Piove o non piove? Racconti tropicali dal Roma Fringe Festival

roma-fringe-fest2In una seconda settimana di giugno che a Roma si è mostrata tropicale, altalenante di “piove-non piove”, il brivido classico del teatro all’aperto, Castel Sant’Angelo abbandona lentamente la sua antica funzione di ‘difesa’ lasciando passare curiosi e nuovi spettatori. Nonostante l’offerta degli stand attorno ai palchi del Roma Fringe Festival soffra ancora, e nonostante il sogno di vedere il quartiere Prati scendere dai suoi palazzi (di giustizia e non) per ritrovarsi nel parco Adriano resti una chimera, la seconda settimana di festival non delude e mantiene le promesse, rilanciando su offerta e qualità delle proposte.

Il verdetto della seconda semifinale, arrivato sabato notte con una manciata di voti di scarto, ha consegnato il secondo pass per la finale a “Guerriere” di Giorgia Mazzucato, che da quella pellicola in bianco e nero che è la grande guerra è riuscita a tirar fuori un’intensa cromia di esperienze femminili.
Lasciando alla finale il momento di analisi più profonda sugli spettacoli che andranno in scena il 5 luglio, non passa però inosservato questo secondo occhio che si apre sul secolo scorso, dopo quello aperto da “Gli ebrei sono matti” di Dario Aggioli, primo spettacolo approdato alla finale.

A cent’anni dalla Grande Guerra la nuova drammaturgia e l’attenzione del pubblico puntano i riflettori su quella guerra e sul ventennio che preparò il clima per il secondo conflitto mondiale, indagandone i possibili stati d’animo. Vien da chiedersi quanto in questa ricerca ci sia di analisi e consapevolezza storica, e quanto si associ al bombardamento mediatico e alle tensioni di un quotidiano tutt’altro che pacificato, tensioni che siedono con noi fin sui gradini del più antico e nuovo ‘teatro all’aperto’ di questa estate romana.

Godono della prestigiosa cornice della semifinale anche l’ambizioso “Così grande e così inutile” della Compagnia Il servomuto, e “La vera vita del Cavaliere Mascherato” della compagnia Azzèro Teatro, quest’ultimo ispirato a “La vita reale di J. Geherda” di Bertold Brecht.
L’esperienza di teatro sociale brechtiano, così la giovane compagnia Azzèro Teatro definisce il proprio genere, ha qualcosa di immersivo nella sua messa in scena, merito di una potenza attorale non comune, contagiosa, e della regia pirotecnica di Alessandro De Feo, che miscela il sapore popolare e tannico della commedia dell’arte e della sceneggiata napoletana con il ritmo sincopato e incalzante della satira da vaudeville, versando sul pubblico uno spettacolo potente, inebriante, lavorato sul coraggio e sulla bravura dei giovani interpreti che presentano più di una candidatura come miglior attore: uno spettacolo che rivedremo sicuramente su altri palcoscenici.

La vera storia del Cavaliere mascherato

La vera storia del Cavaliere mascherato

Scrive poesie muovendosi nell’aria Luigi Guerrieri con “Immota Manet” di weweremonkeys, dall’altra parte dell’Europa in quella notte del 2009 durante la quale L’Aquila cambiava per sempre. “Immota manet” (resta ferma, ben salda) è il motto latino che campeggia sullo stemma della sua città abruzzese.
L’attore consuma in sé stesso l’ossimoro dell’essere rimasto immobile, lontano da casa, vivendo un percorso che scuote il suo corpo come il terremoto le mura.

È una polka energica e libera il suo monologo, un ballo a tempo binario tra la terra e l’uomo; entra in scena cantando, parla al microfono e risponde alla domanda: “Come fai a raccontare un terremoto quando non c’eri?”, ripercorrendo con le braccia, le gambe, le tracce lasciate sulla terra crepata da chi ha dovuto portare il peso delle macerie.

Luigi Guerrieri riproduce con il suo corpo ciò che il corpo non ha vissuto, per consegnare al pubblico, da spettatore, il racconto di una collettività che ha visto “i padri che piangevano e dicevano ai figli di non piangere”. Miscelando poesia e ironia “mi manca la festa, il vino con la gassosa”, l’interpretazione totale di Guerrieri si affida al suo carisma istrionico per dar vita a quelle piccole storie abruzzesi che si fondono nella scena d’amore in cui l’attore bacia le quinte come fossero mura, madri, quelle mura su cui chi resta costruisce la sua vita e chi parte pensa che resteranno lì, immobili per sempre.

Ben più disinvolto e leggero è l’approccio di Fabrizio Paladin con “Doctor Jekyll e mister Hide The Strange Show”, che segue lungo i tradizionalmente oscuri vicoli della Londra ottocentesca i personaggi del tetro romanzo stevensoniano. Una trama nota a chiunque più per le numerosi versioni cinematografiche che per la lettura del lavoro narrativo.
Paladin ne fa un concentrato strettissimo, tutto contenuto nella propria performance attorale. Linguaggi diversi assolvono a funzioni diverse, anche se la predominante è la dissacrazione dello stesso testo, la resa a un livello comico che non ignora specialmente il cabaret, dal più raffinato e tecnicamente avveduto (non manca un breve tempo di sonata per “bussata di nocche su porta d’ingresso” e pianoforte) a quello basato sull’illuminotecnica, forse troppo pulito per l’aleatorio spazio all’aperto, fino al meno raffinato gioco sulla battuta vernacolare e sulla smorfia. Il tutto, sempre in costante dialogo col pubblico, sempre apertamente in rapporto alla contingenza, con una capacità di adattamento da performer di calibro. E i performer sono due: alla recitazione di Paladin si associa ineliminabilmente il contributo di Loris Sovernigo al pianoforte, “uno che ha fatto il conservatorio”, puntuale destro e contraltare, in un teatro comico che marcia senza intoppi (“piove? – di nuovo – non piove?”; “lei, signora, ha pagato il biglietto” diretto a chi prova a imbucarsi a metà rappresentazione) e si conquista consensi.

Una noterella la dedichiamo infine a “Oleandro” di Daria Greco e Daniele Casolino per la rocciosa, respingente scelta di un teatro-danza arduo e ossessivo, organizzato in stazioni non comunicanti (né tra loro né col pubblico), penalizzato da un’illuminazione non riuscita, e ciononostante portatore di uno spinoso fascino ermetico, lasciando la parola a chi saprà distinguere, nella descrizione del risultato, tra una comoda maniera dell’incomprensibile e un’erta accessibile solo a pochi – purtroppo, non a noi.

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