Panorama. L’identità secondo Motus

Panorama (photo ©Theo Cote)
Panorama (photo ©Theo Cote)

Ancora freschi di “Excelsior” di Salvo Lombardo, spettacolo politico nel metodo (l’analisi), come nel contenuto, ci affacciamo a un’altra proposta di Romaeuropa che punta dritta a parlare dell’oggi con uno sguardo preannunciato critico e tagliente.
Progetto internazionale quanto altri mai, “Panorama” di Motus è stato preparato tra l’Italia, gli Stati Uniti e la Corea del Sud, ed è popolato da energie creative di tutto il mondo: dalla storica sede newyorkese de LaMaMa di Ellen Stewart ha prelevato gli attori della sua Great Jones Repertory Company; nel Seoul Institute of Arts ha potuto invece confrontarsi con tecnologie digitali avanzatissime e sperimentazioni di software per la gestione video da portare direttamente in scena.
“Panorama” vuol essere un lavoro plurale e molteplice, in tutti i sensi, e anzi potremmo dire che fa del mescolamento la sua cifra stilistica.

Tutto in scena è esplicitamente, ostentatamente contemporaneo, e ha un allure tecnologico: nessuno spazio di finzione e nessuna ricerca di eleganza. In scena un organismo digitale è posto su due tavoloni tecnici, a destra e a sinistra, pieni di consolle e laptop con tanto di microcamere per la presa diretta su schermi verticali tipo cellulare, orientati faccia al pubblico, in cui compariranno i volti degli attori – quando non sono al centro della scena – e altri oggetti.
Il fondale di proiezione all’occasione è utilizzato come green screen per le sovrapposizioni di immagini live su fondali preesistenti, e la musica di scena è essa stessa live, con Heather Paauwe al violino elettrico sostenuto da un “continuo” elettronico.
Tutto ciò si affianca a una costruzione della drammaturgia come un continuum in cui riconoscere le saldature diviene minuto per minuto più difficile.

Il tema trattato è l’essere stranieri, la diversità nel senso del provenire da un altrove, quale che sia, e il diritto di ciascuno alla ricerca (di sé?) anche e soprattutto attraverso lo spostamento fisico, geografico, la rescissione e l’istituzione di rapporti umani.
Lo spunto è un gruppo di interviste che alcuni degli attori della compagnia, tutti immigrati, hanno rilasciato a mo’ di provino per partecipare allo stesso spettacolo, e in cui sono stati sottoposti a domande che hanno dell’introspettivo: «Chi sei?», «Qual è il significato più forte del termine ‘lontano’, secondo la tua propria esperienza?», «Ti sei mai perso?» ecc.


Il problema è dunque già sul piatto: l’identità, a partire dal nome proprio di ciascuno, dai caratteri che lo compongono, dalla pronuncia, dal significato, dalla scelta dello pseudonimo.
Così, dopo un piccolo trabocchetto iniziale, in cui gli attori recitano le risposte date da altri, scorrono sul palco e sugli schermi le storie più disparate: l’attrice turca che si è inimicata un paese per le sue scene di nudo in un film; la spogliarellista-attrice off di origini vietnamite Maura Nguyen Donohue e le sue esperienze a New York, lei che da bambina vi ha seguito la madre, innamorata di un soldato americano; l’afroamericana Valois Mickens e la complessa pronuncia del suo nome; il coreano eugene the poogene, dallo pseudonimo accuratamente cesellato, sin nella scrittura con tutte minuscole, e John Gutierrez, la cui fuga dal Bronx ha lo stesso sapore di un viaggio intercontinentale. Sono sette in tutto.

