Othello (Bye Bye): un Moro tragicomico e olandese a Parigi

Dood Paard

I Dood Paard a Parigi

All’ingresso del foyer, nella brulicante rue de la Roquette, a pochi metri da piazza della Bastiglia, c’è già la fila. Al Théâtre de la Bastille, nel centro di Parigi, à l’affiche c’è “Othello (Bye Bye)”, pièce di teatro dell’assurdo per attori e imprevisti, concepita dalle menti terribili della compagnia olandese Dood Paard.

Il loro nome, in olandese, significa “cavallo morto”. Nata nel 1993, ad Amsterdam, dagli estri febbricitanti di tre attori, e sotto l’egida di nessuna scuola o autorità riconosciuta, la compagnia ha scelto questo nome per incarnare la sua doppia visione: l’oscurità della morte e l’energia del cavallo.
Ogni gesto è studiato per calarsi nella realtà, nel tentativo costante di comunicare con il presente, per veicolare visioni e utopie che facciano da vero e proprio antidoto alla banalità delle reazioni quotidiane. E ciò che segue lo dimostra.

A metà strada fra teatro e metateatro, qui non c’è sipario, non c’è campanella che segnali l’inizio dello spettacolo. Lo stesso debutto è incerto, e non si riesce a capire se ci si trovi già dentro una finzione o se questa debba ancora cominciare.


Un ragazzo dello staff annuncia che lo spettacolo inizierà con un po’ di ritardo perché uno degli attori non è ancora arrivato. Il pubblico si accomoda sulle poltrone e aspetta inebetito davanti a una scenografia scarna, fatta di un piedistallo di legno al centro e una scrivania a margine.

Le luci si abbassano. Inizia una lettura a ritmo lento da parte dell’unico “moro” in scena, l’attore Mokhallad Rasem, dalla pelle scura e i neri capelli arruffati, che legge in arabo la storia del ritrovamento di Desdemona. Il ritmo rallenta finché non irrompe sulla scena un biondo smilzo, che farfuglia scuse in inglese e francese al pubblico, giustificando il ritardo per ragioni personali: “Sapete, la vita qui…”, per poi denudarsi sulla scena e indossare una calzamaglia.

Dal piedistallo di legno, unico vero sipario, viene fuori il secondo attore. Bianco, calvo, basso. Adesso la pièce può avere inizio. Che il nome, tuttavia, non tragga in inganno. Di teatro in senso rinascimentale qui non c’è quasi nulla. Otello non è certo di casa.
Il personaggio del Moro di Venezia è completamente decostruito dai due attori in equilibrio, che da soli interpretano tutti i volti e le voci della tragedia, con l’aiuto di foulard e aggiustamenti vocali.

Il quadrato in legno fa da cornice allo spettacolo, trasformandosi, di scena in scena, in campo di battaglia, camera da letto, ufficio e vaso di Pandora, dal quale sono tirati fuori tutti gli altri oggetti e complementi.
Otello, biondo e smilzo, e Iago, basso e calvo, si dividono i compiti e orchestrano la tragedia, passando dalla poesia allo slang, dal gergo al linguaggio scespiriano dell’opera, mettendone in scena una versione mai così rivoluzionata, pur restando vicino all’originale.
Tutti i personaggi sono interpretati nel loro lato più meschino e basso. Se “Otello” è in fondo il racconto della caduta di un eroe, qui non ci sono eroi, ma solo due uomini che prendono sulle spalle il fardello di una tragedia e, con sudore e fatica, lo rivoltano.
Il Moro, grande conquistatore arabo sbarcato a Venezia, si lascia corrompere da pettegolezzi ben poco onorevoli; colonna dai piedi d’argilla, sfocia nel ridicolo della piccolezza umana.

Resta al centro della pièce il tema della gelosia, della meschinità di Iago, che si mescola al razzismo, al politically correct, alla diplomazia ipocrita sotto forma di intrighi di corte, perché Otello, in quanto “Moro”, è ormai designato e non può sbarazzarsi dall’etichetta di individuo poco affidabile, violento, assassino.

Il risultato è un duetto farsesco, per due attori e più voci, un dialogo polifonico che non risparmia rumori forti, movimenti del corpo grotteschi, spesso volgari, sputi, mezzi denudamenti e altre simili facilonerie che paiono troppo voler strappare una risata, e questa è forse l’unica pecca della rappresentazione.

Si scivola dal teatro al metateatro, senza preavviso; lo spettacolo s’interrompe e i due interpreti si scambiano consigli sul tono della voce o sulla postura da tenere davanti alla platea. L’impressione è quella di un approccio nervoso al testo, quasi schizofrenico, dove la personalità degli attori non può fare a meno di interagire con quella dei personaggi.
Impeccabile la trovata finale. Con il tecnico delle luci, l’unico vero arabo, che insorge e minaccia i due attori: “La vostra commedia non mi piace” esplode, con un coltellino in mano.
Sarà lui il vero Otello, estenuato da una ridicola farsa sul razzismo interpretata da due bianchi?

Othello (Bye Bye)
regia: Kuno Bakker, Gillis Biesheuvel, Mokhallad Rasem (Dood Paard Company)
testi: William Shakespeare
con: Kuno Bakker, Gillis Biesheuvel, Mokhallad Rasem

durata: 1h 45’
applausi del pubblico: 2’ 30’’

Visto a Parigi, Théâtre de la Bastille, il 16 ottobre 2013

 

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