Porpora, il rito di riconciliazione di Mariangela Gualtieri

Stefano Battaglia e Mariangela Gualtieri (photo: ©Melina Mulas)
Stefano Battaglia e Mariangela Gualtieri (photo: ©Melina Mulas)

Non ha certo bisogno di presentazioni, la poesia di Mariangela Gualtieri: non ha bisogno di presentazioni quel suo modo unico di gestire la dimensione poematica, il respiro verticale delle parole e dei versi che sanno essere corporei e mistici, come sono solo quelli nati “dentro” il teatro e non “per” il teatro.
Nella cornice di Teatro Valdoca, nel solito lavoro di contestualizzazione scenica di Cesare Ronconi, stavolta la Gualtieri collabora più strettamente con un musicista dalla lunga esperienza, Stefano Battaglia: ha scritto un poemetto sui colori – “Porpora”, appunto – e dal dialogo tra i versi e l’improvvisazione al pianoforte di Battaglia si è sviluppata una drammaturgia dai tempi densi e cadenzati.

Compositore e improvvisatore, Battaglia aveva già alle spalle la trasposizione musicale di testi poetici e mistici (i “Sonetti a Orfeo” di Rilke, il poeta persiano Rumi, San Giovanni della Croce). Il suo pianoforte a coda è disposto alla sinistra del palco, che per il resto è occupato da artefatti scenici familiari a chi conosce l’iconografia di Valdoca: pulpiti, trespoli, piccole predelle, un’incudine, un disco sospeso color rame, pronto a illuminare per riflesso la platea; uno scenario sospeso tra il paesaggio selenico e le macchine celibi di Duchamp.

La Gualtieri comincia a dar voce al suo poema salendo i gradini del palchetto centrale. Ha una statuetta agganciata alla testa, attraverso una sorta di cercine. Da lì si muoverà, lungo le strofe del poemetto, verso le altre postazioni microfonate, in minime variazioni posturali che assecondano il potenziale simbolico della poesia.

Tentare una parafrasi dei suoi versi non funzionerebbe neanche sui banchi di scuola, quindi ci limitiamo a rischiararne le intenzioni ricorrendo alle parole della stessa poetessa, che dice di cercare «acrobazie dell’udire che portano il mondo dentro, fino al fondo. Che portano il dentro al mondo, fino all’orlo, dove spazio e tempo si accucciano e lasciano per un istante intuire ciò a cui poesia, musica e silenzio, conducono».
L’effetto è davvero quello, e lo diciamo senza ironia. Mentre Battaglia alterna brani più ritratti ad altri più melodici, o si alza per pizzicare direttamente le corde del pianoforte, la Gualtieri conferma per l’ennesima volta di essere uno tra i pochi poeti viventi a saper creare un’atmosfera, un altro tempo, un’alterità: le strofe del verde, del blu, del rosso e degli altri colori attraversati e rifratti dal poemetto tessono, inevitabilmente, una lunghissima sinestesia, uno scambio metonimico fra colore ed essenza, fra sensi e senso.

Una poesia così sfacciatamente lirica, invece di riverberarsi – come tante – nelle pieghe di un io auto-eletto, sa dire “noi” in una coralità radicale, come solo lo sguardo dei poeti feriti, illuminati e un po’ pazzi sa fare: «Siamo nel viaggio sempre. Traversiamo / quadranti di cielo, / pezzi d’un cosmo creato ora. / Tutti insieme andiamo, / che vogliamo o non lo vogliamo. / […] Ogni cosa viene con noi. Con noi si instrada / per le costellazioni, / ogni bastoncino o piuma / ogni erbaccia viene con noi».

Come Whitman, la Gualtieri raccoglie le sue foglie d’erba (e d’erbacce) con grandi salti. È vero che, per chi la conosce, qualche traiettoria comincia ad essere prevedibile: l’uso dei diminutivi e degli alterati (erbaccia, bastoncino, figliolino); le preposizioni articolate pronunciate (e pubblicate nel libretto) scisse, come in italiano antico, forse per sottolinearne la materialità verbale, oppure per ammiccare alla poesia orale antica (“de la” invece di “della”); l’uso insistito delle ripetizioni e dei pronomi. Il fatto, però, è che pur muovendosi nella comodità di qualche stilismo, la poesia della Gualtieri continua a mantenere uno sguardo ampio e raro: uno sguardo greco, amoroso, universale; uno sguardo che sa – soprattutto – parlare del vuoto in termini non nichilistici, ma potenziali, vitali. «Ma mai mai ho tradito / quel lato senza nome / l’ho custodito in me e fermentato / tenuto fuori dal ragionamento / coltivato il suo vuoto / ho adorato l’elegante indicibile suo modo / d’essere nascosto, / ma in ogni luogo – / e di mancare, struggente e presente, / di non pesare ma portare il mio poco».

È per questo che assistere ad una lettura teatrale della Gualtieri continua ad essere uno dei migliori esempi di arte della riconciliazione. Un rito terapeutico, se vogliamo. E una parte enorme del rito sta, ovviamente, nella sua presenza vocale, un dono così raro nei poeti contemporanei: nella sua voce lunare, nella sua modulazione così distintiva. Tanto più quando sa attraversare un tessuto sonoro complesso e poliedrico come quello animato da Stefano Battaglia.
Ci curiamo. Ogni tanto non bisogna vergognarsi di ammetterlo: con l’arte, e tanto più col teatro, ci curiamo. Da quella sclerosi brutta che ci porta a separare, per stanchezza e pigrizia, le cose alte da quelle basse: «Il colore degli antichi solenni riti […] Questo ci piacerebbe che fosse: un dono, un tempo in cui vivere un volo, un rito di conciliazione dell’umano con la terra e col cielo».

P O R P O R A rito sonoro per cielo e terra
con Stefano Battaglia e Mariangela Gualtieri
regia scene e luci di Cesare Ronconi
testi scritti e recitati da Mariangela Gualtieri
musiche composte ed eseguite dal vivo da Stefano Battaglia
produzione Teatro Valdoca
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione
con il contributo di Regione Emilia Romagna, Provincia di Forlì-Cesena, Comune di Cesena

durata: 50′
applausi del pubblico: 3′ 20”

Visto a Roma, Teatro India, il 26 maggio 2017

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