Ubu night 2009: il videoreportage di Klp

Il Patalogo 32

Un altro anno di teatro, raccolto dal Patalogo 32

Quelli che ogni anno criticano gli Ubu sono come quelli che a Sant’Ambrogio vanno a manifestare fuori dalla Scala. Sono una categoria dello spirito che conferma la dinamica parmenidea del pensiero nazionale: se l’Ubu è, il non-Ubu non è.
Ci spieghiamo, prima di aggiungere qualche nota di colore al videoreportage sulla “Ubu night” che proponiamo oggi: libera è la casa editrice Ubulibri di assegnare ogni anno dei riconoscimenti a quelli che ritiene i migliori esiti della stagione, anche attraverso il parere di un numero abbastanza rappresentativo di giurati, liberi gli esclusi di affermare il loro non esser(ci). In questo dilemma di parti, nessuno, però, ha mai avuto forza e coraggio di mettere in piedi un’alterità, forse perchè è più facile criticare quanto già esiste che costruire un’alternativa.

E dunque, se una riflessione va fatta sul sistema Italia, questa può riguardare senz’altro l’accentramento di poteri, ma a maggior ragione il dilettantismo da armata brancaleone che non ha mai permesso di creare alcunché di alternativo che abbia altrettanta autorità, autorevolezza e riconoscibilità.
Si addurranno mille ragioni: la realtà, per quella che ci appare, è che dall’altro lato della luna si ragiona spesso a parrocchiette, ognuna erta a difesa di un orticello di garanzie intoccabili, di contributi pubblici, più o meno ricchi; paradossalmente le stesse accuse che molti, peraltro quasi sempre quando l’interessato è assente, muovono al padrone di casa del teatro nostrano: Franco Quadri.

Confesso che quando Piero Chiambretti, nell’avviare una conduzione della serata sovente sopra le righe, scherzava sul Nostro, pensavo alla sua tenacia pur fra mille critiche che sempre piovono sulle scelte, sulle nomine, e al fatto che lui sia comunque lì, imperterrito e pronto a prestare il fianco anche alla freccia del comico. Se Quadri e la Ubulibri sono da anni, come Coppi, soli al comando, un motivo ci sarà: molto del merito sarà suo, ma anche chi non è (Parmenide aiutali) si guardi e si interroghi sul proprio non essere, se davvero reclama altro seriamente o se è solo perchè non arriva all’uva…


Andiamo alla serata in cinque flash, quelli per me più significativi:

1 – L’interessante e tagliente silenzio della Calderoni e della Montanari, in risposta ad un’ironia di conduzione che stava facendo scorrere un po’ troppo velocemente il momento rituale. Aurea bizantinità musiva delle donne di Ravenna e dintorni.

2 – Margherita Palli “Or son cinque pria eran sei!”, ci ha garbatamente fatto notare, come nel Barbiere. Quando due anni fa sono entrato a Palazzo Venezia alla mostra su Sebastiano dal Piombo, di cui aveva curato l’allestimento, ho inteso in via definitiva che per questa artista straordinaria la scena è dentro ma anche fuori dal teatro e permea l’arte in senso lato. La Dal Cin, che abbiamo intervistato, ha parimenti meritato. Altre intelligenze abitano il mondo delle scenografie. Arriveranno presto premi anche per loro: bisogna che alcuni critici vadano a vedere gli spettacoli, però. Noi ne vediamo sempre pochini in giro e sempre nei soliti teatri, di solito si muovono più d’estate, in modalità vacanza: Franco, serve un po’ un ricambio, su, coraggio!

3 – I giovani: li stimiamo, li seguiamo, e siamo felici per tutti e per ognuno. Il premio “tuttinsiemeappassionatamente“, però, non rende merito al lavoro di ciascuno e forse libera solo la giuria da imbarazzi e gelosie di scelte vere e mirate in futuro. Un premio giusto all’intonazione di fondo, ma il formato famiglia non è un modo interessante e favorisce l’inflazione.

4 – Fausto Russo Alesi: era in credito anche secondo noi con i premi. Meritato anche questo. Una garanzia.

5 – Bravo Spiro Scimone, che sale sul palco con tutta la famiglia teatrale, tanto che alla fine Chiambretti non ha capito neanche chi fra loro era il premiato.Una lezione di senso del gruppo che al conduttore forse è sfuggita. In questo caso abbiamo tifato per la sostanza intellettuale più che per l’apparenza griffata in scarpe da ginnastica.

