Pillole di marketing dall’universo teatrale newyorkese

New York
Martha Clarke

Garden of earthly delights (photo: R. Finkelstein)

Sei serate a New York. Impossibile non approfittare dell’offerta teatrale della Grande Mela. Mi fiondo subito in edicola a comprare Time Out e il New York Times: da qualche parte dovrò pur cominciare!
L’offerta di Broadway è molteplice: 38 teatri ufficiali che sfornano decine di musical dai prezzi esorbitanti. Scorro il resto dell’offerta: Off Broadway (teatri da 200 – 500 posti e spettacoli meno costosi), Off-Off Broadway (sale da 100 posti per la sperimentazione), danza.

Cerco nomi noti: mi sono perso per pochi giorni i Bread and Puppet, mentre The Connection, spettacolo storico del Living Theatre, debutta il giorno della mia partenza. La vedo male ma non mi scoraggio. Penso alla grande tradizione delle compagnie di danza moderna newyorkesi: Martha Graham, Merce Cunningham. Finalmente trovo qualcosa di adatto: la Alvin Ailey American Dance Theater festeggia cinquant’anni di attività con un mese di spettacoli al New York City Center. Mi precipito in teatro. I prezzi dei biglietti sono alti, acquisto i più economici per la sera stessa. Il teatro è enorme, avrà duemila posti. Sono nel settore popolare, insieme ad un folto pubblico composto principalmente da afroamericani. Pur essendo molto lontano dal palco mi sento parte dell’evento.

In programma ci sono tre coreografie del repertorio della AAADT (Blues Suite, Masekela Language e Revelations) realizzate tra il 1958 e il 1969. Alvin Ailey, fondatore di questa compagnia composta soprattutto da danzatori afroamericani, è morto prematuramente nel 1989, ma la sua arte continua a vivere e ha grande successo negli Stati Uniti e non solo. Lo spettacolo è entusiasmante e in sala c’è un tifo da stadio. I ballerini danzano sulle note calde di tre generi musicali vicini alla cultura afroamericana: il blues, la musica tribale moderna e il gospel/spiritual. Esco dal teatro soddisfatto, ma voglio di più.

Passo di fronte al Performance Space 122 (PS122), nell’East Village, spazio di ricerca multidisciplinare, ma nessuno spettacolo è in cartellone durante il periodo natalizio. Anche al The Kitchen, consigliatomi da un amico, non trovo niente che mi ispiri.
Passeggiando per le viuzze del Greenwich Village m’imbatto nel Minetta Lane Theatre, un teatro Off Broadway. In cartellone c’è Garden of Earthly Delights, spettacolo di teatro-danza dalle immagini accattivanti che vanta in bella mostra una recensione del New York Times. Ci penso un po’, mi informo sui prezzi e mi decido. In teatro il pubblico è molto “posh”: borghesia newyorkese. Pago una cifra altissima (rispetto ai canoni italiani) ma sono in quarta fila. Il teatro è piccolo e il palco enormemente alto. A sala quasi piena inizia lo spettacolo.
Non resto deluso, sarà qualcosa di difficilmente dimenticabile. Lo show è ispirato ad un trittico molto famoso: il Giardino delle Delizie realizzato dal pittore fiammingo Hieronymus Bosch nel 1503.
In quest’opera provocatoria si accenna alla religione e alla sessualità, all’ingordigia dell’essere umano, alla magia e agli animali, al paradiso e all’inferno. Lo spettacolo sarà tutto questo all’ennesima potenza: il messaggio di un quadro rivoluzionario esaltato dalla potenza ipnotica del teatro. In scena tre musicisti suonano numerosi strumenti (tra cui un didgeridoo) interagendo fra loro durante la rappresentazione. Undici figure salgono sul palco a quattro zampe: creeranno una foresta magica dando vita a coreografie impensabili e magnifiche, aiutati da pochi oggetti di scena e soprattutto da un complicata serie di tiranti, a cui si agganciano e dai quali si lasciano penzolare per tutto lo spettacolo. Scene di sesso, magia, streghe e mostri: alcuni esempi di una serie di visioni allucinanti che vengono realizzate con l’aiuto del fumo, che si spande per la sala, delle straordinarie luci e della musica eseguita dal vivo e sempre protagonista.

Un’ora e dieci minuti senza fiato, un teatro totale dalle emozioni forti dove lo spettatore viene sommerso da corpi vestiti solo di una tuta color carne, che ne esalta l’attraente fisicità e il forte erotismo. Undici sculture mobili e mute dalla bellezza elegante e dai movimenti a tratti dolci a tratti crudeli, pilotate in terra e in aria dalla coreografia e dalla regia di Martha Clarke, artista multidisciplinare della scena off newyorkese che ha composto questo lavoro nel 1984. Ora viene riproposto al Minetta Lane Theatre, dopo più di vent’anni, in una versione rivisitata. Un evento insomma, uno spettacolo che resterà in cartellone fino al 1° marzo.

New York

From the Empire (photo: Simone Pacini)

Nei giorni a seguire faccio un tentativo per un musical. Mi hanno parlato bene di Wicked, una riscrittura del Wizard of Oz. Mi presento al botteghino del Gershwin Theatre e scopro che ogni giorno, due ore prima dello spettacolo, estraggono a sorte 25 fortunati che potranno acquistare altrettanti biglietti al prezzo di “soli” 25 dollari. C’è un caos pazzesco, e penso a quanto avrebbero da imparare i teatri italiani da questo tipo di marketing. Mi metto in coda, lascio il nome, non vinco e me ne vado con un po’ di amarezza. Sarà per un’altra volta.
Bilancio positivo comunque. Due spettacoli visti e soprattutto tanto stupore nell’osservare l’organizzazione generale dell’universo teatrale di New York: dalla gestione del pubblico ai programmi di sala, ma soprattutto per quanto gira intorno alla comunicazione e al marketing. In un sistema come quello statunitense, in cui i fondi pubblici sono limitati, i teatri si devono realmente attrezzare per fare “botteghino” e riempire le sale. Ma un teatro pieno è un teatro vivo, e così sembrano (nonostante i prezzi) quelli di NYC.

 

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  • Andrea ha detto:

    Complimenti, articolo pienio di passione, avrei voluto essere lì. Strano, non mi aspettavo che i biglietti dei teatri fossero più cari dei nostri a New York. ancora complimenti.

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