A un anno dal Sì: videoracconto Clandestino con Pietro Babina

No signal - Teatrino Clandestino
No signal - Teatrino Clandestino

No signal – Teatrino Clandestino (photo: Claudia Marini)

Diario di bordo di Teatrino Clandestino, fine novembre 2009: “Lo spazio del Sì è stato completamente svuotato. Non c’è rimasto più nulla della struttura, il celeberrimo box nel quale si sono mossi per più di un mese i ragazzi. E’ stato interamente caricato in un furgone, trasportato e rimontato allo Storchi. I ragazzi preparano il polistirolo, in pieno stile meno Roma più China, nei sotteranei del teatro. Giovanni e Francesca sistemano il palcoscenico. Pietro, appollaiato, sistema l’audio e si accanisce contro il suo Mac. Oggi pomeriggio dovrebbero esserci le prove, le prime da quando siamo a Modena”.

Atelier-laboratorio di via San Vitale 67. Lo spazio, ribattezzato “Sì”, è stato inaugurato a inizio 2009 con una grande festa. E’ lo spazio che finalmente Teatrino Clandestino aspettava, diventato il luogo poetico per la compagnia teatrale nata a Bologna per opera di Pietro Babina, Fiorenza Menni e Manuel Marcuccio ad inizio degli anni ’90, allora giovani studenti dell’Accademia di recitazione con la passione per il teatro d’avanguardia.
In un’estate di quegli anni si trovarono a partecipare alla prima occupazione di una fabbrica abbandonata, a Bologna, da cui nacque il centro sociale Fioravanti. L’occupazione ebbe vita breve, ma avevano avuto tempo di mettere in piedi un piccolo spazio teatrale nella vecchia fabbrica di scatolame. Dopo circa una settimana dal termine dei lavori, però, le ruspe, protette da un cordone di polizia, demolirono tutto, compreso il teatrino. Di lì il nome della compagnia: Teatrino Clandestino. Da allora hanno riscosso molti riconoscimenti, dal premio Eti-vetrine del ’96 al Premio Bartolucci nel ’98, e poi il Premio Iceberg e, nel 2000, il Premio Speciale Ubu per il progetto “Prototipo”. Passano ancora 4 anni e il loro “Madre e Assassina”, dopo il grande successo di critica e pubblico, vince il premio Ubu.

Lo spazio che ora gestiscono come atelier-laboratorio è sede di confronto per tanti progetti artistici, un luogo aperto a tutti dove ci si confronta, si ricerca, si crea.
Nei prossimi giorni, il 6 e 9 febbraio, Teatrino Clandestino inaugurerà il 2010 al Sì con una serie di eventi, da “Happening of sheets of paper”, installazione di Gemis Lucani risultato della residenza dell’artista al Sì, alla festa di inaugurazione del nuovo anno con “Visual Grammar”, applicazione-concerto di Teatrino Clandestino. E poi presentazioni di libri e altri eventi, per rinnovare la socialità in uno spazio che, oltre alla compagnia, sembra aperto a tutta la città.

L’intervista che proponiamo oggi con Pietro Babina è stata registrata a Modena, nella platea del Teatro Storchi durante Un colpo, la rassegna che metteva insieme quattro spettacoli di compagnie emiliane dedicate al tema della giovinezza.
Quanto proposto da Clandestino si intitolava “No-signal”, con chiaro riferimento all’assenza di segnale che spesso compare sui monitor di un terminale o di una tv. Il titolo sintetizza l’idea che, oggi sempre più, un messaggio differente non trova riconoscimento negli spazi monopolizzati della rappresentazione: una riflessione sul rapporto che noi tutti abbiamo con la televisione e il suo linguaggio dominante. Una sorta di video scatola, set da reality, i cui interni cambiano senza che nulla cambi, le cui voci sembrano originarsi in un altrove da Grande Fratello (sempre più nell’immaginario collettivo un format tv internazionale e sempre meno il capolavoro di Orwell).
Che spazio trova oggi un linguaggio differente? In che misura può esistere, sia nella tv che nel teatro? Ne abbiamo parlato con il regista.

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