Piccola Rassegna Pasolini. Riflessioni sopra un’opera di vita

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini, amante del calcio (photo: teatrofrancoparenti.it)

Si è chiusa venerdì scorso la Piccola rassegna Pasolini al Teatro Franco Parenti di Milano. Unica iniziativa cittadina che ha proposto, a 35 anni dalla morte, un Pier Paolo Pasolini artista totale e, se possibile, ancora inedito. Un esempio, la proiezione di “Appunti per un’Orestiade africana”, documentario girato nel 1968 in Uganda e Tanzania, dove il regista pensava di realizzare una trasposizione africana della tragedia di Eschilo.
La rassegna del Franco Parenti ha poi presentato un Pasolini teatrale. Che non significa tanto aver riproposto i “Porcile” o “Orgia” scritti per il teatro alla fine degli anni Sessanta, o i drammi postumi “Affabulazione”, “Pilade” e “Bestia da stile”. In realtà i tre spettacoli messi in scena – “La ricotta”, “Lettere a Silvana”, “Come un cane senza padrone” – hanno dimostrato la “possibilità teatrale” di racconti, lettere e film pasoliniani, mettendo in luce quella sorta di fluidità propria dell’autore Pasolini, che gli ha permesso di scivolare dalla letteratura alla poesia, dal cinema a teatro e alla musica. Versatilità che appartiene anche ai tre interpreti della rassegna: Antonello Fassari, Filippo Timi e Motus.

Nel 1975 Antonello Fassari aveva 23 anni ed era fresco diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma. Oggi è uno de “I Cesaroni”. In mezzo, la capitale e il suo grande raccordo anulare che collega teatro, cinema e tv. Da lì, nel 2005, Adelchi Battista, allora autore di diversi programmi radio e tv e oggi regista di film realizzati in Second Life, chiese all’amico Fassari di aiutarlo a mettere in scena “La ricotta” di Pasolini. Seguirono una ventina di repliche al Piccolo Jovinelli di Roma, dal 1° al 20 novembre di quell’anno, in occasione del 30° anniversario della morte dell’autore.
Accompagnato a sere alterne da sax, violoncello e contrabbasso, Fassari portò in scena i diversi personaggi del racconto scritto da Pasolini e poi girato, dopo “Accattone” e “Mamma Roma”, come quarta parte di “Rogopag”, film del 1963 a episodi, firmati anche da Rossellini, Godard e Gregoretti.

Oggi Fassari, prodotto dal Franco Parenti di Milano, questa volta per il 35° anniversario, torna a raccontare l’episodio drammatico con protagonista il borgataro Stracci, letteralmente un morto di fame, e ladrone buono nella Passione di Cristo filmata da un regista cinico e sprezzante, che sul set pasoliniano fu Orson Welles. Senza alcuna scenografia, se non una sedia pieghevole modello regista, l’attore deve simulare l’intera complessità di una narrazione a più piani: quella del set cinematografico e quella della Passione, doppia in questo caso: di Cristo e di Stracci. Non facile per un attore solo, robusto ma non abbastanza per un palco praticamente vuoto. Forse per questo Fassari ha chiesto alla violoncellista di stare in scena con lui e, nel caso, aiutarlo. Eccola, pronta, molla lo strumento, scende dal predellino, e balla il twist con l’attore: mimano le “pause sul set” raccontate da “La ricotta”. Per tutto il resto, la fatica è unica di Fassari, e si sente, e si vede. Soprattutto quando l’attore romano 58enne imita le corse di Stracci su e giù per l’Appia a caccia di cibo: nel film Pasolini usò il trucco del cinema muto per le comiche (riprendendo una scena a velocità ridotta rispetto ai 24 fotogrammi al secondo con sui si ottiene l’effetto di realtà e proiettando poi la pellicola a velocità normale), Fassari ottiene l’accelerazione correndo, rigido, a gambe strette. Opta per la messa in scena più semplice e didascalica possibile. Ma semplice non significa essenziale. Apprezzabile quindi la temporanea discesa di Fassari dall’Olimpo televisivo per un ritorno al primo amore, anche se con una dichiarazione un po’ goffa.

Ecletticità, tendenza ad abbassare i confini tra ambiti artistici, ossia la grande lezione di Pasolini, è invece per i Motus urgenza poetica, esigenza di porsi sempre oltre il già detto, fatto, formalizzato, in un punto di vista di “ora”. Questo, il loro teatro “contemporaneo”. Un luogo indefinito che non ha un suo spazio ma vive in continua metamorfosi; è la sua drammaticità, viva e reale, che non permette una forma definitiva. Ecco perché Daniela Niccolò ed Enrico Casagrande si muovono tra il video e la performance, spaziando tra le possibili e infinite combinazioni e contaminazioni dei linguaggi. Ecco la libertà di muoversi “Come un cane senza padrone”, titolo della lettura scenica che i Motus fanno di “Petrolio”, e frase che Pasolini usò per descrivere la sua condizione di solitudine, obbligata o cercata. Secondo Pasolini il romanzo si sarebbe presentato “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, e così è successo. Pubblicato postumo solo nel 1992, è un romanzo che oltre a denunciare il “sistema borghese”, entra negli affari politici del tempo. Perno dell’opera è l’ideologia politico-sessuale, altra dimostrazione dell’attualità e della capacità quasi profetica dell’artista, “scomodo”, ancora, a 35 anni dalla morte.

Ecco allora che i Motus confondono di più le carte, tra realtà e finzione, piano narrativo e vita del protagonista, mettendo sullo stesso tavolo un video realizzato da Simona Diacci ed Enrico Casagrande, in cui Dany Greggio e Franck Provvedi interpretano l’amore consumato tra Carlo e Carmelo, sullo sfondo della Roma di oggi. Fuori dai due schermi, intanto, Emanuela Villagrossi legge gli Appunti di “Petrolio”, prestando la sua voce androgina a Carlo, diventato donna. Promiscuità che confonde, smonta il romanzo, estrae parti, le rimonta in video decontestualizzati, eppure arriva a mostrare nel modo più diretto e trasparente l’indeterminatezza propria di un genio. Essenziale. Quattro stelle.

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