Vi lasciamo alla prima parte del nostro videoreportage, dandovi appuntamento, fra qualche giorno, alla carrellata di interviste con i protagonisti della serata.

Le premiazioni

Le interviste

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  • filippo de dominicis ha detto:

    Fuori da qualsiasi parrocchia, fuori da ogni coro, invisibili e necessari, checché ne diciate, esistono pensatori e creatori liberi, che sanno benissimo che l’ignoranza di Franco Quadri non solo è al potere, ma soprattutto, purtroppo, fa proseliti.
    Rispondere ironizzando sull’invidia, sulla volpe e l’uva, è troppo poco. Dire che un potere va bene perché non c’è alternativa, è discorso equivalente a quello della destra di governo italiana.
    La critica non è quella che assegna premi, la critica è quella che studia e scrive fuori dai giornali, oltre le vetrine mondane, ed è oggi quasi inesistente in Italia.
    Che la critica torni ad essere quella che diceva Baudelaire: “parziale, appassionata e politica”. Allora tornerà un dibattito vero in Italia, allora ci saranno persone pensanti e in ascolto, allora non ci sarà bisogno di medaglie.

  • Daniele T. ha detto:

    Salve, non voglio assolutamente criticare l’ubu, né chi li organizza da tanti anni, né chi vota, né chi vi è di volta in volta votato: voglio criticare invece quella che mi pare una svolta reazionaria di Klp, ameno a legger questo pezzo come anche a legger l’altro (il dialogo tra la faziosa e il diplomatico/Simone Pacini). Questo tono “filogovernativo” a difesa dei premi ubu e “del padrone di casa del teatro nostrano” mi parrebbe anche legittimimo, pieno di buone motivazioni e ragioni, ma personalmente sono stufo della delegittimazione delle critiche con l’arma sempre appuntita della derubricazione a invidia, volpe e l’uva eccetera. Così è veramente troppo facile. Gli invidiosi possono avere ragioni, nonostante la loro invidia, no? Presupporre pregiudizialmente la malafede e il torto è due volte malafede e torto. Secondo me è peggio, molto peggio, avallare semplificazioni di comodo come queste, che qualche sia pure sciocca e invidiosetta critica. vabbè. Grazie dello spazio. Pensatela come vi pare. Buon lavoro, come sempre. A presto. Dt

  • sergio ha detto:

