Carullo e Minasi: dall’amore al Premio Scenario Ustica, e poi…

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi (photo: Roberto Bitto)

Il progetto “Due passi sono”, dei messinesi Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, ha vinto meritoriamente il Premio Scenario – Ustica (per l’impegno civile e sociale) ed è stato presentato in forma definitiva con ottimo successo a Milano, al teatro Franco Parenti, durante le due serate dedicate al Premio Scenario della scorsa settimana. Due serate (di cui vi daremo riscontro nei prossimi giorni) in cui hanno debuttato tutti i quattro spettacoli della Generazione Scenario. Insieme a “Due Passi sono” sono infatti stati presentati anche  il vincitore di Scenario “In Factory” di Matteo Latino e i due segnalati “Spic & Span” di Foscarini/Nardin/D’Agostin e “L’Italia è il paese che amo” di ReSpirale Teatro.

Lo spettacolo di Giuseppe Carullo e Cristina Minasi, prodotto da Il Castello di Sancio Panza, mette in scena una storia d’amore molto particolare, di due esseri molto particolari, un uomo e una donna dal corpo minuscolo che, abbarbicati su due sedie, vivono in uno spazio anch’esso piccolo. Il loro rapporto, tra pillole e guanti antimicrobi, è punteggiato dalla paura di dover uscire in un mondo che potrebbe non accoglierli.
Solo alla fine troveranno il coraggio di fare quei due passi che li porteranno forse verso la felicità tanto sognata.


Lo spettacolo, oltre che sulla particolare espressiva corporeità dei due protagonisti, vive sul ritmo di un dialogo tenerissimo, di grande teatralità nella sua apparente assurdità paradossale. Ed anche il finale, assolutamente consolatorio con tanto di abito da sposa che esce a sorpresa da un cuscino, e con frasi che sembrano copiate dai baci Perugina, si innesta perfettamente con tutto il contesto, conferendo allo spettacolo uno spessore tutto particolare, alieno da ogni facile retorica.
Per approfondire il lavoro di questi due giovani artisti abbiamo voluto far loro qualche domanda.


Cristiana Minasi in Due passi sono

Cristiana Minasi in Due passi sono (photo: Monica Uccheddu)

Raccontateci innanzitutto qualcosa delle vostre attività prima di Scenario, e come è avvenuto il vostro incontro.
Cristiana: Ho cominciato a far teatro nel 2001, collaborando come attrice in molteplici spettacoli e, negli anni, anche come pedagoga con la compagnia del “Teatro dei Naviganti” di Messina, compagnia indipendente particolarmente dedita alla ricerca. Negli anni ho seguito i laboratori di Norberto Presta e Sabine Uitz, Cristina Castrillo, Alessio Bergamo, Melanie e Silvina Alfie, Vincenzo Pirrotta, Raquel Scotti Hirson e Jesser De Souza, Marcelo Guardiola, con cui realizzai il progetto Investigation Tango Teatro Sicilia. Pian piano mi sono sempre più dedicata alla ricerca sul clown, studiando con André Casaca, Paco Gonzales (di Familie Flöz), Ian Algie, Andrea Kaemmerle, gli Oucloupò. In questa direzione ho realizzato le mie più recenti produzioni, tra cui “Ex Machina, ovvero, conferenza tragicheffimera sui concetti ingannevoli del teatro”, libera rielaborazione tratta dal “Teatro della Morte di T. Kantor (opera selezionata dal Gai per Gemine Muse 2009 e finalista del Premio Dodici Donne 2010). Ho frequentato anche i laboratori di Emma Dante e partecipato alla performance da lei creata in ricordo di Giovanni Falcone, oltre che al laboratorio per la realizzazione della Carmen.

Giuseppe: Io nel 2000 ho frequentato la scuola di teatro Teatès diretta da Michele Perriera. Ho poi seguito, dal 2003, la scuola del teatro Vittorio Emanuele di Messina, diretta da Donato Castellaneta, attore della compagnia di Leo de Berardinis. Nel 2004 ho felicemente iniziato un’ottima collaborazione con l’associazione culturale Il Castello di Sancio Panza, fondata da Roberto Bonaventura e Monia Alfieri, partecipando a diversi spettacoli, tra cui “Le mosche”, “Colapesce”, “Metamorphoseon XI”, “Metamorfosi 74”, “Microzoi” e “L’altro Regno”. Tra i vari laboratori svolti, sicuramente fondamentali sono stati gli incontri con Anton Milenin ed Emma Dante.
Il nostro incontro, data la collaborazione d’entrambi con due compagnie messinesi, è stato proprio in teatro e in quei suoi dintorni fatti di parole e poesia: è facile che le tavole del palcoscenico abbiano la forte ed imprudente presa galeotta. Il nostro incontro risale a circa cinque anni fa; lì si è cominciato a disquisire e a valorizzare l’uno la poetica dell’altro. In realtà, però, la forza per cominciare a stare nella medesima scena ci è stata in prima istanza offerta da altri. Anzitutto da Adele Tirante, che ci ha reso partecipi del suo progetto “Euphorìa” prodotto dai Teatri del Sacro e, in un secondo momento, da Tino Caspanello (celebre drammaturgo oggi felicemente tradotto e rappresentato anche in Francia) con il suo “Fragile”. Sono state entrambe delle ottime possibilità per condividere desideri e voglie reciproche e, nel confronto continuo dei diversi mesi di lavoro, elaborare l’idea di un possibile gusto condiviso da mettere al più presto in “atto”. A questo atto di vero amore, perché di creazione, si è aggiunto quello dell’associazione Il Castello di Sancio Panza, da sempre compagna di lavoro e di vita, oggi nelle vesti di produzione, organizzazione e distribuzione dello spettacolo.

