Premio Scenario 2021: vincitori e segnalati

Le etiopiche di Cason (photo: Malì Erotico)
Le etiopiche di Cason (photo: Malì Erotico)

A fine agosto, all’interno della quarta edizione di Scenario Festival al DAMSLab di Bologna, siamo stati spettatori molto interessati e partecipi, come del resto fin dalla prima edizione (tanti anni fa a Monterotondo, un paesello nei dintorni di Roma), alle finali della diciottesima edizione Premio Scenario.
Abbiamo così visto i dieci progetti finalisti (sui 173 che hanno presentato domanda), scelti dopo un lungo e attento monitoraggio dai Soci dell’associazione Scenario, sparsi in tutto il Paese.
La giuria, a Bologna, era composta da Carlo Mangolini insieme a Fabio Biondi, Cristiana Minasi e, come di consueto, dalla presidente e direttrice artistica Cristina Valenti, e dal vicepresidente Stefano Cipiciani.

L’interesse nell’essere presenti alle finali del premio si concentra sul fatto che la presentazione dei progetti risulta sempre essere un’importante e limpida cartina di tornasole sull’immaginario teatrale delle nuove generazioni di artisti (dato che tutti i concorrenti devono avere meno di 35 anni), e nel contempo delle direzioni che lo abitano, con in più, quest’anno, anche la possibilità di verificare come gli effetti della pandemia hanno influito sulla composizione dei progetti, un elemento questo che si è forse riverberato sulla quasi totale assenza dell’esibizione del corpo in movimento e della danza, spesso presente in precedenza: addirittura, in un progetto, il corpo è stato più volte percosso e abbattuto (“Tonno e Carciofini – Una storia wrestling”). Raramente poi ci è parso che la parola prendesse peso in profondità nel connettersi con gli altri personaggi in scena, se non enunciata come slogan o come elemento di una narrazione personale.

Un’edizione nel complesso interessante, se la giuria, seppur in diverso modo, ha inteso segnalare ben sei progetti su dieci.
Il Premio Scenario e il Premio Scenario Periferie, quest’ultimo dedicato a progetti di inclusione sociale, sono stati rispettivamente assegnati a “Le Etiopiche” di Mattia Cason e a “Topi” dei lombardi, con derivazioni belghe, Usine Baug (Ermanno Pingitore, Stefano Rocco, Claudia Russo), che avevamo conosciuto già in una precedente edizione del Premio per il già l’ottimo “Calcinacci”, sul tema dei confini.
Un verdetto che, come spesso in passato, ci trova assolutamente concordi.

“Le Etiopiche” del bellunese Mattia Cason, prima parte di una trilogia su Alessandro Magno, una figura che qui è intesa non nelle vesti di conquistatore, come siamo abituati a pensarlo, quanto semmai come simbolo di una curiosità irrefrenabile, che lo spinse a portarsi al di là del mondo conosciuto per esplorare ciò che era altro, diverso, straniero.
Lo spettacolo è un progetto molto denso di riferimenti, forse troppi, che – mescolando in modo sapiente e visionario un teatro che coniuga la parola scritta e parlata in tutte le lingue con il video e il gesto danzato – ci racconta dell’oggi, in riferimento all’abbattimento di ogni confine, in un’Europa che, nella sua diversità, ha origini simili.
Collegando Beethoven, i novecenteschi Wittgenstein e Pasolini con il viaggio dei migranti, ma tornando nella storia sino ad Alessandro Magno e al più sconosciuto ma meritevole condottiero greco che lo combatté, Memnone di Rodi, il progetto si spinge fino a voler ipotizzare un modello contemporaneo di Europa, più etico ed inclusivo, che possa superare le barriere etnico-nazionali per riconoscere l’“altro”, in quanto necessario alla comprensione del “sé”.
Elemento non secondario è che il tema dei migranti viene finalmente rimodulato non in senso retorico e fintamente buonista, ma articolato storicamente, attraverso un ragionamento profondo e teatralmente accurato.