Ogni momento, fatto di esperienze personali, di brevi sermoni sfumati di politica o di filosofia autoctona, è perfettamente legato col successivo, e ciò fa sì che il pubblico sia trascinato sulla strada spianata di questi legami come una musica su cui sia impossibile non battere il ritmo, e senza che ci si possa rendere conto di dove ci si trova: ma qui sta il problema! Di cosa si sta trattando? Non si ha il tempo di prendere le misure adatte ad attivare uno sguardo meditato sulle esperienze, che darebbe loro un senso. Uno sguardo critico, politico.

Insomma, mentre lo spettacolo rutilando tende sempre più verso uno smagliante estetismo, più contemporaneo del contemporaneo, e il ritmo cresce fino a fondere le diverse storie in una sorta di sinfonia dell’oggi (occidentale, newyorkese, però), composta in una drammaturgia senza giunti visibili, che trascolora agile da un momento al successivo, mentre accade tutto questo, noi osserviamo muti.
È proprio in questa facilità oliata e scorrevole, senza appigli, che proclama improvvisamente la rinuncia all’analisi. Una facilità ottenuta grazie anche a un uso spigliato del materiale umano, adoperato per costruire un percorso puramente tecnico/formale in cui a un’esperienza personale se ne innesta una seconda, a un corpo si sostituisce un altro corpo, per giungere a un’esperienza di fruizione nella quale sia dolce perdersi. Le storie sono solo lo scheletro rivestito della bella carne della scena.

E va aggiunto dell’altro. Se in altri tempi, più manichei, si sarebbe detto «non dare una risposta individuale a un problema collettivo», oggi potremmo specificare che il soggettivismo di (queste) storie, se pure ci si sforzasse di estrarle dall’amalgama strutturale per il quale sono utilizzate, e che vorrebbe aspirare ad essere descrizione per sineddoche della contemporaneità, nei fatti rivela invece un tenero ‘qualunquismo della simpatia’, un appello implicito a un generico modello melting-pot, un’interpretazione social friendly dei casi umani, racchiudibile comodamente nello spazio di uno schermo da smartphone. È, in definitiva, di nuovo, assenza di giudizio. Incapacità di fare quel salto all’indietro sul piano dell’interpretazione che a Salvo Lombardo era invece riuscito in pieno, e che permette di fornire lo slancio indispensabile a spingersi, finalmente, in avanti.
“Panorama” è un lavoro trascinante, sapientemente costruito, ma non è uno spettacolo politico, a dispetto delle pretese. Niente di male, per carità. È un riuscitissimo e aggiornatissimo spettacolo ‘borghese’, che tiene incollati alle poltrone, e fa molto piacere vedere.

PANORAMA
ideazione e regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
drammaturgia Erik Ehn e Daniela Nicolò
con gli attori della Great Jones Repertory Company (Maura Nguyen Donohue, John Gutierrez, Valois Marie Mickens, eugene the poogene, Perry Yung/Richard Ebihara, Zishan Ugurlu)
musiche Heather Paauwe
assistenza alla regia Lola Giouse
sound design Enrico Casagrande
light design Andrea Gallo e Daniela Nicolò
video design USA CultureHub NYC con Sangmin Chae
video design Europa Paride Donatelli and Alessio Spirli
visual project Bosul Kim e Seung Ho Jeong
allestimenti Damiano Bagli
direzione tecnica Paride Donatelli produzione Elisa Bartolucci
logistica Shaila Chenet
comunicazione Marta Lovato e Estelle Coulon
progetto grafico e ufficio stampa comunicattive.it
distribuzione internazionale Lisa Gilardino
produzione La MaMa Experimental Theatre Club con Motus
in coproduzione con Seoul Institute of the Arts, Corea | CultureHub, USA | Vooruit, Belgio | FOG Triennale Milano Performing Arts | Emilia Romagna Teatro Fondazione | Grec Festival, Spagna | L’arboreto – Teatro Dimora in collaborazione con Under The Radar Festival, USA
con il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna

durata: 1h 20’
applausi del pubblico: 2′ 00”

Visto a Roma, Romaeuropa Festival, il 2 novembre 2018

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