Platonov. Il primo Cechov alla prova de Il Mulino di Amleto

Platonov (photo: Manuela Giusto)
Platonov (photo: Manuela Giusto)

E’ noto l’aneddoto in cui Cechov rimproverava Stanislavskij di mettere in scena i suoi testi come fossero essenzialmente “drammi”, costringendo lo spettatore all’impossibilità di ridere o sorridere.

Avrà forse pensato a quel rimprovero Marco Lorenzi, regista della compagnia Il Mulino di Amleto, nel mettere in scena in modo disincantato, riadattandolo con Lorenzo de Iacovo, tra commedia e tragedia sempre imminente, “Platonov”, scritto in quattro atti dal grande drammaturgo russo allora giovanissimo, tra il 1880 e il 1881.
L’opera, ancora in parte scomposta, densa di troppi riferimenti e suggestioni, come spesso accade nei primi lavori, venne ritrovata – solo dopo la morte di Cechov – priva del frontespizio e quindi del titolo, a cui fu dato successivamente, designandolo dal nome del protagonista.

L’azione, come spesso accade nelle opere di Cechov, si svolge nella profonda provincia della campagna russa, in una tenuta che ha conosciuto tempi migliori, non molto diversa da quella di Ljubov’ Andreevna, protagonista de “Il giardino dei ciliegi”.
Qui, chiamati dalla padrona, la proprietaria terriera Anna Petrovna, passano le vuote serate diversi personaggi, tra fiumi di vodka che letteralmente inonda la scena; fra loro il ventisettenne ammoliato e maestro elementare Platonov, di cui sono innamorate sia la padrona di casa, sia Sofja, moglie del figliastro di Anna, sia infine una delle sue colleghe insegnanti.

Della combriccola fanno anche parte Sergej Pavlovic Vojnicev, figliastro di Anna e artista teatrale in cerca di ispirazione (che ricorda il Kostya del “Gabbiano”), il ricco Porfirij Semenovic Glagol’ev, anch’egli innamorato della padrona di casa, che lo corteggia solo per denaro, e il figlio Klrill, giovane medico scriteriato, e infine Aleksandra Ivanovna (Sasa), moglie del maestro elementare, perennemente tradita da Platonov.
Sono tutti personaggi in cerca d’amore, certezze, disillusi dalla vita, i cui sentimenti sono dettati unicamente da interessi che non collimano per niente con i sentimenti autentici.
Solo Platonov, assolutamente incapace di amare ed essere amato, sembra reggere alla solitudine, saltando di fiore in fiore, pur cosciente dell’inconsistenza che lo circonda e della sua stessa insostenibile incapacità di amare, fattori che lo porteranno all’alcolismo.

In questo nuovo allestimento, al suo debutto in occasione del Festival delle Colline Torinesi, gli attori attendono il pubblico seduti di lato; il diaframma tra pubblico e scena non esiste, viene spezzato dai continui rimandi al tecnico di scena (che entra spazientito perfino ad allontanare un personaggio molesto) e dai continui ammiccamenti rivolti alla platea, che ride spesso, come del resto avrebbe voluto Cechov. Ma, soprattutto, platea e scena sono unite dall’occhio dello spettatore, che abbraccia continuamente tutto il mondo che gli si para davanti spostandosi di qua e di là, osservando anche le controscene riportate su uno schermo.

Una struttura semovente di legno e vetro serve a definire gli spazi, in cui nella prima parte troneggia un grande tavolo. Tutti gli attori conducono impeccabilmente il ballo degli affetti in corso, che ricorda da vicino il capolavoro di Jean Renoir, “La regola del gioco”, pellicola del 1939: Michele Sinisi disegna in modo convincente il protagonista, contornato da un ottimo cast (Stefano Braschi, Roberta Calia, Yuri D’agostino, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Angelo Maria Tronca).

Non pare di assistere a una delle prime opere di Cechov, semmai all’ultima. E’ infatti un grande affresco, quello che ci si para davanti, in cui tutto il mondo cechoviano pare ritornare compatto. Una sorta di compendio in cui possiamo rivedere le illusioni di Lyuba del “Giardino”, le possibilità di riscatto di “Zio Vanja”, la volontà di fuggire da un mondo sempre uguale delle “Tre sorelle”, e dove persino un gabbiano cade sulla scena, ucciso accidentalmente.

Gli spettatori si riflettono nei protagonisti, nella loro ricerca di una felicità che non giunge mai. Ed è appunto per questo che alla fine, Osip, giovane e oscuro personaggio rimasto sempre in disparte (se non per compiere azioni disdicevoli), termina lo spettacolo chiosando: “Normalmente Sofja si ritrova tra le mani la pistola del marito e la punta contro Platonov. E normalmente Platonov muore, quasi per caso. Ma non questa sera. Stasera abbiamo deciso che bisogna fare qualcosa di diverso di morire. Questa sera bisogna continuare a vivere. La vita! Perché non viviamo come avremmo potuto? Ecco, finché non ci sarà una risposta a questa domanda abbiamo bisogno, abbiamo voglia di continuare a vivere!”.

PLATONOV
di Anton Cechov
regia Marco Lorenzi
uno spettacolo di Il Mulino Di Amleto
regia Marco Lorenzi
con Michele Sinisi
e con Stefano Braschi, Roberta Calia, Yuri D’agostino, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Angelo Maria Tronca
riscrittura di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo
regista assistente Anne Hirth
style e visual concept Eleonora Diana
disegno luci Giorgio Tedesco
costumi Monica Di Pasqua
co-produzione Elsinor Centro Di Produzione Teatrale, Festival Delle Colline Torinesi, Tpe Teatro Piemonte Europa
con il sostegno di La Corte Ospitale – Progetto Residenziale 2018
in collaborazione con Viartisti per La Residenza Al Parco Culturale Le Serre

durata: 1h 40′

Visto a Moncalieri (TO), Fonderie Limone, il 7 giugno 2018
Prima nazionale

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