Piccoli pezzi poco complessi. InBalìa delle particelle elementari di Houellebecq

Piccoli pezzi poco complessi
Piccoli pezzi poco complessi

Piccoli pezzi poco complessi (photo: Luca Meola)

“Tu mi piaci, sai? Ti ho osservato mentre entravi. Io ho 33 anni… eh sì… e amo gli animali come puoi vedere….”. E’ Susan a parlare, indossa un mini abito con sopra disegnati “tanti piccoli cerbiattini, carini…” e si rivolge a qualcuno di noi, seduti in platea al Crt Salone di Milano. Susan è l’unico personaggio femminile del trio protagonista di “Piccoli pezzi poco complessi”, opera prima di InBalìa, compagnia debuttante ma non certo principiante.

Fondata da Marco Cacciola e Francesco Villano (insieme a Michelangelo Dalisi), da anni formati e impegnati come attori, con questo testo di Magdalena Barile omaggio a Michel Houellebecq e a “Le Particelle Elementari”, si mettono alla prova come coppia di autori-registi-attori, in un tuttofare sostenuto nelle retrovie da un gruppo di altrettanto giovani scenografi, costumisti, addetti stampa, organizzatori; insomma, tutto ciò che serve a realizzare uno spettacolo che sia in grado di viaggiare da solo.
Operazione riuscita, obiettivo raggiunto, è nata la creatura, frutto della fusione di tanti “pezzi già fatti”, diversi tra loro e ognuno caratteristico. Saranno questi i “Piccoli pezzi poco complessi”?

Due pezzi opposti e qui uniti sono proprio i due registi/attori: Cacciola, diplomato all’Accademia dei Filodrammatici e accademicamente impeccabile, è un interprete tanto biondo quanto “pulito”; Villano invece (e non è un gioco di parole) è meno tecnicamente definito, “sporco”, macchiato dalle numerose e varie sue esperienze formative, cominciate dalla danza. E non è un caso che i due contrari si mantengano opposti anche in scena, dove la coppia interpreta i fratelli Bruno e Michele: uno ricercatore, modello aggiornato del classico scienziato pazzo, sposo fedele alla ricerca in ambito genetico, dalla procreazione in provetta alla clonazione; l’altro più propenso invece allo studio dell’apparato riproduttivo, costantemente occupato, e preoccupato, nella pratica dell’accoppiamento “naturale”, o bestiale, ma non senza uno studio, condotto sul campo, dedicato per esempio alla pratica sessuale della femmina asiatica, “low cost e all inclusive”.

Lo scienziato e l’erotomane disoccupato vivono come fratelli, gemelli ma eterozigoti: biologicamente indivisibili, sono involontariamente attratti ma vivono separati, assegnati a stanze-case che sono mondi paralleli: in scena due cubi, uguali se vuoti, diversi per contenuto.
Il sentimento dei fratelli si manifesta nel sentirsi al cellulare, senza vedersi mai. Se non grazie a un terzo personaggio, interpretato da Lucia Mascino, viso delicatissimo armato di un corpo energico, una figura marziana con cuore e occhi in continua eruzione. L’attrice indossa i panni della 33enne moralmente scostumata, vestita da eterna ragazzina, la Susan che prima di andare in scena si è fatta largo tra gli spettatori improvvisando un mini-cabaret, durato il giusto (cioè giusto il tempo di divertire senza scadere), in cui sceglieva tra gli uomini dei “tu” di suo piacimento e ne incasellava pregi e difetti fisici, abbozzando in alcuni casi un ipotetico profilo, più da facebook che da studio psicologico.

Susan, infatti, sta cercando un compagno con cui mettere al mondo un figlio, perché “sin da piccola sento l’orologio biologico”; e per questo motivo farà incontrare Bruno e Michele, le due rette parallele. Il punto d’incontro sarà proprio la creazione di un figlio, per uno dal punto di vista teorico e scientifico, per l’altro nell’atto pratico. Atto carnale, incontro sessuale premeditato, atto dovuto per lei e pagato da lui, atto con i vestiti e la clausola finale “soddisfatti o rimborsati”.
Eppure, inevitabilmente, un incontro d’amore, un’unica passione fusa, e a noi diffusa da un pezzo coreografico delicatissimo che mette in scena i due corpi senza la pornografia dell’atto ma con tutta la loro potenzialità erotica.

Forse è proprio questo il “piccolo pezzo” in cui viene fuori lo sguardo più profondo di Michel Houellebecq. Famoso per la sua visione senza alcuna speranza nei confronti dell’uomo di oggi, rovinato dai postumi del ’68 e noto per una catastrofica profezia del deserto emozionale che ci aspetterebbe, lo scrittore francese è considerato solitario e misantropo, disperato e deprimente. Dall’altra parte, però, Houellebecq è molto amato da chi riesce a godere del suo sguardo, sì spietato ma anche analitico, tanto reale da arrivare nel profondo dell’individuo. Attraverso un’immagine tragica delle masse, ci tocca da vicino, nel nostro quotidiano, e provoca compassione, che non è pietà ma partecipazione, comunione di un sentimento vero, individuale ma condiviso. Uno dei tanti “piccoli pezzi poco complessi” che ci attraversano.
Fino al 13 febbraio.

Piccoli pezzi poco complessi
da Le Particelle Elementari di Michel Houellebecq
di Magdalena Barile
regia: Marco Cacciola e Francesco Villano
con: Marco Cacciola, Lucia Mascino, Francesco Villano
coreografia : Lara Guidetti
scene e costumi: Petra Trombini
luci: Luigi Biondi
durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 4’

Visto a Milano, Crt Salone, il 4 febbraio 2011