Petruska di Virgilio Sieni: (ri)nascita e scoperta

Petruska (photo: Rocco Casaluci)
Petruska (photo: Rocco Casaluci)

Prosegue l’indagine di Virgilio Sieni sul gesto e i linguaggi del corpo, che nell’ambito del progetto “La democrazia del corpo” inaugura il primo ciclo di performance con una nuova creazione: “Petruska”.

Dopo “La saga della Primavera” Sieni torna a Stravinskij ispirandosi alla marionetta del teatro popolare del mito di Petruska.

Il lavoro è diviso in due parti e la prima è sicuramente quella più sperimentale. Al posto del classico palcoscenico il pubblico si trova di fronte ad una parete velata, posta quasi al margine del palco, che ci porta in una dimensione sospesa e impalpabile e che, allo stesso tempo, divide e accorcia gli spazi tra pubblico e performer.


Un velo che diviene un filtro per il pubblico, per vedere la realtà con uno sguardo sensoriale. Le luci che passano da tinte gialle morbide ad un bianco acceso creano un’atmosfera rarefatta, facendo da cornice a figure e ombre che appaiono e scompaiono come una sostanza che si sta plasmando. Avvicinandosi alla tela le parti del corpo si rivelano, come elementi sconnessi dal resto del corpo che si cercano e si scoprono sfiorandosi. Tutto è sfumato, indefinito, ed è dominato dalla musica esoterica e microtonale di Giacinto Scelsi. “Chukrum” è un’opera ipnotica, a tratti disturbante, che conduce verso l’ignoto, verso mondi oscuri. In fondo se siamo così attratti dal lato oscuro è per la insaziabile ricerca della verità.

Sieni sceglie quest’opera come prologo a “Petruska” perché ne rappresenta anche il prologo della vita, che si apre ad una concezione più ampia. Non solo embrione di una vita che si sta formando, ma ritorno alle origini ancestrali. Le mani che si avvicinano alla parete velata, e i tocchi di rosso su bianco rimandano ad un’immagine di “Cave of forgotten dreams” di Werner Herzog, dove quelle stesse mani, fra i primi dipinti dell’umanità su pareti di rocce antichissime, sembrano voler ritrovare e testimoniare il senso dell’umanità. Lasciare un segno nella precarietà della vita.

Cave of Forgotten Dreams, Werner Herzog, 2010

Cave of Forgotten Dreams, Werner Herzog, 2010

Petruska (photo: Rocco Casaluci)

Petruska (photo: Rocco Casaluci)

Con il passaggio al “Petruska” di Stravinskij cambia la scena e l’atmosfera. E’ subito di impatto la presenza di sei danzatori, tre uomini e tre donne, dai costumi chiari e sottili, che si confondono con il corpo, e maschere distorte disegnate su tessuti che avvolgono i volti. Marionette inespressive che sembrano appartenere a mondi surreali, formando un quadro pittorico che ricorda in qualche modo le figure di Francis Bacon.

Fuori e dentro veli di tulle posti questa volta alle tre pareti: i danzatori si muovono con gesti meccanici enfatizzati dai materiali musicali frammentati di Stravinskij, che seguono lo stesso ritmo e rinforzano lo sforzo delle marionette. E’ come se una forza superiore a loro volesse uscir fuori con tutta se stessa, un alito di vita sbizzarrito che soffia ora su una e ora sull’altra marionetta, facendole relazionare e muovere insieme o alternatamente.

Può sembrare strano che un’opera così armoniosa come quella di Stravinskij possa essere risultata un tempo dissonante, cosa che ci fa riflettere sulle diverse percezioni temporali di uno stesso lavoro.

Dopo Pulcinella e Pinocchio Sieni torna al mito della marionetta che diventa umana. Partendo dal burattino, dall’involucro, si sbarazza di qualsiasi rigidità intellettuale o emozionale per rivelare la grandezza del mistero umano.

E’ facile vedere lo stesso Sieni-burattinaio che muove i fili degli interpreti: la ballerina – una straordinaria Romana Caia – il moro e un Petruska moltiplicato che sembra in cerca della propria anima passando da un corpo all’altro. Barcollano in tentativi di equilibrio e ricadono a terra, inermi ma pronti a ripartire. Il gesto deve scoprire la realtà attraverso vie proprie, puramente intuitive, senza il filtro di una ricostruzione intellettuale, pronto ad accogliere l’indomita pulsazione del transitorio.

“Petruska” diventa la metafora del nostro passaggio sulla terra, della caducità umana, della ricerca perenne di un’identità che dia un senso alla propria soggettività, attraverso una presa di coscienza che in questo caso avviene attraverso il corpo. Il secondo disegno si ricollega così al primo, i danzatori scompaiono dietro le tende laterali, figure inermi pronte a riprendere forma, e così la morte si ricollega alla vita, in un ciclo continuo che lascia ampio respiro alla nostra immaginazione.

Petruška
Coreografia Virgilio Sieni
Musiche Igor Straniskij, Giacinto Scelsi
Intepreti Jari Boldrini, Ramona Caia, Claudia Caldarano, Maurizio Giunti, Giulia Mureddu, Andrea Palumbo
Costumi Elena Bianchini
Luci Mattia Bagnoli
Allestimento Scenico Giovanni Macis
Produzione Teatro Comunale di Bologna

applausi del pubblico: 3’

Visto a Firenze, Cango, il 3 marzo 2018

1 Comment

  • Ramona Caia ha detto:

    Devo correggerla. La danzatrice interprete della ballerina in Petruska è Ramona Caia, la sottoscritta, e non Giulia Mureddu.

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