Gli esotici Pescatori di perle di Lubek e Roussat aprono la stagione del Regio di Torino

Photo: teatroregio.torino.it
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La stagione d’Opera e Balletto 2019-2020 del Teatro Regio di Torino si apre all’insegna della sensualità esotica e della fiaba romantica.
Ryan McAdams dirige Orchestra e Coro del Regio nell’opéra lyrique in tre atti “I pescatori di perle” (Les Pêcheurs de perles) di Georges Bizet, in scena fino al 20 ottobre.
Sul palcoscenico si apre il nuovo e attesissimo allestimento di Julien Lubek e Cécile Roussat: gli artisti parigini firmano regia, scenografia, costumi, coreografia e luci dell’opera bizetiana conferendole un’aura esotica e ammaliante, fedele sì all’ispirazione dell’autore ma carica anche di suggestioni del tutto inedite.

La scelta di un titolo poco frequente nei circuiti teatrali lirici (superfluo dirlo: il nome di Bizet rimanda senza indugi alla “Carmen”) è già segno di un’intelligenza giovane, dallo sguardo ampio e accogliente, che si auspica essere la linea guida della nuova Sovrintendenza del Teatro, capitanata dal bravo e illuminato Sebastian F. Schwarz.
In realtà Torino aveva avuto modo di avvicinarsi alla partitura con l’esecuzione in forma di concerto de “I Pescatori” nel 2015, diretta proprio da McAdams. Non solo: nello stesso anno Lubek e Roussat si resero noti al teatro lirico torinese con la messinscena del “Dido and Aeneas” di Henry Purcell, ottenendo un ottimo riscontro di critica e pubblico.
Con lo spettacolo inaugurale della stagione pare dunque che diverse fila vengano a ricongiungersi ed intrecciarsi nel cuore musicale della città sabauda.

Quando Bizet compose “I pescatori” non era neanche venticinquenne, ma la consapevolezza del proprio talento melodico e immaginativo certamente non gli mancava. Il testo musicale vibra del profumo e del calore delle influenze di Goundod, di Offenbach, di Berlioz; la scrittura orchestrale, tersa e vigorosa, a malapena necessiterebbe delle parole per sprigionare la sua energia espressiva – ma perché risparmiarsi?
McAdams, che ama molto questo lavoro, sfida il rischio di una raffigurazione posticcia e inautentica della cultura religiosa orientale e lascia anzi che emerga in tutto la sua ipnotica multiformità. Se dunque il libretto e la trama in sé possono sembrare deboli, le caratterizzazioni musicali non lo sono affatto, e si esprimono al meglio proprio nella forma del duetto – vero nodo nevralgico dell’intera partitura. I personaggi interagiscono continuamente tra di loro, in un confronto serrato e sofferto tra le pulsioni profane della natura umana e le prescrizioni di una cultura sacra che, qui come in poche altre opere, è potentemente femminile. Il femminino è qui il magico, la fascinazione, la déesse che mette a dura prova anche i vincoli relazionali più forti.


Ecco dunque che il finale della vicenda non è tragico quanto intimamente drammatico, così come lo aveva concepito Bizet: nella versione a noi più nota dell’opera, infatti, s’innalza un rogo, ma in quella originale il fuoco viene domato dalla lealtà, dall’affetto, dal presentire l’attanaglio del senso di colpa. Vive il contrasto, non la sconfitta – la paura della solitudine più che della distruzione.
Ciò è svelato fin dal principio della narrazione, nella sua nitida semplicità: i due protagonisti dell’opera, Nadir e Zorba, l’uno pescatore di perle, l’altro capo del villaggio dell’esotica isola di Ceylon, sono legati da un sentimento di amicizia inossidabile (al limite, verrebbe da pensare, dell’omosessualità), ma l’arrivo della sacerdotessa Leila, giunta sull’isola per consacrarsi a Brahma, turba ogni equilibrio: la donna riconosce in Nadir il bellissimo giovane visto durante una processione a Kandy, e mai dimenticato.
I due si dichiarano amore eterno (enucleato nello splendido duetto “Ton cœur n’a pas compris le mien”), e Zurga, sentendosi tradito, in un primo momento condanna al supplizio gli amanti, per poi ricredersi e permettere loro di fuggire. Au fond du temple saint vi è l’amore (amicale, erotico, religioso) che vince e restituisce la vita, seppur non senza note di dolore.

