Il Custode. Da Pinter a Francesco Pennacchia attraverso i tuguri delle anime perse

Il custode
Il custode

Il custode (photo: lalut.org)

Nelle fila del festival Inequilibrio di Castiglioncello i padroni di casa di Armunia inseriscono un piccolo gioiello di semplicità e bravura. “Il Custode” di Harold Pinter è, come altri del drammaturgo britannico, il taccuino d’appunti di un meticoloso scienziato.
Pinter amava assoldare cavie umane, rinchiuderle in laboratori scenici e, di fronte all’occhio vigile degli spettatori, sottoporle a esperimenti crudeli, per dimostrare a sé e al pubblico la funzione del teatro e delle sue situazioni come forma sintetica dei rapporti sociali. Che l’attore fosse alla guida del processo di creazione all’interno del lavoro di Pinter non è mai stato in dubbio.

Nelle messinscene delle sue commedie, la sfida lanciata al regista è sempre stata quella di costruire una ruota ben oliata e agile nel girare, dentro alla quale i topi-attori potessero mettersi a correre senza accorgersi di star faticando a vuoto. Sempre presente, in Pinter, la rappresentazione di un tempo e, ancor più, di uno spazio estremamente limitati. Personaggi nati e cresciuti in cattività costretti a mordersi l’un l’altro la coscienza per litigarsi centimetri di gabbia. Ogni volta un piccolo e sorprendentemente sottile gioco di società. Gioco al massacro.

Francesco Pennacchia e laLut creano un “tugurio”, una sorta di ripostiglio immaginato abitazione, sporco, polveroso, pieno zeppo di cianfrusaglie e oggetti inutili, quasi le pareti fossero enormi calamite che hanno attirato le prime ferraglie trovate nei paraggi. Qui un barbone trova rifugio, ospite di un padrone di casa ritardato, di cui sembra facile appofittarsi. Non fosse che, come imprevedibile fuga di gas, va e viene il fratello di quest’ultimo, con i nervi a posto ma anche lui senza qualche rotella.
In questo circo di miserabili la vittima diviene proprio il barbone, il miserabile per antonomasia, quello che tenta di nascondersi dietro ad un atteggiamento di “povero per scelta”, e che finisce per smarrirsi in una semplice considerazione: c’è qualcuno messo peggio di lui.

Il gioco inventato da Pinter è allora quello di dimostrare come, in un ambiente neutro come uno scantinato da ristrutturare, un deposito di anime perse in cui potrebbero regnare comprensione reciproca e pietà, finisce per riprodursi quello stesso meccanismo che regola la malattia e lo sfascio della società civile. A dare forma a quest’acuta parabola è un’altrettanto acuta sensibilità nei confronti dei particolari insignificanti, su cui Pennacchia passa una lente d’ingrandimento sorretta da un’ottima recitazione. Il linguaggio (pugliese stretto per Jenkins/McDavis il barbone) è un’arma affilata, faretra di dardi che affondano nella critica al sistema, ma anche semplice contenitore di umanità, capace di estrarre momenti esilaranti come contrazioni di rara poesia. Da segnalare i vertiginosi salti di argomento del “fratello”, il suo vincente gioco del “mi ricordi questo o quello”, così fieramente simbolo di un’umanità che tende ad assomigliarsi a oltranza. Da lodare l’ebollizione continua del barbone, che non riposa quasi mai lingua o corpo e finisce per addormentarsi solo di fronte al drammatico racconto del padrone di casa, che rievoca il manicomio e l’incubo dell’elettroshock.

In pochi metri quadrati insidiati da spigoli feroci, allora, c’è spazio per tutto ciò che serve a creare, attraverso una parabola sulla devianza totale che risucchia ogni normalità, una fotografia del nostro dna più intimo. Il tutto scandito da una partitura sonora e luminosa semplice ed efficace (rumori degli attrezzi, lampadine elettriche in scena, acqua che gocciola in un secchio), utile a contestualizzare ma anche a testimoniare lo scorrere di un tempo, così come il passaggio notte-giorno, cielo sereno-tempesta. E poi è un’ottima sorpresa lo straniamento imposto agli attori dal far manovrare a loro stessi l’alzarsi delle luci, così come il buio finale, che incombe come l’inesorabile esaurimento del tempo a disposizione. “No, capo, andiamo, aspetta un attimo, dai…”.

IL CUSTODE
di Harold Pinter
traduzione: Alessandra Serra
regia: Francesco Pennacchia
interpreti: Francesco Pennacchia, Angelo Romagnoli, Luca Stetur
luci: Silvia Bindi
produzione: laLut, Armunia, festival Voci di Fonte
con il sostegno di Regione Toscana
durata: 1 h 25′
applausi del pubblico: 2′ 04”

Visto a Castiglioncello (LI), Castello Pasquini, il 6 luglio 2009
Inequilibrio Festival

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