Peter Stein alle prese con Don Carlo, in scena alla Scala

Photo: Marco Brescia & Rudy Amisano
Photo: Marco Brescia & Rudy Amisano

In una precedente recensione del 2013, sempre riguardante il Teatro alla Scala, avevamo definito il “Don Carlo” come l’opera che riassume in sé, ai massimi livelli, tutte le tematiche e le forme musicali che Giuseppe Verdi ha utilizzato per compiere, musicalmente, nel teatro, un viaggio personalissimo nella grande storia, che ci viene riconsegnata non solo attraverso i fatti narrati, ma anche con l’espressione di tutti i sentimenti che muovono l’animo umano.

Quattro anni dopo, sempre al teatro d’opera milanese, torniamo a parlarvi del medesimo capolavoro, in una nuova versione, proveniente da Salisburgo, dove è andata in scena per la prima volta nel 2013, e firmata alla regia da Peter Stein e da Ferdinand Wögerbauer per le scene, sotto la direzione dell’affermato maestro sud coreano Myung-Whun Chung.

La stesura di quest’opera composta su libretto di Joseph Méry e Camille du Locle, tratto dall’omonima tragedia di Friedrich Schiller, fu complicatissima.
La prima rappresentazione di Don Carlo, in cinque atti e in lingua francese, ebbe luogo l’11 marzo 1867 al Théâtre de l’Académie Impériale de Musique di Parigi, per essere in seguito tradotta in italiano da Achille de Lauzières, e rimaneggiata a più riprese nel 1872 e nel 1884, edizione questa in cui Verdi eliminò la prima parte, il famoso atto che si svolgeva nella foresta di Fontainebleau.
Le modifiche al libretto furono messe a punto da Du Locle, e la versione in quattro atti andò in scena alla Scala di Milano il 10 gennaio 1884, nella traduzione italiana di Angelo Zanardini.
Due anni dopo il Maestro si pentì però del taglio, e l’opera debuttò a Modena il 29 dicembre 1886 in una nuova versione in cinque atti e senza le danze dell’originale francese.
E’ in questa edizione che noi abbiamo gustato l’opera quest’anno.

L’azione si svolge durante il XVII secolo alla corte di Filippo II di Spagna, e vede al centro il contrasto personale e politico fra il re e il figlio Don Carlo, segretamente innamorato di Elisabetta di Valois, ora diventata regina di Spagna, che il giovane ha conosciuto anni prima nella foresta di Fontenebleu, dove si svolge il primo atto.

Di Don Carlo è innamorata, non corrisposta, la Duchessa di Eboli, personaggio dal forte risalto, a cui Verdi concede un’aria di furente, melanconica bellezza (“O Don Fatale”).
Ma l’opera vive anche su altri due contrasti, questa volta del tutto politici, che ben inquadrano i fermenti dell’epoca: quello impersonato dal Marchese di Posa, amico carissimo di Don Carlo, propulsore di una politica liberale fondata sulle autonomie (specificatamente quella delle Fiandre), che troverà la morte per le sue idee, e Filippo II, incarnazione della monarchia assoluta.

Il compendio di tutto questo è l’ulteriore contrasto fra Stato e Chiesa, rappresentato in modo sublime e inventivo da Verdi nel famoso e particolarissimo duetto tra due “bassi”, Filippo II e il Grande Inquisitore, mentre sopra tutta l’opera aleggia lo spirito dell’imperatore Carlo V, che alla fine trascinerà con sé il nipote.

L’opera contiene in sé pagine di meravigliosa bellezza: “Dio, che nell’alma infondere” (il così detto duetto dell’amicizia) tra Carlo e Posa, il grande sconsolato monologo di Filippo (“Dormirò sol nel manto mio regal”), la morte di Posa (“Per me giunto è il dì supremo”); per non parlare delle scene di massa: quella grandiosa e articolata dell’auto-da-fé e quella della folla in tumulto che vuole liberare Carlo ma è fermata dal Grande Inquisitore.

