Io sono l’ultimo poeta. Parlando con Armando Punzo

Incontro a Bologna con Armando Punzo sul suo ultimo lavoro, Mercuzio non vuole morire, e i progetti della Compagnia della Fortezza

Armando Punzo in Mercuzio non vuole morire

Armando Punzo in Mercuzio non vuole morire

Mercuzio non vuole morire” è qualcosa di più del titolo dell’ultimo spettacolo della Compagnia della Fortezza. Da mesi Armando Punzo ripete queste parole in ogni occasione pubblica, cerca di divulgarle con ogni mezzo, quasi fossero un monito continuo – forse da ricordare a se stesso ancor prima che agli altri – per andare avanti con quello che è un vero e proprio teatro dell’impossibile.
Cos’è la Compagnia della Fortezza? Cos’ha a che vedere Shakespeare e, in particolare, la figura di Mercuzio con il suo lavoro? E, soprattutto, quali sono i progetti futuri della compagnia?
A queste e altre domande si è cercato di rispondere durante il colloquio “Parlando di Mercuzio e di altri”, svoltosi presso i Laboratori DMS di Bologna: inserito nell’ambito di un lungo workshop che Punzo sta conducendo con un gruppo di studenti universitari, l’incontro ha visto la presenza, oltre che del regista, di Gerardo Guccini, docente e curatore del progetto, e del critico teatrale Massimo Marino, che da anni segue il lavoro della Compagnia della Fortezza con estrema perizia e partecipazione.

E’ difficile anche per i tre relatori iniziare a descrivere, soprattutto se sinteticamente, il lavoro che da oltre vent’anni Armando Punzo svolge con un gruppo di detenuti del carcere di massima sicurezza di Volterra. La compagnia, che ha all’attivo circa diciannove spettacoli e numerosi premi e riconoscimenti (basti pensare al Premio Ubu, ottenuto cinque volte), si regge sul lavoro quotidiano che il regista svolge sugli attori (“Punzo si è di fatto condannato all’ergastolo dal 1988”, dirà a un certo punto Massimo Marino), portando avanti un confronto lungo e problematico con i testi “mito” della drammaturgia e della letteratura di tutti i tempi. Il gruppo si pone delle domande sul testo, cerca di ripensarlo, di farlo interagire con il proprio vissuto (individuale e collettivo) e con la propria esperienza di vita giornaliera, il tutto con il fine ultimo di rovesciarlo e farlo saltare per aria. Se il testo, nella sua forma originale, è lo specchio di una realtà in qualche misura stabilizzata (intellettualmente, politicamente, socialmente) e, di conseguenza, immutabile, il lavoro che la Compagnia della Fortezza svolge su di esso mira proprio a rifiutare il principio di una qualche immutabilità del reale attraverso la creazione di mondi “altri”, di possibilità di esistenza alternative.

“E’ un teatro che esiste sulla capacità di estrarre una teatralità che è quasi antecedente al teatro stesso, un teatro che ricava spettacoli basati su un ‘sollevamento di attorialità’ dalla persona che è autonomo rispetto alla drammaturgia” descrive Guccini, proprio a sottolineare come gli attori della compagnia giungano spesso a un livello di tale penetrazione di sé da cui può scaturire qualunque dramma.

Forte della propria esperienza di spettatore e di studioso che progetta da tempo (e insieme a Punzo) di scrivere un libro sull’esperienza di Volterra, Massimo Marino riflette su come, dal punto di vista del pubblico, entrare nel carcere di Volterra e assistere a uno spettacolo della Compagnia della Fortezza significhi privarsi di tutto quello che di solito ci appartiene (documenti, soldi, oggetti personali), e trovarsi di fronte a un teatro “che non ti rispecchia, e ti porta altrove”. Ecco allora che nascono le questioni centrali da porre al regista, relative al passato e, ancora di più, al futuro del proprio lavoro: “Come hai fatto a ‘portare altrove’ gli spettatori? Come sei entrato nel carcere e cosa vuoi farne?”.

Esitante, ma solo perché attento ad andare al cuore delle questioni senza perdersi nei dettagli, Punzo parla del carcere come “dell’unico luogo possibile” in cui rifiutare la realtà in maniera assoluta e monastica, il tutto per crearne una diversa, forse migliore, senz’altro più scomoda.
“Cercavo un non-luogo. Nemmeno il teatro – quello vero – era abbastanza. Non mi interessava il carcere, volevo il Teatro.” E’ così che Punzo inizia a raccontare questa sua vita “altra”, condotta in un microcosmo che riproduce le dinamiche e le contraddizioni della società tout court, e in cui l’uomo compare in tutta la sua complessità, riuscendo, attraverso il lavoro, a rivelare lati di sé del tutto inaspettati e stupefacenti.

La vita della compagnia si cela così all’interno degli spettacoli, pensati anche tenendo conto di tutti i pregiudizi del cosiddetto “pubblico medio” che, dice Punzo, “si comporta spesso come se andasse a vedere gli animali in gabbia”, atteggiamento che, ovviamente, svilisce l’operazione artistica, riducendo il teatro ad attività terapeutica “di serie b”.
La ricerca di Punzo, che riguarda l’uomo e “ciò che lo abita”, è invece “vero” teatro nella misura in cui riesce realmente a rischiare e a vivere situazioni estreme, necessarie, senza ritorno.

Da uno spettacolo all’altro, arriviamo finalmente a parlare di Mercuzio. Chi è veramente Mercuzio? Per la maggior parte delle persone si tratta di un personaggio secondario. Punzo, invece, ce ne parla come dell’“ultimo poeta”, il sognatore, ossia colui che ha la forza, e la leggerezza, di pensare che la realtà possa essere diversa da com’è. Mercuzio è la possibilità del futuro.
E il futuro della compagnia? Da tempo Punzo ha iniziato a presentare il progetto di un vero e proprio Teatro Stabile in carcere, un organismo lavorativo, quindi, che segua le attività della compagnia durante tutto l’anno e che dia la possibilità agli ex-detenuti di continuare a lavorare nel teatro stesso. Ma le difficoltà sono tante, enormi, e la battaglia – anche in questo caso – quotidiana.

Per il momento non resta che annunciare una open class, prevista a Bologna per il 26 gennaio (spazi DMS h. 17), alla quale chiunque è invitato a partecipare. Unica regola: portare con sé una valigia per metterci dentro “una lacrima”, vale a dire quello che non accettiamo di noi stessi e del mondo così com’è.

In maniera non dissimile da quanto era accaduto quest’estate a Volterra, quando il festival VolterraTeatro si era interamente svolto dentro le mura del carcere, attraverso laboratori e azioni collettive (che, oltre a Bologna, coinvolgeranno altre città come Gubbio e Cosenza) sembra che Punzo stia cercando di rendere permeabili i confini tra carcere e società libera, il tutto in una sfida costante e ineliminabile, ancora una volta, “contro la realtà”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *