PlayFestival premia ma fatica a trovare drammaturgie originali

Aspettando Nil

Aspettando Nil (photo: Andrea D’Ambrosio)

Due giurie, una di ‘critici del web’ e una popolare di spettatori, hanno deciso che “Aspettando Nil”, della Compagnia LaFabbrica di Roma, è lo spettacolo che verrà ospitato per tre repliche all’interno della stagione 2013/2014 del Piccolo Teatro di Milano, mentre lo spettacolo “Diss(è)nten” dei baresi Vico Quarto Mazzini beneficerà della vetrina del Teatro Ringhiera Atir di Milano.

Rispettivamente primo e secondo classificato, sono i vincitori di PlayFestival, gara per compagnie under 35 nata da un’idea di Serena Sinigaglia, e realizzata in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano, che si è mossa dal 13 al 19 maggio al Teatro Ringhiera: dodici spettacoli in sei giorni selezionati fra 113 progetti pervenuti da tutta Italia.

Un lavoro di scelta lungo, che ha richiesto un bello sforzo organizzativo, sentito come necessario per dare il via alla prima edizione di un festival che, prima di tutto, ha rappresentato un’occasione e una possibiltà di crescita per le compagnie più giovani: sia perché rappresenta l’apertura di un canale di distribuzione e visibilità (fondamentale in tempo di crisi), sia dal punto di vista artistico, di contenuti, linguaggio, estetica e segni.


Non sempre il “livello” è stato raggiunto, e spesso, tra uno spettacolo e l’altro o a fine serata, le due giurie e il pubblico, insieme, si sono confrontati sulla reale fattibilità e possibilità che gli spettacoli fossero all’altezza di sostenere tre repliche su palchi e verso platee che a Milano rappresentano due istituzioni teatrali, seppur diverse, come il Piccolo e l’Atir Ringhiera.

Tant’è, questa è la scena contemporanea italiana under 35, che il PlayFestival ha permesso al pubblico di conoscere e giudicare. Onori e rischi, meritati e assunti da promotori e organizzatori dell’iniziativa, che meritano comunque un elogio non solo per aver avuto il coraggio di rischiare, assumendosene la responsabilità, ma anche perché hanno dato la possibilità di quel confronto che è necessario alla crescita.

Le compagnie tornano a casa con oltre cinquanta feedback ciascuno, stampati su fogli protocollo e scritti nero su bianco, firmati da “giudici” che hanno garantito la copertura settimanale per arrivare ad un’integrità di giudizio. Soprattutto quelli popolari, che si sono distinti rispetto ai critici per presenza, coinvolgimento e preparazione, mantenendo quella freschezza che ha a che fare con la passione, e nulla con l’ergersi su piedistalli invisibili e inventati. Del resto, si sa, il teatro è pieno di prime donne.

Di diverso tipo, sono le protagoniste interpretate da Elisa Bongiovanni e Giada Parlanti, dirette da Fabiana Iacozzilli, in “Aspettando Nil”, storia di due donne decrepite che attendono un uomo che arriverà solo nel momento in cui loro saranno pronte, cioè quando finiranno di prepararsi. Ma, proprio come per Godot, non si sa quando saranno pronte, né se l’uomo arriverà.
Spettacolo già vincitore del festival Le voci dell’anima (2007), Ermo Colle (2008) e di Undergroundzero Festival di New York (2010), è la prima parte della “Trilogia dell’Attesa”, completata da “Quando saremo grandi” (finalista al Premio Scenario e vincitore di Teatri abitati nel 2009, debuttato al Napoli Teatro festival nel 2010), e da “Hansel e Gretel il giorno dopo”, che ha appena debuttato al Teatro Vascello di Roma.
Uno dei requisiti per la partecipazione al PlayFestival era la presentazione di lavori editi; è quindi capitato, in sei serate, di ritrovare sul palco spettacoli già visti e, più o meno, maturati.

Anche “Diss(è)nten“, il secondo classificato, era già stato a Milano nel 2010, quando il Teatro CRT era ancora in grado di promuovere il Premio Kantor.
Il nucleo principale della compagnia è costituito da Michele Altamura, Nicola Borghesi, Riccardo Lanzarone e Gabriele Paolocà, provenienti dall’Accademia Nico Pepe di Udine, che collaborano dal 2011 con Teatro Minimo, e hanno vinto nel 2012 il Napoli Teatro Festival Fringe E45 con “La Bandiera” di Michele Santeramo.

La giuria è stata unanime nel constatare la fatica di trovare una drammaturgia originale, attribuendo questa mancanza alla tendenza, giovane e contemporanea, verso regie e scritture collettive, ad un “tutti ci diamo da fare per tutto” insomma, che nelle migliori intenzioni è pure sano ma soprattutto, per forza di cose, quasi obbligatorio.
Allora come evolversi? Sarebbe interessante se un’iniziativa illuminata come PlayFestival si replicasse in altrettante occasioni per i giovani autori, se le istituzioni teatrali milanesi si prendessero l’onere e l’onore di selezionarli ed eventualmente “adottarli” per esperienze interne e limitate nel tempo, ad esempio, non solo per una stesura di un testo, ma anche per la realizzazione del materiale testuale della stagione, contribuendo alla nascita e diffusione di figure artistiche che mancano alla scena italiana, come il dramaturg tedesco.
O ancora, sarebbe funzionale aprire i teatri ufficiali a letture di giovani autori agite da attori ugualmente giovani ma magari più conosciuti e riconosciuti.
Nella speranza di arrivare lontano, il PlayFestival ha comunque lanciato uno, due e più sassi.
 

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  • eleonora ha detto:

    Parafrasando questo brutto pezzo: “Tant’è, questo è il livello della giovane critica italiana”.

    Occorre una dovuta misura e una buona scrittura per affrontare, con sguardo panottico, anche la lettura di festival giovani, con formule inedite, come questo.

    Insufficiente. Soprattutto per il tono superbo con cui M. Melandri compone il pezzo.

    E.C.

    p.s. Sono una spettatrice, non una teatrante. Ma molto appassionata di teatro e di buona critica. Va segnalato quando è insufficiente uno e quando anche, e decisamente, l’altra. Se nessuno legge la critica ci sarà un motivo. Forse occorre affinare le penne, quindi, leggere di più.

  • mah... ha detto:

    mancheranno pure gli sguardi panottici, ma di sicuro c’è tanta ‘cattiveria gratuita’… o invidia? o presunzione? o egocentrismo? …mah, mettiamoli pure tutti insieme… certo è che si legge ben di peggio…

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