    Io non ho mai seguito molto gli Ubu, l’anno scorso comunque più di quest’anno. Vero è che mi sono avvicinato alla critica in tempi tutto sommato recenti, a tre anni e passa da una laurea in teatro che ancora non avevo capito potesse portarmi qui. Anche il giornalismo, prima di portarmi qui, mi ha portato altrove. Quindi il mio approccio a questo mestiere è un po’ “autogestito”, un po’ inventato. Non ho fatto alcun master di critica teatrale, non ho fatto gavetta da nessun critico o operatore, non ho ancora mai fatto da giurato. Vengo dalla cronaca e ancor più dalla scrittura. Cerco di capire se è possibile o no, politica a parte, riportare un po’ di equidistanza tra lettori e artisti. Qualcuna delle compagnie che ho “criticato” dice che ogni tanto ci riesco. Ogni tanto sono troppo letterario. Se scrivo un commento a questo post è per dirmi – come accade spesso ultimamente – un po’ dalla parte di Daniele, artista pure lui, che fa notare come buttarla tutta sul “vabbè sei solo invidioso” sia facile, un po’ superficiale, alla fin fine svilente nei confronti del dibattito stesso.
    Un po’ però anche per criticare l’attacco a spada tratta di Filippo, che ho già visto scrivere altrove in questo sito. Sono due le cose che a mio parere non hanno molto senso nel tuo intervento: 1. fai anche tu un discorso estremamente politico che, in quanto tale, è soggetto a opinione, se vogliamo che ci sia una democrazia almeno nella cultura. Siamo tutti d’accordo che l’Olimpo del teatro attuale ha i paraocchi, che chi ha i soldi li tiene e chi si fa il culo per fare qualcosa di nuovo non sempre ha vita facile. Ma è anche vero che l’Ubu è tuttora il premio più importante – finché le cose non cambiano – questa è una testata giornalistica e ha il dovere di raccontare l’attualità. Ti assicuro che – quanto a selezione delle notizie – questo giornale fa già molto, moltissimo per evitare di scivolare nel commerciale o nel “troppo intellettuale”, che spesso è altrettanto rischio di ghettizzazione, cosa che l’informazione cerca di fuggire. 2. Parli anche tu per semplificazioni, la fai un po’ facile. Proviamo a pensare che di quest’attualità chiusa, sterile, che crea troppo spesso circoli viziosi in cui si ripetono nomi, volti e idee, è schiava, purtroppo, anche la critica stessa. Il progetto di KLP è già di per sé, e ne sono convinto, una voce fuori dal coro. Dire che “La critica non è quella che assegna premi, la critica è quella che studia e scrive fuori dai giornali, oltre le vetrine mondane” è di certo nobile, sacrosanto. Siamo tutti d’accordo. Ma, da giornalista e – almeno qui – da esponente della critica, ti dico che questa frase è molto più facile scriverla che concretizzarla. Non è una giustificazione, ma se questa critica che sognamo entrambi “è oggi quasi inesistente in Italia” è perché NON HA RISORSE PER ESISTERE. Esattamente come un teatro off, una compagnia di ricerca o, che ne so, un progetto di teatro di figura sperimentale. Proprio perché in pochissimo tempo un teatro off diventa “un teatro in”, una compagnia di ricerca diventa “compagnia di moda”, un teatro di figura tradizionale diventa “un teatro cult”. Tutti termini usatissimi, veri. Svilenti, sono d’accordo. Ma qui allora ribadisco quel che dice Daniele, basta. Proviamo a lavorare davvero insieme, allora. Visto che qui i commenti sono tra artisti e critica, perché sia Daniele che Filippo lavorano nel campo. Parlo a voi perché ci siete qui voi, ma – chi mi conosce lo sa – dico le stesse cose a tutti. E’ troppo facile dirsi “critici liberi” quando si tiene un blog e si recensisce o si parla solo di chi ci pare. Questo è un giornale che, apportata una selezione che per noi è quella che mette in luce il teatro nuovo e di ricerca, deve informare. Tant’è che questo pezzo si chiama VIDEOREPORTAGE. Così come è facile dire che la critica deve approfondire, deve lottare, deve prendersi resposabilità, quando però i mezzi gli vengono negati. E per mezzi non intendo solo i soldi necessari a condurre questa ricerca, ma anche la disponibilità delle compagnie stesse. Quasi tutti gli artisti non vedono l’ora di dimostrare quello che ha da dire, ma solo pochi, facendolo, si mettono davvero in gioco. Le interviste che vedete in RISORSE o gli approfondimenti nella sezione omonima sono frutto di una marcatura stretta da parte nostra e di una disponibilità da parte vostra.
    Questo nostro giornale è la dimostrazione di un desiderio di volerci essere, sempre, senza che NESSUNO ci dia niente in cambio quindi non potremmo mai essere servi di qualcuno. Parlo quindi sia ai miei colleghi che agli artisti: proviamo a collaborare davvero. Sappiate che qui nessuno ha niente di regalato.
    Grazie!

  • Giulio Baraldi ha detto:

