C’era una volta il teatro politico: passione e ideologia a Teatri di Vita

Il teatro politico (Das Politische Theater)

Il teatro politico (Das Politische Theater) di Erwin Piscator

E’ la cavea di un teatro antico l’immagine assunta come simbolo del convegno “Passione e ideologia. Il teatro (è) politico”, svoltosi presso Teatri di Vita di Bologna la scorsa settimana e curato da Stefano Casi ed Elena di Gioia.

Il richiamo più evidente è alla polis, al senso di comunità e alla possibilità, da parte del teatro, di agire su di essa attraverso gli strumenti che gli sono propri, dalla rappresentazione all’analisi, dalla critica alla sovversione.
Ma, andando oltre, bisogna soffermarsi sul titolo del convegno, “Il teatro (è) politico”, per capire come l’input per questi due giorni di dibattiti e interventi a ripetizione provenga dalla volontà di creare una faglia, una rottura, un tremito (della voce, come del pensiero): ad essere spaccata in due è proprio la granitica formula di “teatro politico”, che da una simile mutilazione ritrova vitalità e, forse, una possibilità di senso.

Quella “è” tra parentesi impone il compito di ipotizzare tutte le possibili declinazioni del rapporto fra teatro e politica, chiamandole in causa senza cristallizzazioni ideologiche e dichiarazioni programmatiche, nella consapevolezza che, come affermato da Stefano Casi proprio all’apertura dei lavori, “c’era una volta il teatro politico. C’è oggi il bisogno di rievocare e rinominare i due termini di questa espressione”.
Ecco allora una schiera di studiosi di teatro, critici e operatori prodursi in interventi quanto mai diversi fra loro per approccio alla questione, punti di vista, materiali citati, conoscenze messe in campo ed esperienze realmente vissute.
Con il succedersi dei discorsi e delle proposte di riflessione da parte dei relatori, sono venuti stratificandosi una serie di percorsi di senso che hanno attraversato da più parti “l’oggetto teatro”, il tutto per capire in che modo esso agisca sulla società con cui è costitutivamente chiamato a relazionarsi, e per individuare le responsabilità di tutti coloro che, in misure diverse, sono coinvolti in questa relazione. 

“Responsabilità” è stata senz’altro una delle parole chiave del dibattito: a pronunciarla, forse più efficacemente di altri, è stata Renata Molinari, che ha parlato di un attore “civile”, capace non soltanto di prendere la parola di fronte al pubblico tenendo ben presenti tutte le possibili conseguenze legate al proprio dire, ma anche di agire sul presente nella consapevolezza che ogni azione  corrisponde alla costruzione di una memoria.
Ma la responsabilità, unitamente al coraggio, è anche il tratto distintivo delle attrici menzionate da Laura Mariani (da Francesca Mazza a Mariangela Gualtieri, da Silvia Calderoni a Ermanna Montanari), ognuna protagonista di un modo diverso, e intrinsecamente politico, di portare in scena il proprio complesso rapporto col femminile.

Eppure, a teatro, il compimento di un atto responsabile, o quantomeno condiviso con qualcun altro, passa attraverso la messa in questione di una componente sulla quale quasi tutti i relatori si sono soffermati: il linguaggio. In maniera più o meno programmatica, si pensi ai 10 punti presentati da Gianni Manzella (uno dei quali recitava proprio “a teatro di politico c’è solo il linguaggio”), più volte si è affrontata la questione del rapporto tra “contenuto” e “linguaggio” politico a teatro, per riflettere sulla loro relazione e, soprattutto, sull’opportunità di stabilire delle gerarchie fra di essi.

Tutte e due le dimensioni, quella dell’argomento così  come quella del linguaggio politico, devono essere prese in considerazione per guardare la questione da un punto di vista più aperto ed equilibrato: sembra essere questa la posizione assunta, pur con sfumature e riferimenti diversi, da Marco De Marinis e Lorenzo Mango. Entrambi, adottando una prospettiva capace di abbracciare la storia del teatro dell’intero Novecento, hanno ricordato che nel passato è stato possibile sia stare dalla parte del “dire politico” (Mango), sia servirsi in maniera destabilizzante, secondo De Marinis, delle modalità di relazione teatrale e di utilizzo dei segni scenici. Oggi è forse il momento di superare queste dimensioni particolari per trovare un linguaggio capace di postulare una possibilità di cambiamento proprio nel momento in cui crea una rottura, una crisi.

Ma il linguaggio del teatro è prioritariamente ciò che lega attori e spettatori, ed è nella prospettiva del rapporto col pubblico che, ad esempio, si è espresso Giuseppe Liotta nell’abbozzare il ritratto di uno spettatore ideale, appassionato e attento, cui spetta il compito di informarsi su quanto va a vedere a teatro non per desiderio di erudizione, ma per contribuire all’instaurasi di un legame con lo spettacolo, visto che, afferma Liotta, “non esiste un linguaggio teatrale se non all’interno di una comunità che lo riconosce”.

In maniera solo apparentemente dissimile Paolo Ruffini ha rivendicato il bisogno di un vocabolario comune, che non nasca dalla politica ma sia capace di unire pubblico e spettacoli in una “grande festa comune della narrazione”: il linguaggio della narrazione, per Ruffini, è quello che affronta la realtà in maniera non mistificatoria, che non dà risposte certe ma cerca i contesti per una condivisione autentica.

E’ proprio il carattere “esterno” alla politica rivendicato da Ruffini per il linguaggio teatrale che ci fa scivolare con la memoria alle parole di Romeo Castellucci che Massimo Marino pronuncia al termine del suo lungo e ricchissimo intervento, quando, dopo aver intrecciato le nozioni di “reale”, “civile” e “politico” a teatro, si sofferma sulla dialettica tra etica ed estetica: “In questi anni di inconsapevole aporia del linguaggio comune, che tenta con ogni mezzo di conquistare gli animi con i sistemi più volgari e ‘edificanti’, mi sono accorto che ciò che mi commuove e mi sorprende è una bellezza non conciliata, non positiva. Allora: è possibile che questa ‘perdita’ che ogni incontro con la bellezza ci impone – in una sorta di “noche oscura”, di teologia negativa – possa diventare una forma di coscienza?”.

A conclusione di questa ricognizione fra pensieri e appunti del convegno, vogliamo ricordare un altro elemento perennemente presente nei discorsi che si sono intrecciati nelle diverse sessioni, vale a dire la memoria e l’evocazione di spettacoli ed esperienze teatrali considerati particolarmente significativi rispetto alle questioni di volta in volta affrontate: dal manifesto del Teatro delle Albe per un “teatro politttttttico”, a “The plot is the revolution” dei Motus con Judith Malina, agli spettacoli di Virgilio Sieni con anziani e non vedenti, fino a Jan Fabre e ancora molti altri.

La diretta visione di questi spettacoli, o la loro conoscenza mediata, accomunava più o meno tutti i presenti, e creava un terreno condiviso di esperienza proprio nel momento in cui si ripeteva costantemente che la comunità culturale è sgretolata e schiacciata da più parti. Ecco allora che vogliamo ricordare, come immagine ultima e più significativa fra tutte, quella di Renata Molinari che, di fronte all’ennesima constatazione del fatto che non sia più possibile parlare di comunità, guarda fissa il pubblico e dice: “Siamo qui. Siamo una comunità”. Quasi a mettere un punto fermo, dal quale ripartire.

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