Peli. Cruciani e Corradi oltre il gender

Peli
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Cedron e Riceci in Peli

“Spazio ai giovani, ai nuovi autori, registi, attori, a nuove urgenze, parole e immagini” recita il manifesto di “Nuove storie”, la rassegna che da tre stagioni il Teatro Elfo Puccini di Milano dedica a compagnie indipendenti.
E, nella primissima domenica di sole milanese, in occasione dell’ultima replica di “Peli”, una sala piena non solo di soliti amici ma di spettatori adulti, incantati, incredibilmente risvegliati ha dimostrato che i “giovani talenti” non rappresentano semplicemente “una scena off” impegnata ad esprimersi come novità, limitata a cerchia da capire, da sostenere, da tenere “lì, così”, ma al contrario che sia proprio il pubblico ad avere voglia di nuove manifestazioni.

Il titolo è già segno della capacità di sintesi del testo di Carlotta Corradi, e dell’abilità di dipingerlo cautamente della regista Veronica Cruciani. “Peli” è uno spettacolo che emerge prima di tutto proprio come incontro essenziale tra parola e immagine: condividendo la linea dell’autrice nella scelta di dare a due uomini parole femminili, la regia ha permesso ad Alex Cendron e Alessandro Riceci di esprimersi in un gioco tanto sofisticato quanto delicato, che fa dimenticare il concetto di identità sessuale per arrivare invece direttamente alla questione, così umana e naturale, di “genere”.

Da una parte, infatti, c’è la lettura cosiddetta gender sensitive che emerge dalla scrittura di Carlotta Corradi, capace di dare attualità alla sua origine di documentarista, dimostrandosi giovane ma matura reporter dell’umano nei suoi diversi (eppure comuni) aspetti, nel suo rapporto con la società, la cultura; dall’altra, c’è la traduzione scenica di Veronica Cruciani che, partendo dalla conversazione formale di una situazione ovvia e pacifica come il giovedì del Burraco, ha portato alla luce una dimensione contrapposta e indefinita che annulla le differenze biologiche, genetiche e anatomiche, e lo status uomo/donna, mostrando invece un unico binario per ogni individuo, percorso quotidianamente, nel comportamento, nel linguaggio, nel ruolo sociale, e non innato.

Maschilità e femminilità sono quindi concetti relativi, convenzionali tanto quanto l’intreccio, che rimane pretesto narrativo rispetto alla portata di senso dello spettacolo. Non c’è una vera e propria trama, ma due personaggi colti nel momento di una conversazione: da una parte dettata dalla situazione contingente – la rituale partita a carte settimanale – e, dall’altra, intrisa di quelle costanti umane che sono i segreti, le allusioni, i non detti, le provocazioni, ma anche la complicità, la confidenza, il conoscersi “da trent’anni” di due anime.
Questa seconda dimensione del dialogo emerge poco alla volta fino a prevalere sul gioco, ad abbandonarlo al suo destino di pretesto e a portare in primo piano il vero contendere, il vero e più pesante gioco che attende le due e al quale non possono più sottrarsi, fino a esplodere nello scontro fisico, totalmente denudato, del finale.

Questa deriva è un’immagine potente e universale che richiama tutto il teatro di Veronica Cruciani, animato da emigranti, anziani, lavoratori precari, adolescenti… insomma, dall’uomo preso dalla realtà. Una tendenza al vero, all’attuale, condivisa da scene e costumi di Barbara Bessi oltre che dalla scrittura di Carlotta Corradi, precisa e diretta, dritta al punto, efficacemente interpretata dai due attori che, a loro volta, danno prova di aver sondato, analizzato e appreso, fino a farlo proprio e rendendolo necessario, ogni minimo movimento femminile, che sia pensiero, gesto o abito.

Se un piccolo gioiello come “Peli” fa parte delle “Nuove storie”, il teatro può stare tranquillo sul suo avvenire.

PELI

di Carlotta Corradi
regia: Veronica Cruciani
con: Alex Cendron e Alessandro Riceci

durata: 50′
applausi del pubblico: 2′ 25”

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 23 febbraio 2014

 

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