    caro Renzo, seguo costantemente sia il teatro degli Ubu, che quello sommerso.
    Sono un attore e regista anch’io, che ha lavorato negli stabili, nei teatri + commerciali ma viene dalle ‘cantine’ e qualche volta ci torno volentieri. Che dire?
    Odio gli invidiosi, gli orticelli, soprattutto quelli che rimangono sconfitti e poveri quasi ‘per partito preso’. Ma dall’altra parte le battaglie importanti del signor Quadri hanno comunque creato uno o più schieramenti. Una piccola o grande lobby.
    E sono quelle che, comunque, portano avanti realtà e situazioni.
    Dispiace, soprattutto, per una mancanza di alternative vere come dispiace affrontare lo sguardo plumbeo ed eclissato di un critico, che si allontana, dopo uno spettacolo.
    Perchè non fai parte di quel mondo.
    E’ un discorso molto lungo, forse inutile.
    Sta di fatto che il mondo degli Ubu, per quanto importante e a volte rappresentante di alcune eccellenze, non rappresenta comunque tutto il teatro italiano, in tutte le sue sfumature.
    Impossibile certo, ma come Applausi su Raiuno è una trasmissione indecente, antiquata e inutile sul teatro, forse, alla lunga, questa ‘inutilità’, se permetti, si fa sentire anche in queste premiazioni.
    Diventa impossibile costruire un’alternativa, quando, per farlo, devi per forza essere riconosciuto. E’ un paradosso ma è così.
    Io, ormai trentottenne, l’ho capita… Ma mi dispiace per chi comincia. Per quelle ‘energie selvagge’ che, in tempi stretti di ‘premi’ e ‘riconoscimenti’, forse, faranno di tutto per allinearsi il prima possibile.
    Ecco, forse, questo è il problema: la libertà, la dignità, la responsabilità di fare teatro in Italia, oltre quella statuina e quei 65 critici che spesso, però, vengono ‘indirizzati’ a scegliere. La ‘tendenza’ di cui si parlava.
    A volte bisogna ringraziare alcuni testimoni del nostro teatro, alcuni maestri che hanno puntato i piedi, evitando di trasformare il teatro d’arte in ‘centri commerciali del teatro televisivo.
    Ma, a volte, bisogna guardare oltre.
    Immaginando cosa sarà il teatro quando gli anziani avranno lasciato finalmente luogo e spazio ad altri.
    Solo così per curiosità appassionata…
    Giulio Baraldi

  • sergio ha detto:

    ottimo pensiero, ben detto.

  • Renzo ha detto:

    Se c’è una cosa per cui questa redazione e i suoi componenti sono noti è per essere indipendenti e mai vicini a questo o a quello. Le considerazioni fatte nel pezzo non sono frutto di oscillazioni nel modo libero e indipendente di pensare, ma una constatazione sul fatto che in una realtà in cui una qualsivoglia maggioranza sociale abbia considerazione, in democrazia, del fatto di essere “vessata” da un centro di potere inaccettabile, lo cambia.
    Ora vorrei immaginare che la popolazione teatrale, per sostanza intima, sia ancor più avversa di quella degli altri esseri a forme dittatoriali di qualsivoglia natura e che in uno Stato normale non può essere un articolo di un critico, ancorchè considerato, a sancire le glorie di uno spettacolo o di un artista.
    Prova ne sia che giovani compagnie sbucano come funghi e vengono buttate, a volte anche senza particolari scrupoli, nel tritacarne del produci consuma crepa di CCCP-ana memoria da produttori last minute, pronte a rimpinzare cartelloni low cost e spesso low ideas.
    Con questo voglio solo dire, ripsondendo agli stimoli finali dell’ottimo ragionamento di Giulio Baraldi, che chiunque accetti regole che non sente sue per il solo desiderio di gloria fa bene al suo portafoglio nel breve e male alla sua anima nel lungo. Chi si piega a modi di ragionare non suoi è artefice del suo destino. Quando Moretti diceva “Con una sinistra così non vinceremo mai” lo diceva da elettore di sinistra, fu criticato da sinistra di disfattismo e di alimentare le ragioni della opposta fazione ma aveva ragione. Quando considero che oltre il centro di interessi che senza dubbio l’universo Ubu rappresenta nel bene e nel male, non c’è nessuna personalità ma anche nessuna voglia organizzata di struttrare altro, dico una verità che è sotto gli occhi di tutti.
    Nessuno è mai salito sul palco degli Ubu alzando il pugno nero, chinando il capo al momento della medaglia e cantando l’Internazionale. Tutti, anche gli acerrimi oppositori, hanno preso il premio e portato a casa. Ricordo solo pochi e marginali episodi di contestazione fra le righe e leggibili solo dagli addetti ai lavori, come il ricordare questo o quello a cui si doveva riconoscenza, ancorchè mai premiato ecc.
    I pensieri finora esposti possono apparire fra loro sciolti ma sono in realtà, nella conseguenza degli argomenti che ho cercato di affrontare, risposta alle diverse questioni che mi sono state poste e che sento urgenti e centrali rispetto ad un dibattito etico sulla fruizione della cultura in un sistema piuttosto asfittico e piccolo borghese come quello italiano.
    Poche sono in questa Italietta le punte di eccellenza, poche le indipendenze. Non sono fra le prime, ma sicuramente e inconfutabilmente fra le seconde, non avendo mai preso un centesimo da chicchesia per il mio lavoro che da anni svolgo, avendo sempre pagato viaggi, aerei, persino le videocassettine per le riprese di tasca mia. Questo per la gioia di mantenere l’indipendenza e la possibilità di parlare da pari a pari con quadri e chiodi, per citare un’intervista che di persona ho raccolto di un “rivale” del Nostro e a cui abbiamo dato ampliissimo spazio sulla testata e anche su youtube.
    Quando penso a quello che vorrei, penso non ad altri centri di interesse, ma altri interessi da mettere al centro di associazioni di operatori che non bramano medagliette o piccoli riconoscimenti di cui andare tronfi.
    Invece anche quella dei premi, e quella dei festival, e delle rassegne, e dei workshop, e dei seminari, finisce per essere una combriccoletta, un inferno dantesco a spirale dove solo l’uomo dabbene può identificare Quadri come Satana. Insomma, supponiamo si sia avversi a Berlusconi, ebbene, egli governerebbe se non ci fosse più di metà della popolazione a sostenerlo? Legittimo il desiderio della minoranza di cambiare le cose, partendo da due constatazioni:
    1 – essere minoranza
    2 – (ahimè più dolorosa da sovvertire) non essere in grado di diventare maggioranza
    3 – ragionare su sforzi e modalità per strutturare forme alternative di organizzazione e chiedersi in modo strategico il perchè del non riuscire, pur avendo magari i numeri, a trasformarli in realtà, in pensiero della maggioranza. Su questo qualche illuminato saggio di Luciano Canfora sulla Democrazia potrebbe portare a riflessioni assai feconde

    Cordialità ai lettori, alle volpi che ai grappoli d’uva.
    Indipendente_mente vostro

    Renzo

  • Renzo ha detto:

    Ovviamente, prima che si alimenti la polemica sulle “giovani compagnie” nel mio pezzo, parlo evidentemente di quelle che pur lavorando con tanta buona volontà arrivano ad esiti non ancora consolidati di linguaggio e creatività e che legittimamente sognano un futuro d’arte. Non alludo a nessuno e ancor meno a quelle premiate, che come ho detto sono meritorie di grande attenzione e sono la punta di un nuovo modo di rappresentare l’Italia anche nei contesti internazionali.
    Ma anche qui esiste qualità e qualità.

  • filippo de dominicis ha detto:

    Innanzi tutto ringrazio tutti per la generosità e pacatezza delle risposte, e per la disponibilità a dare vita ad una vera discussione. Questo mi consola e mi ripaga degli incomprensibili insulti presi in coda ad altri articoli.
    Poi cerco di rispondere a Sergio. Perché non avrebbe senso opporsi al potere della critica ed alla sua superficialità? So benissimo che scrivere un libro richiede studio e tempo ed energie, e che non è il compito di un giornalista. Sono d’accordo sul fatto che un giornale debba informare. Ma tu sai bene che l’informazione neutra non esiste (“la stampa informa i fatti, non dei fatti”, come ci ricordava Carmelo Bene). Allora quando giovani ed intelligenti giornalisti s’inseriscono come tassere ben unte nel mosaico di una critica arrogante e rozza, che scrive male e dunque pensa male, è giusto denunciarlo, a mio avviso. Non avere riconoscimenti economici o padroni non è garanzia di correttezza e forza, anche se è già qualcosa. E’ quando si passa dalla tastiera al voto in giuria che le cose si mettono male. Guarda che io non mi sento puro e fuori dalla melma, la mia riflessione parte anche da quello che mi sono trovato a vivere e subire, neanche io credo all’automarginalizzazione eroica, e l’unico orticello che coltivo è quello di casa mia. Ad esempio sono stato in giuria l’hanno scorso, del premio di Scrittura di Scena Lia Lapini, che ho contribuito a creare. Mi sono rifiutato inizialmente di andare a giudicare altri artisti, perché la cosa mi metteva a disagio, ma mi è stato chiesto da amici ed ho accettato per amicizia. So però che è stata l’unica e ultima volta. Se ce ne fosse stato bisogno, quell’esperienza mi ha ancor più convinto che il sistema dei premi e dei concorsi sia sbagliato in sé.
    Va bene scrivere e marcare stretto gli artisti, cercare di incontrarli e farli parlare, videointervistarli eccetera. Va meno bene, secondo me, ironizzare sulle debolezze e le invidie, una volta raggiunta una posizione di piccolo potere. E comunque io non sono cattolico e non considero l’invidia un peccato capitale, ma un sentimento umano da cui credo nessuno sia libero. Sono consapevole di invidiare chi è più bravo e più forte di me, che non vuol dire invidiare chi sale su un palco a farsi prendere per il culo da Chiambretti, e non solo non alza il pugno, ma s’inchina al potere della critica (“scusa ma l’ironia mi mette a disagio” è l’unica frase forte che il vostro video restituisce, che per un attimo esce dalla regola del gioco e dunque ne mostra il perverso meccanismo).
    Voglio finire facendo riferimento ad un gruppo che su quel palco per sua fortuna non c’era, ma che gira molto ed è riconosciuto in Francia, da dove scrivo. Perché l’ultima recensione a Teatropersona su questo sito risale a Beckett Box (ed è d’una sconfortante superficialità impressionistica)? Alessandro Serra è un artista molto “scomodo”, ma di altissimo livello, a mio modesto parere, sia come artefice che come intellettuale. Le parole che motivano il suo lavoro sono ponderate e pregnanti, ma bisogna essere un po’ colti per rispondere. Non so se augurarmi che si scriva di lui sui giornali di più o di meno, forse di meno. E a proposito di critici e studiosi seri: Fernando Marchiori e Paolo Ruffini stanno preparando un libro sull’esperienza della giovane compagnia.
    Buon lavoro ed ancora grazie dell’ascolto,
    Filippo.