“Topi” di Usine Baug ci parla invece, a vent’anni di distanza, degli episodi del G8 di Genova, dove una generazione di giovani si misurò con la violenza dello Stato. Il progetto, nei consueti venti minuti che contraddistinguono il premio, rimanda a quei dolorosi eventi non compiendo un’invettiva sterile, ma attraverso una metafora squisitamente teatrale: l’invasione di topi nella casa del signor Canepa.
La casa di un perfetto borghese è ricostruita scenicamente da Arcangela Varlotta attraverso pochissimi ma rilevanti segni teatrali e da un tappeto sonoro significante.
Vediamo il Signor Canepa, intento a preparare una cena per amici, essere continuamente distratto da un rumore che piano piano si fa orrendamente presente in forma di topi, che nemmeno la presenza/assenza di un gatto riesce a sconfiggere, tanto che il padrone di casa è costretto, per scovarli, a rovesciare tutti i mobili nell’intento di eliminarli.
Quei topi sono esattamente simili alla valanga di persone, giunte da tanti luoghi diversi, che a Genova in modo pacifico avrebbero voluto testimoniare come si potesse ipotizzare un mondo migliore, gridando le loro istanze a gran voce ai potenti della terra, chiusi nel loro bunker.
La metafora è anche supportata da testimonianze reali, personaggi inventati e ricostruzioni sonore, che offrono al progetto una molteplicità di prospettive diverse.
In “Topi” si avverte anche il disincanto per un periodo meraviglioso, connaturato con la giovinezza, in cui si poteva prospettare il cambiamento di un mondo che invece è rimasto sempre uguale a sé stesso, se non peggiorato: sul palco è il Signor Canepa che continua indisturbato a preparare cene per gli amici, come se niente fosse successo.

Topi di Usine Baug

Topi di Usine Baug

La tradizionale Generazione Scenario, che racchiude anche due creazioni particolarmente meritevoli per la giuria, è completata da “Still Alive”, dove la romana Caterina Marino, in una toccante auto-confessione intrisa di melanconica ironia, si pone davanti al pubblico inerme, accompagnata da immagini significanti e da una sorta di servo di scena, parlando della sua/nostra depressione.

“Surrealismo capitalista” di Baladam B-side di Mirandola è una curiosa e in apparenza divertente invettiva, dolce-amara, intorno al capitalismo e alle sue disumane contraddizioni. Viene portata in scena in forma sincopata, travolgentemente cabarettistica, con toni surreali, da Marco Del Pezzo, Nina Lanzi e Pierre Campagnoli, che ne cura drammaturgia e regia, di cui siamo oltremodo curiosi di conoscere l’ulteriore svolgimento.

La giuria poi ha segnalato altri due progetti: il già nominato “Tonno e Carciofini – Una storia wrestling”, degli umbri Silvio Impegnoso, Alessandro Sesti e Ludovico Rolh, che utilizza il wrestling come metafora della difficoltà della creazione e del raggiungimento di una propria identità artistica in un mondo crudele e respingente. Un progetto, questo, pieno di stimoli interessanti, ancora in nuce, che se ben articolati – con la necessaria profondità – potrebbero portare ad un esito interessante.

Infine “Boiler Room – Generazione Y” di Ksenija Martinovic’ (Udine) che propone, anche attraverso video e testimonianze, un vero e proprio inno alla musica techno, non solo come espressione musicale delle nuove generazioni, ma come possibile strumento di ribellione del popolo palestinese, e non solo.
Ancora debole qui ci è parsa soprattutto la parte testuale, troppo schiacciata dalle immagini, ma anche in questo interessante estratto di venti minuti il tema proposto e le sue coniugazioni potrebbero risolversi in uno spettacolo intrigante.

Hanno fatto parte di questa finale anche altri quattro progetti: “ Biancaneve e i 7 nazi” di FanniBannis, in cui gli stereotipi fiabeschi divengono metafora della violenza sulle donne, attraverso la recitazione stralunata e sopra le righe di Rocco Ancarola, Gabriele Ansaldi, Giorgia Favoti e Giorgia Iolanda Barsotti; “Materiali per la morte della zia” di Brimude Teatro, dissertazione scenica sul tema della morte e dei funerali, scritta dal varesino Mattia Michele De Rinaldis; “Il Canto del bidone” dei liguri Generazione Eskere, di cui ricordiamo con estremo piacere “Domino”, anche qui alle prese con il tema del crescere, e infine “Soggetti fragili” del napoletano Andrea Lucchetta, che mette in scena la disabilità in un ambiente di degrado, ricordandoci da vicino il teatro di Carrozzeria Orfeo, ma a cui manca la dimensione grottesca che fa invece esemplare capolino negli spettacoli e nella drammaturgia di Gabriele Di Luca.

Come ben si evince dalle tematiche messe in scena e dal modo di porle, abbiamo assistito ad una variegata congerie di mondi e di stili, che esprimono, nonostante il periodo difficilissimo che il sistema teatrale sta attraversando, un’innata voglia – da parte delle nuove generazioni di artisti – d’indagare la realtà in tutti i suoi aspetti.
Ancora una volta il Premio Scenario è riuscito a proporli con assoluta evidenza e ostinazione. E adesso non resta che aspettare di vedere gli spettacoli finiti!

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