La poesia del Belli rivive in Popolizio e Magrelli

Massimo Popolizio (photo: Teatro di Roma)
Massimo Popolizio (photo: Teatro di Roma)

Un vero e proprio capolavoro romano, qualche sera fa nel pieno centro di Roma, ha chiuso il 2019 con la poesia in sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli.

Massimo Popolizio ha letto 60 sonetti del poeta trasteverino vissuto a cavallo tra il Sette e l’Ottocento per una Roma tutta sé stessa, riunita tra i palchetti e le sedute del Teatro Argentina.

La guida mentale della serata è invece nelle mani di Valerio Magrelli, poeta tra i più significativi della scena italiana contemporanea.

Due scrivanie sono posizionate proprio di fronte al pubblico: da un lato Popolizio, con la sua lettura tanto ricca quanto impeccabile, capace di riportare in vita tutta la multiforme gamma comico-espressionista della poesia belliana, dall’altro Magrelli, lettore eccezionale, a tratti più poeta, a tratti più studioso o artigiano della parola e dei suoi ritmi, ad introdurre le letture con curiosità sulla vita del Belli, contestualizzazioni, ma soprattutto chiarimenti riguardo alla poetica dell’autore.

E ci si sente fortunati ad occupare un posto a teatro in questa serata, capitati per caso nel bel mezzo di un momento come di festa. Una serata perfetta per osservare questa Roma di fronte allo specchio, che si cerca, si scruta e si interroga sul proprio perpetuarsi vagabondo tramite i versi di una poesia che, nonostante i secoli, proprio non invecchia.

Non mancano, poi, i coloriti tratti di un puro virtuosismo, come durante la lettura del sonetto “Er tartajjone arrabbiato”, e abbondano risate convinte in mezzo al pubblico ascoltando gli endecasillabi e le rime di satira contro il papato o di scherno sessuale. Ma lo spettacolo ha anche una sua vena profonda, come d’altronde la offre la grandezza pluriforme della poesia belliana, ed è quella di una Roma che sembra non cambiare mai: “E cquesta è una città? cche! sta sporchizzia?! / Nò, cchiamela per dio Terra de cani”, o quella di una riflessione sulla natura umana e la sua vanità da brividi raggelanti: “La morte sta nascosta negli orologi; e nessuno può dire: domani ancora sentirò suonare il mezzogiorno di oggi”, o ancora “Ner guardà cqueli schertri io me sò accorto / D’una gran cosa, e sta gran cosa è cquesta: / Che ll’omo vivo come ll’omo morto / Ha una testa de morto in de la testa.”.

Si accendono le luci di regia prima su Magrelli e poi su Popolizio, i due si scambiano la parola entrando in una sinergia sempre più riuscita, nel nome di un unico rivedersi nella bellezza di ciò che si sta leggendo, nella sua attualità e nella sua capacità di toccare l’eterno. La serata conosce un vero e proprio climax della mente e del sentire, che porta il pubblico sempre più all’interno dell’arguzia belliana.

Ormai entrato nella sistematicità del fulmen in clausula al termine dei sonetti, il pubblico aspetta che l’espressività assoluta della voce di Popolizio riveli l’ultima rima nell’ultima quartina per liberarsi in continui ed intrattenibili applausi, nei quali sembra di essere davvero tutti assieme a ridere e capire di più di se stessi e della Roma d’oggi, tanto rumorosa quanto infinita, racchiusa tra le luci che solo i poeti possono davvero accendere e rivivificare.

Quanta rarità per serate teatrali tanto dense come questa, capace di chiudere un anno riunendo una comunità attorno alla sua lingua ed alle sue parole, aprendosi alla propria identità grazie agli strumenti della poesia.

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