  • sergio ha detto:

    “So benissimo che scrivere un libro richiede studio e tempo ed energie, e che non è il compito di un giornalista.” Non sono d’accordo, fosse per me lo farei, quello che dico è che – davvero – non c’è (se vuoi non ancora) modo di farlo, se non per pochi eletti. Qualcuno lo fa e sono contento per loro. Sono d’accordo con te che dare dell’invidioso a un artista che si lamenta di riconoscimenti assegnati a chi non li merita è sbagliato. Credo che in questa colonna di commenti siamo tutti d’accordo su questo.
    Quanto a “una critica arrogante e rozza, che scrive male e dunque pensa male, è giusto denunciarlo, a mio avviso”. Sono d’accordo anche qui, ma sappiamo che dicendo questo ti ergi a giudice di un certo tipo di pensiero, di un certo tipo di stile, di un certo tipo di lavoro. Noi – da critici – tentiamo di non farlo mai nei confronti delle compagnie, che a mio parere vanno cercate, osservate e comprese, per restituirne un sunto in termini di innovazioni riscontrate, energie messe in moto, percorso portato avanti. Detto questo, resta fermo il fatto che la critica sbagliata è quella che sbaglia i presupposti, quella superficiale, quella che sbaglia termini o li usa a sproposito. Credo che io e te abbiamo anche già parlato di quest’ultimo punto in privato.
    Infine: “Non avere riconoscimenti economici o padroni non è garanzia di correttezza e forza”. No, ma se lo rivendichiamo è – credo di poter parlare a nome di tutti i colleghi – è per dimostrare che le assi di legno su cui sediamo noi appartengono alla vostra stessa barca. E troppo spesso gli artisti se ne dimenticano. E’ infatti un dato di fatto che troppo troppo troppo spesso gli artisti citati in queste pagine (anche i più noti, i più “comodi”, quelli che meno avrebbero bisogno di sentire legittimato il proprio lavoro) si lamentano con toni saccenti di come certe critiche mettano in luce certe loro ambiguità, certe incertezze, certe sospette svolte superficiali. Io sono un guerriero del dialogo, ché penso che scrivere sia prima di tutto comunicare. Troppo spesso non trovo, dall’altra parte del filo, orecchie disposte ad avvicinarsi al barattolo.
    La riflessione di Renzo, come sempre, rende giustizia a tutti. La penso come lui su tuttta la linea. Anzi, ora copio il suo commento nelle mie note di facebook! 🙂
    grazie a tutti e alla prossima!

  • Paola ha detto:

    Luigi Ronda santo subito!

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