Più giù, il ritratto materno di Stefano Ricci

Photo: Valeria Palermo
Photo: Valeria Palermo

Esistono sentimenti intimi, puri, così profondi da radicarsi a una dimensione ancestrale. Per indagarli occorrono linguaggi diversi.
In “Più giù”, spettacolo multimediale creato con Danio Manfredini, il disegnatore Stefano Ricci scava nelle profondità del proprio io servendosi dell’arte, della musica e di un’originale drammaturgia che estrae dal proprio libro “Mia madre si chiama Loredana” (Quodlibet 2016).

Un ambiente ridotto (una sala nascosta del Teatro dell’Arte di Milano) crea una dimensione raccolta: il palco è delimitato da un semicerchio dove si trovano un contrabbasso suonato da Giacomo Piermatti, una postazione per live elettronics di Vincenzo Core, due mouse enormi e un pc con una videocamera: sono gli strumenti che accompagnano il pubblico nel viaggio tra le pieghe dei ricordi.

Stefano Ricci occupa una posizione centrale. È quasi nascosto mentre, accovacciato in un angolo, inizia a tracciare a mano libera i disegni che vengono proiettati sulla parete in tempo reale. Schizzi con pennelli e dita, giochi di forme, colori, luci e ombre, illusioni ottiche e magie artistiche si susseguono, mentre la voce registrata dell’autore percorre le tappe nodali dell’esistenza della madre.
La narrazione prende il via da un ritratto realizzato da Callisto, zio dell’autore, che disegnò la figura di mamma Loredana, di spalle, all’età di quindici anni. A questa prima immagine ne viene sovrapposta un’altra, in cui la protagonista ha ormai sessant’anni e si trova nella stessa posizione.
Ricci tratteggia Loredana: umile e determinata, intelligente e curiosa. Elegante sempre: che legga romanzi russi, o che si trovi seduta a sgranare piselli in una casa contadina dell’Emilia Romagna.

Se il ritratto che affiora dalla voce registrata e dagli schizzi è delicato e a tratti evanescente, vivido risulta invece il racconto degli incontri e di alcuni elementi di vita familiare. È il caso di un accappatoio bianco che l’autore ricorda con nostalgia, simile a una divisa da judo; o di un elemento del paesaggio romagnolo fortemente simbolico: la radura delle sette querce, luogo mitico dell’infanzia, da cui prende corpo la riflessione sul corso della vita: prima delle querce invecchiano le persone.

La figura materna rimpicciolisce. Il percorso sta giungendo al capolinea. Ma c’è ancora spazio per i ricordi. L’infanzia è serbatoio di immagini intense: una casa al fiume, un luogo di villeggiatura immaginario. E poi sprazzi di poesia e tenerezza: gli occhiali del padre, la perdita dell’udito, la dipartita, uno spirito animista che aleggia in famiglia. È un terremoto emotivo. È l’esigenza di scrivere. È il percorso verso il teatro.

“Più giù” è uno spettacolo di musica e live painting che unisce generi e linguaggi diversi: pittura, poesia, voce e musica sapientemente dosati per ricostruire un’atmosfera sotterranea, per creare una dimensione domestica nella quale rendere omaggio a uno sentimenti più profondi dell’animo umano: l’amore filiale.
Senza sentimentalismi, senza cedere al lirismo, Ricci crea un ritratto etereo su cui si stagliano gli elementi di un’esistenza naif. Uno scavo profondo, che si vale delle note immateriali di un contrabbasso e di una chitarra elettrica, indossando semplicemente una tuta da lavoro.

PIÙ GIÙ
disegno, testo, voce Stefano Ricci
contrabbasso Giacomo Piermatti
live eletronics Vincenzo Core
collaborazione al progetto Danio Manfredini
regia proiezioni Cristiano Pinna
musiche Vincenzo Core e Giacomo Piermatti

durata: 50’
applausi del publico: 2’

Visto Milano, Teatro dell’Arte, il 9 giugno 2017

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