Premio Scenario 2011: quel giovane teatro a rischio accidia

Spic & Span

Il progetto Spic & Span

7 e 8 dicembre 2011, Milano, Teatro Franco Parenti. Generazione Scenario presenta le anteprime dei progetti vincitori e segnalati della XIII edizione.

A seguito del tradizionale percorso biennale proposto dal premio, ecco finalmente la presentazione dei lavori in forma compiuta; novità assoluta anche per gli stessi giudici che li hanno votati, mesi fa, nella loro forma ridotta di venti minuti.

Avviene in questo modo un “passaggio di testimone”, così definito dai presidenti e direttori artistici Stefano Cipiciani e Cristina Valenti, dal mondo di Scenario al teatro, “un punto di arrivo che sia un avvio auspicabilmente raccolto dalla scena italiana”.
Ottime premesse, quindi, e grandi e onorevoli  i rischi che l’associazione corre premiando studi di venti minuti, aperti poi a enormi margini di cambiamento.
Ecco tutti alla prova del nove. Si saranno trasformati davvero in spettacoli riusciti?


Grandi sono stati, in alcuni casi, i risultati delle passate edizioni: dal Premio Scenario sono passati ed emersi nomi ormai noti come Emma Dante, M’Arte movimenti d’Arte, Babilonia Teatri e Alma Rosè, per citarne alcuni. 

Eccoci allora al tanto atteso momento.
La serata prende il via con uno spettacolo di teatro danza, segnalazione speciale 2011, evento raro nella storia del concorso che solitamente predilige la prosa.
Il trio Foscarini:Nardin:d’Agostin presenta il suo “Spic & SPan”, un fumetto pop di denuncia al mondo dell’estetica dirompente. Tre manichini colorati impazziscono in una coreografia composta da immagini ormai definibili iconografiche di stereotipo di bellezza.

Si passa poi all’altra segnalazione: “L’italia è un paese che amo” di Respirale Teatro, denuncia della retrocessione culturale politica e sociale che dagli anni Novanta ha portato a fondo l’Italia. Una caotica esplorazione dell’oggi come meccanismo del cubo di RubiK.

In prima serata arrivano i vincitori:
“Due passi sono”, del duo siciliano Carullo-Minasi, vincitore del Premio Scenario per Ustica, che Klp ha intervistato nei giorni scorsi.
Un leggero ma denso dialogo tra due piccoli esseri umani chiusi nel loro cubo-casa assume le dimensioni di barricata nei confronti di un mondo ostile che i due riescono a superare, però, con poesia e celebrazione della vita.

Infine il vincitore assoluto di questo percorso, partito da 238 progetti e valutato da 11 commissioni nazionali: “InFactory” di Matteo Latino, regista e attore in scena assieme a Fortunato Leccese. Metafora della condizione dei trentenni italiani come buoi al macello, il lavoro si presenta come “una favola che attraverso la ripetizione delle parole e delle azioni è in grado di restituire quella sensazione di staticità che caratterizza spesso noi giovani, facendoci sentire vitelli nelle metropoli”.

Salta immediatamente agli occhi come quattro spettacoli su quattro riflettano e denuncino il disagio contemporaneo.
Ciò non stupisce, data la situazione attuale, a cui il teatro non è certamente immune, ma cosa amareggia è che tre compagnie su quattro si limitano a dichiarare il problema, illustrarlo e “affossarvici dentro”. Uno soltanto parla di riscatto nella difficoltà.
Sul palco si susseguono temi ormai denunciati ed esorcizzati da tempo e da tanti gruppi teatrali. Tematiche che ora, nella ripetizione, paiono ridotte quasi a cifra stilistica, permettendo d’indossare la definizione di “contemporaneo”. Tuttavia poi, sul piano teatrale, manca l’affondo.

Leit motiv della manifestazione parrebbe allora il “lamento”. Ciò che sul palco prende vita non è più una riflessione stimolante o una provocazione atta a creare reazioni nel pubblico ma una accidiosa descrizione del problema. Chi in tono più ironico e con professionalità e gusto, come il trio Foscarini/Nardin/d’Agostin, che con grande professionalità e senso compositivo-musicale e scenico affronta il problema della vuotezza dell’immagine, chi con una foga confusionaria come Respirale Teatro, che vuole esprimere la staticità del popolo italiano. E chi infine con una poesia contemporanea e un profluvio di oggetti come Matteo Latini, che descrive i trentenni come buoi a stabulazione fissa.
Il risultato è comunque lo stesso: critica, critica e nessuna proposta, né umana, né – ahinoi – teatrale.