La regia di Peter Stein, basata su un minimalismo a volta efficace, ma il più delle volte poco accattivante – anche per i suoi spesso oscuri rimandi -, ci è sembrata non del tutto risolta.
I primi due atti sono costruiti in modo semplicistico anche se in definitiva plausibili. Nel primo atto la foresta di Fontainebleau, dove Carlo ed Elisabetta si conoscono, è contraddistinta da un solo albero che attraversa la scena con un paio di cataste di tronchi appoggiate di lato.
Nel secondo atto il chiostro del convento di S. Giusto è delimitato da mura, con archi stilizzati e al suo centro la pietra tombale su cui è issata la statua dorata di Carlo V.
Nel terzo atto lo stuolo di damigelle che accompagnano la regina riempie da solo i giardini della regina, attraversati da un grande bacino d’acqua, mentre la grande scena dell’auto-da-fé del quarto atto è allestita in maniera più composita, con i popoli assoggettati dalla Spagna (tra cui gli indiani d’America) che sfilano, insieme alle altre delegazioni straniere, prendendo posto sulle tribune allestite per l’evento.
Risibile invece la scena del monologo sconsolato di Filippo II, che si trova successivamente a ricevere il Grande Inquisitore in un ambiente che assomiglia tanto al gabinetto di una stazione.
Più risolta la seconda scena del quarto atto, con la morte di Rodrigo vista in primo piano, in una prigione chiusa dalle inferriate.
Insomma, qualche buona intuizione che però in definitiva ci ha coinvolto in modo poco partecipativo.

Di grande risalto, nel complesso, il cast interpretativo di quest’edizione (in scena a Milano ancora stasera e domenica), che ha visto nel ruolo del titolo Francesco Meli, astro nascente della nostra vocalità, che possiede una bella voce che, per mezzo di una grande sensibilità, accompagna anche nei mezzi toni. Krassimira Stoyanova, già applaudita alla Scala in un ruolo del tutto diverso nel “Der Rosenkavalier” di Strauss, ha affrontato il ruolo della regina Elisabetta in modo pertinentemente espressivo, mentre Ekaterina Semenchuk, come Eboli, supera nel complesso egregiamente i due momenti impervi che Verdi gli offre con “La canzone del velo” e “O dón fatale”.
Buona la prova anche per Simone Piazzola, un Posa espressivo e commovente in tutta la scena della morte, mentre il veterano Ferruccio Furlanetto fatica non poco a rendere in tutta la sua grandezza la straordinaria figura di Filippo II, soprattutto nel duetto con l’Inquisitore, non certo aiutato dal suo contraltare, il basso Eric Halfvarson.
Ci è piaciuta senza riserve invece la direzione di Myung-Whun Chung, che ha governato sempre in modo pertinente e mutevole tutti i diversi accenti che caratterizzano questo capolavoro assoluto.

DON CARLO
Giuseppe Verdi
Libretto di François-Joseph Méry e Camille Du Locle
Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini
Direttore Myung-Whun Chung
Regia Peter Stein
Scene Ferdinand Woegerbauer
Costumi Anna Maria Heinreich
Luci Joachim Barth
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione del Festival di Salisburgo
Cast:
Elisabetta di Valois Krassimira Stoyanova
La principessa Eboli Ekaterina Semenchuk / Beatrice Uria-Monzon (22 Gennaio)
Don Carlo  Francesco Meli
Rodrigo  Simone Piazzola
Filippo II Ferruccio Furlanetto / Michele Pertusi (26 Gennaio) / Ildar Abdrazakov (29 Gennaio)
Il Grande Inquisitore Eric Halfvarson (17, 22, 26, 29 Gennaio, 1, 4 e 12 Febbraio) / Mika Kares (8 febbraio)
Un frate Martin Summer*
Voce dal cielo     Céline Mellon*
Sei deputati fiamminghi Gustavo Castillo*, Rocco Cavalluzzi*, Dongho Kim*, Victor Sporyshev*, Chen Lingjie**, Paolo Ingrasciotta*
Conte di Lerma/Un araldo reale     Azer Zada*
Tebaldo Theresa Zisser

*Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala
**Allievo del Conservatorio “Giuseppe Verdi”

Durata: 5 ore inclusi intervalli

Visto a Milano, Teatro alla Scala, il 4 febbraio 2017

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