Pa|Ethos. L’ontologia danzata di Sang Jijia, tra oriente e occidente

Pa|Ethos (photo: Corrado Falsini)

Pa|Ethos (photo: Corrado Falsini)

Ispirato a due dei concetti base della retorica aristotelica – Pathos ed Ethos – che insieme a Logos rappresentano i punti cardini della comunicazione, “Pa|Ethos” è il nuovo lavoro di Sang Jijia, presentato in prima assoluta al Teatro Era di Pontedera per l’apertura del festival Fabbrica Europa.

 La performance è suddivisa in due parti, incentrate su ciascuno dei due concetti aristotelici, eseguite prima dagli allievi della Scuola di Teatro Paolo Grassi (che incarnano l’Ethos) e poi dallo Spellbound Contemporary Ballet (a cui è assegnato il Pathos).
L’intento del coreografo è quello di sottolineare i due diversi modi di approcciarsi al linguaggio. La prima parte indaga quindi le regole e gli equilibri che dominano la vita sociale, il vero e proprio codice deontologico dei rapporti, mentre nella seconda il corpo diviene un puro tramite delle emozioni, e i movimenti ne rappresentano il veicolo per poterle liberare.

E’ nel legame tra questi due concetti che sta la vera natura dell’uomo, tra esteticità ed eticità dell’esperienza, e Sang Jijia sembra voler restituire tutte le tensioni di un’anima nuda alle prese con il linguaggio.
Tibetano di origini nomadi (destinato in origine a diventare un monaco buddista), Sang Jijia si distacca in parte dal proprio background, aspirando alla maggiore libertà della ricerca e della sperimentazione coreografica tipicamente occidentale (per alcuni anni ha studiato con Forsythe), senza sottrarsi ai canoni di un’estetica orientale che, arricchita di nuovi elementi, diviene di ispirazione occidentale.
Le luci di Marco Policastro e le proiezioni di Luca Brichi e Roberta Zanardo di Santasangre rendono la scenografia mobile, altrimenti composta unicamente da un fondale di pannelli bianchi. A rendere l’atmosfera ancora più electro-minimalist è il beat elettronico di Dickson Dee, compositore d’avanguardia che spazia dall’elettronica al new classical, passando per l’industrial noise.
Il primo gruppo di danzatori (una decina di elementi vestiti di grigio) riempie la scena eseguendo i movimenti con esattezza e versatilità, instaurando relazioni che potrebbero essere tra amanti, amici, fratelli o antagonisti. La coreografia crea un reticolo di attese che funziona per immagini.
I quadri si ripetono, a simboleggiare la ripetitività dei meccanismi che dominano le relazioni. Danzano secondo una grammatica che si dà un ordine, si slegano e si tengono fissandosi sulle sospensioni e sulle pause, mettendo in evidenza la punteggiatura piuttosto che un simbolico vocabolario.
La tecnica e il rigore compositivo vanno però a scapito dell’espressività, che risulta forse ancora un po’ acerba nei giovani interpreti, e la comunicazione, che dovrebbe essere oggetto della danza, finisce per essere calata in un contesto dove alla fine è la musica il vero elemento narrativo.
La scena diviene ancora più ineffabile e cupa nella seconda parte, più ricca di proiezioni (perlopiù a terra) che chiudono i danzatori in gabbie virtuali, o in cerchi che sembrano rendere visibile la loro aura, o ancora in quadri che contengono le ombre dei danzatori come se ne avessero catturato le anime.
I danzatori dello Spellbound hanno i volti mimetizzati da un trucco bianco simile a maschere. E’ il corpo il vettore delle emozioni, e si esprime in un carosello di stati d’animo: tenerezza, inquietudine, tensione, rabbia.
L’ordine e la grammatica della parte precedente si smaterializzano, sottolineando il legame tra un danzatore e l’altro, e tra il dentro e la sua proiezione.
E’ una danza costringente, fatta di dislocazioni, di curvature e di membra che si tendono come archi. Ancora una volta però è la potenza della musica a dominare la performance da un punto di vista comunicativo, suggerendo – se non dettando – i vari stati d’animo, mentre la danza, per quanto esteticamente perfetta, non sembra andare al di là di un qualcosa già visto.
Il lavoro di Jijia può sembrare un tentativo di ripulire in qualche modo le menti dello spettatore, liberandolo da influenze e condizionamenti. Viene però da chiedersi quanto lo stesso coreografo sia riuscito a farlo e quanto invece subisca ancora le ascendenti della propria formazione.
PA|ETHOS
coreografia: Sang Jijia
compositore  Dickson Dee
live video artists: Luca Brinchi e Roberta Zanardo / santasangre
disegno luci: Marco Policastro
costumi: Giuseppina Maurizi
assistenti alla coreografia: Yanan Yu e Adriana De Santis
produzione:
Fabbrica Europa per le arti contemporanee
Fondazione Milano Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi
Spellbound Contemporary Ballet
Marche Teatro – Danza alle Muse
Bejing Dance Festival
Guangdong Dance Festival
partner per la residenza di creazione:
Fondazione Teatro della Toscana
Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera
(I parte)
danzatori:
Francesca Bugelli, Pierluigi Castellini, Donato Demita, Liber Dorizzi, Elena Fontana Paganini, Giovanfrancesco Giannini, Helena Mannella, Sara Paternesi, Filippo Porro, Yanan Yu
durata: 20’
applausi del pubblico: 1’ 30’’
(II parte)
Maria Cossu, Mario Laterza, Giuliana Mele, Claudia Mezzolla, Giovanni La Rocca, Cosmo Sancilio, Yadira Rodriguez Fernandez, Violeta Wulff Mena, Fabio Cavallo
durata: 40’
applausi del pubblico: 2’ 50’’
Visto a Pontedera, Teatro Era, il 9 maggio 2015

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