A far la differenza arriva però una tenera e poetica lezione di vita in “Due passi sono”.
Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo, con leggerezza e dolcezza, propongono amore e dignità come armi per superare un limite più forte di qualsiasi crisi sociale, quello del corpo e della malattia. Un grande esempio di come sia possibile trasformare in vantaggio i problemi.
 
Su di un quadrato-casa i due attori dialogano, aprendo al pubblico una conversazione che ha un sapore intimo e profondamente umano. E nella semplicità ecco emergere la poesia, ma è una semplicità che nasconde un messaggio profondo, e paradossalmente, essendo quello che più tocca la morte, ottimista.

Complessivamente, i vincitori e segnalati al premio di quest’anno sembrano rispecchiare il reale problema del giorno d’oggi, ancor più pericoloso della crisi che incombe sulle nostre teste: l’accidia. Problemi reali e sì contingenti, assumono però una dimensione quasi estetica (estatica? e statica?), che porta inevitabilmente il lavoro e il pubblico che lo osserva ad una inquietante distanza da ciò che in realtà viviamo più concretamente ogni giorno.

La domanda che sorge spontanea in chi scrive, di ritorno da quella serata, in veste sia di giovane italiana che di operatrice del settore, è quindi se non sia possibile affrontare il problema da un’altra parte, e se portare sul palco ispirazione e stimoli “positivi” non sia oggigiorno più provocatorio e utile per uscire dalla nostra condizione di buoi al macello.

 

 

No Comments

  • aiuto ha detto:

    aiuto
    aiuto klp ma dove li trovate questi critici
    aiuto ma che analisi
    aiuto cerca il riscatto
    aiuto portare gli stimoli positivi
    aiuto klp una volta ti leggevo ma mi sa che con questo smetto definitivamente

  • klp ha detto:

    se ti può consolare… noi i “critici” non li cerchiamo proprio!

  • Simone Càstano ha detto:

    Leggo con piacere questo articolo e in generale leggo con piacere tutto ciò che tende a smuovere “qualcosa” nell’ambito teatrale. Parto dal presupposto che degli spettacoli nominati ne ho visto solo uno (e neanche tutto, ma solo 20′) e che la ricerca di una “soluzione” alla crisi sociale è cosa che mi interessa e che ogni volta che la riconosco mi riempie di gioia e forza. Ma, senza dilungarmi troppo, riguardo a ciò che appunto leggevo: non credo che uno spettacolo, nè il teatro in sè debba per forza dare una risposta o un’alternativa. Anche a me (e soprattutto in questo periodo) interessa trovarla un’alternativa a questa stabilità, a questa crisi sociale. Ma mi chiedo: perchè deve essere il teatro a dare una soluzione? Non basta più (come leggo spesso e volentieri da Shakespeare) che il teatro sia lo specchio della vita? A me tanti autori e/o registi mi fanno impazzire proprio perchè non mi danno una risposta ma invece mi lasciano un’altra domanda. Poi sta alla sensibilità di ognuno prendersi qualcosa da uno spettacolo, assumendosene anche una certa responsabilità. O forse non basta? Lo chiedo davvero. E ci tengo anche ad aggiungere che tendo sempre a puntare il dito contro gli attori e/o regista, innanzitutto, se qualcosa in uno spettacolo non funziona, e soprattutto se la tendenza è una ricerca estetica. Ma è anche vero che ci ritroviamo anche davanti ad un pubblico estremamente passivo, che probabilmente ha bisogno di porsi delle domande e non limitarsi a vedere ciò che altri fanno e tornarsene a casa felice e contento perchè qualcun’altro ha trovato la soluzione. Non so questi i pensieri che questo (bello) articolo mi ha suscitato. Ce ne sarebbero tanti altri, ma mi sono già dilungato

  • massimo rini ha detto:

    certo certo!!! bisogna portare stimoli positivi, e lo si può fare 1) da bravi artisti 2) con sensibilità politica 3) con brio comunicativo e critico 4) senza essere dei cretini ottimisti del mulino bianco 5)con intelligenza.
    Il fratelli minori dei già maggiorennni Muta imago, sotterraneo, plathsformel, anagoor, e altri, e già quasi figli di Babilionia ( che è di fatto il clichè della creazione contemporanea, in senso positivo) e già quasi nipoti di Emma Dante ( che è l’altro clichè della creazione contemporanea, in senso positivo. E che tra l’altro è sempre un artista “narrativa”) e già quasi bis-nipoti della Societas, di Garcia, di Rezza, di certe tendenze filo istallative di pezzi di Latella DEVONO GUARDARE DAVANTI A LORO, E NON DIETRO. L’arte ha bisogno di realismo e di vita. E la vita deve trionfare. Non più displace. Ma REPLACE. Sennò è finita

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