Nell’allestimento scenico le rovine del tempio, le dune rocciose, la vegetazione fluviale si riflettono in uno specchio d’acqua, sulle sponde del quale s’innalzano le statue votive a Brahma e a Shiva: placida quando i disegni divini non vengono perturbati, la natura è sempre pronta a ribellarsi e a minacciare tempeste quando s’affaccia la punizione per i due protagonisti, colpevoli di infrangere una promessa sacra.
Il gran sacerdote Nourabad e i pescatori di perle incarnano il presentimento della morte, così come Nadir e Zurga sono il desiderio, il timore del rimpianto, la preservazione dell’onore: i protagonisti de “I pescatori” sono archetipici ed essenzialmente ancestrali – ma non per questo meno umani. Forse è questa concentrazione di tinte e caratteri ad aver condotti Lubek e Roussat verso l’universo delle miniature indiane, come loro stessi spiegano: “Il nostro allestimento si ispira a questa tradizione, e propone l’opera come una serie di quadri, a volte intimistici, a volte esteriori e affollati, che, nel presentare le diverse fasi dell’azione, mettono soprattutto in risalto l’evoluzione psicologica dei protagonisti. Queste miniature seguono i contrasti musicali, e possono essere ora luminose e brillanti, ora in chiaroscuro, ombreggiate”.

Photo: teatroregio.torino.it

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È evidente che per i due registi il lavoro collettivo e l’amalgama di discipline è indispensabile: nella forte espressività delle scelte sceniche s’evince l’arte del mimo, della marionetta, del circo e dell’illusione con la quale si sono formati i due artisti (loro maestro fu Marcel Marceau).
Il loro lavoro con il direttore d’orchestra dà vita ad uno spettacolo multidisciplinare in cui spartito e corpo diventano un’unica vivace entità. In virtù di questa sinergia di forze diventa lampante come la filologia drammaturgica e librettistica non possa svincolarsi all’estetica, così come quest’ultima deve promettere fedeltà al compositore/autore affinché il cuore dell’opera non venga tradito.

Lubek e Moussat spesso devono confrontarsi col compromesso (il più delle volte per ragioni logistiche, legate cioè a dover lavorare per breve tempo con artisti non conosciuti): ma se l’estro, di cui la coppia è ben dotata, il più delle volte richiede equilibrio, la vera bravura sta nell’incanalarlo in una scena effervescente ed espressiva – e la buona riuscita de “I pescatori” del Regio ne è la riprova.
Certo, la scenografia ha qualcosa di naïf e caricaturale insieme (specialmente nelle raffigurazioni, di dubbio gusto, delle divinità orientali), ma ciò suscita più simpatia che fastidio. Gli sfondi con i tipici tetti a punta sono sovrastati da luci che restituiscono albe, tramonti, ombre notturne, stelle e roghi di potente efficacia teatrale.

A ciò si unisce l’energia di gruppo: le miniature sono di tanto in tanto animate dai corpi in movimento dei ballerini (che costituiscono una compagine molto nutrita sul palco), altre volte svaniscono per lasciare l’intero spazio alla narrazione da parte dei protagonisti delle loro ansie d’amore e dei ricordi traditi.

C’è generosità e freschezza in questa messinscena, sorretta dall’impeccabile esecuzione musicale; le prove canore non sono state convincenti in ogni punto, ma nel complesso tenevano alto il tenore dello spettacolo. I panni di Leïla sono vestiti da Hasmik Torosyan, che torna al Regio dopo la bella prova nei panni di Amina (“La sonnambula”) della scorsa stagione: da un ruolo belcantistico all’acrobatica parte vocale della sacerdotessa Leïla, il giovane soprano armeno continua ad ampliare il suo già ricco e vario repertorio di primedonne d’opera.
A lei s’accompagna l’appena trentenne Kévin Amiel, nel cui palmarès figurano il Premio Rivelazione al concorso ADAMI 2011 e al concorso AROP 2013 e il premio Voci nuove al concorso Victoires de la musique 2018. Nel ruolo di Nadir, con “Je crois entendre encore”, potrà affrontare una delle romanze considerate vero banco di prova per i tenori.
Zurga è interpretato da Pierre Doyen, baritono belga invitato nei più prestigiosi teatri europei, dove ha avuto occasione di collaborare con registi del calibro di David Mc Vicar e Olivier Py e direttori tra i quali Pinchas Steinberg e Asher Fisch.

Il Regio dunque ha riacceso le sue luci in modo accurato, sofisticato, affatto scontato, con una perla rara dei palcoscenici, a stuzzicare l’entusiasmo di un pubblico da sempre fedele e una frangia di potenziali nuovi spettatori.
Non mancheranno, in questa stagione, titoli celeberrimi, così come ne spiccano di inattesi e originali: con tali premesse pregustiamo sviluppi ancor più interessanti.

I PESCATORI DI PERLE
Opéra lyrique in tre atti
Musica di Georges Bizet
Libretto di Eugène Cormon e Michel Carré
Ryan McAdams direttore d’orchestra
regia, scene, costumi, coreografia e luci Julien Lubek e Cécile Roussat
Andrea Secchi maestro del coro
Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino

Personaggi                             Interpreti

Leïla, sacerdotessa               soprano Hasmik Torosyan
Nadir, un pescatore             tenore Kévin Amiel
Zurga, capo dei pescatori   baritono Fabio Maria Capitanucci*
Nourabad, gran sacerdote  basso Ugo Gagliardo

*a causa di un’indisposizione, il baritono Capitanucci è stato sostituito da Pierre Doyen.

Sopratitoli in italiano/francese
Durata: 2h 40′

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