accento sull’altro concetto fondamentale che, nella sua regia, il testo vuole portare alla luce, quello della verità. La metafora – poi usatissima – della trappola per topi, è un punto fondamentale. “Nella scena della mouse trap Amleto tenta, attraverso il teatro, di capire se quello che crede sia vero o no, se sia vero o no quello che ha detto lo spettro del padre. Da questo si può concludere che quello che per Amleto e Shakespeare è il teatro è per loro una trappola per topi. Anche per me il teatro è stato la trappola in cui sono entrato per mettermi nella condizione di captare certe cose. In questi anni cercavo continuamente di capire, di individuare, di comprendere la realtà intorno a me. Io ci ho visto proprio la soluzione del mio lavoro. Per questo il nostro spettacolo è ambientato proprio in un teatro. È un modo di capire, di comprendere la realtà. Il teatro è ricco di attualità, specialmente nelle risposte che è in grado di offrire. Come fosse, per il pubblico, una trappola che svela la realtà.

Tornando ad Amleto, la cosa divertente ma anche tragica è che in quella trappola cadono sì Claudio e tutti i ‘cattivi’, ma soprattutto Amleto, che dopo questa scena capisce che morirà”. Secondo Korsunovas, nel momento in cui, grazie a quella trappola per topi, Amleto svela il complotto di corte, si scava la fossa da solo, comprendendo che quella rivelazione non interromperà “il ciclo di sangue che, da quando Caino uccise Abele, unisce gli eventi”. Anzi, lo prolungherà aggiungendo vittime.

A costo di divenire impopolare, di essere bollato come fatalista, il regista lituano dichiara seccamente: “Noi non pensiamo ci sia una via d’uscita. Se Shakespeare la offre, noi no”. Tant’è che, in tutta questa forsennata ricerca della verità, nemmeno il buon Orazio ricopre un ruolo di totale integrità: sarà l’unico testimone lasciato da Amleto come conferma delle ingiustizie subite, eppure quello di Orazio non sarà che il racconto di quelle ingiustizie. Racconto che, per definizione, presuppone una interposta persona, nelle cui parole è latente il pericolo della corruzione del messaggio. “Orazio non è un amico ma uno storico che racconta la propria versione – osserva Korsunovas – Per tutto il mondo Amleto sarà solo un principe pazzo. Orazio sa che Amleto recitava. Il principe lascia queste verità all’amico, ma si rende conto proprio che non è detto che lui sarà di buona coscienza. È una tragedia lasciare la propria verità. Ancora una volta quindi quella verità non c’è, ci si può solo rispondere da soli”.
E con questa riflessione Korsunovas si riallaccia a quella che è la tematica principale del suo teatro, della sua estetica, quella della supremazia del tempo presente. “Dopo il suo monologo essere o non essere Amleto comprende che a vincere è il presente. Lui solo possiede la coscienza delle verità, ma soltanto quelle relative al presente e nessun Orazio potrà trasmettere quelle verità nel futuro”.

Denso e profondo, quindi, questo incontro con Oskaras Korsunovas, pronto a presentare il nuovo lavoro, in cui sembra forse mancare una traccia di speranza, ma che di certo dimostra chiarezza speculativa e un’indubbia potenza espressiva.

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