Giuseppe Carullo

Giuseppe Carullo (photo: Roberto Bitto)

Com’è nata l’idea dello spettacolo?
Non è stata un’idea a muoverci, ma più propriamente la forte necessità di far qualcosa di concreto, di riscattare la voglia e la forza di essere vivi. Volevamo, tramite il limite in cui ci siamo trovati immersi per uno stato di momentanea difficoltà fisica di Giuseppe, raccontare l’indescrivibile forza di cui è portatore l’uomo. Più che per concetti, abbiamo avuto l’intuizione di operare per giochi di relazione, d’improvvisazione scenica che poi hanno costituito la base di elaborazione del testo.
I primi cinque minuti, previsti per la prima selezione di Scenario a Palermo, sono stati elaborati con forte gioia ed incanto, solo seduti al tavolo di un bar con un piccolo taccuino dove, con perizia, abbiamo segnato i punti di una struttura in possibile divenire. Parlavamo di una quotidianità, che poi era quella che al momento ci capitava di vivere, estremamente patologizzata, caratterizzata da una miriade di prescrizioni e divieti, che rendevano la possibile guarigione di Pe, assolutamente invivibile.

Per certi versi lo spettacolo è quindi autobiografico.
Sì, ma la vicenda della malattia è poi solo divenuta un pretesto per potere raccontare un qualcosa di più ampio, che certo non doveva ridursi a mera vicenda personale. Siamo dell’avviso che, chi opera nel settore dell’arte, intesa in ogni senso, deve poter essere in grado di riuscire a decodificare i propri accadimenti in virtù d’una missione più alta. L’obiettivo cui aspirare è quello di promuovere messaggi poetici, il più possibile universali, validi per ogni essere, ciascuno col proprio singolare modo di sentire, validi per ogni tempo.
La comunicazione, così come la sua etimologia suggerisce, è e deve rimanere cum-munis, dunque condivisione di doni reciproci: noi ci mettiamo il nostro, il pubblico il suo, cosicchè se l’operazione riesce, se la magia del teatro accade, il risultato può rilevarsi quale dato obiettivo.
Abbiamo voluto condividere, con i forti tratti dell’autoironia, il nostro convincimento tratto dallo studio su Kantor, in forza del quale “è proprio dal limite che vien fuori l’opera d’arte”. Abbiamo trasformato la malattia in qualcosa di estremamente divertente, nascostamente invertendo i ruoli e rendendo colei che avrebbe dovuto aiutare, la vera ammalata da dirigere verso la giusta rotta del fuori e della libertà.

Due passi sono

Due passi sono (photo: Camilla Bernardinetti)

Il fatto che il vostro spettacolo abbia vinto il Premio Ustica vi ha stupito o lo avete vissuto come un arricchimento di quello che volevate dire?
È motivo di grande orgoglio poter far coincidere il nostro impegno autoriale con l’impegno del risveglio delle coscienze. Crediamo che solo questa sia la strada possibile in un’era quale la nostra, volta all’aggregazione acritica e al disconoscimento dell’attività del pensiero. Spegnendo la candelina della nostra rinascita, speriamo che ciascuna coscienza abbia la forza e la voglia di venire fuori, che i desideri possano ancora essere espressi. Il teatro altro non è che impegno civile, questo è il più bel premio che il teatro ci poteva consegnare.
Così come un dottore crea un danno oggettivamente riconoscibile e deprecabile se erroneamente taglia una parte sana al posto di un’altra, così l’attore/autore/regista che sia, ha la grande responsabilità di rivolgersi al pubblico senza creare né indifferenza o incomprensione verso l’oggetto di cui si tratta, né danno. Un danno alla coscienza è stimabile come un grande e grave danno all’umanità tutta.
Il teatro è per tutti e di tutti, non si può certo accettare che la gente non vada a teatro perché dice di non poterlo capire. Se non lo si capisce vuol dire che non funziona, e se non funziona bisogna che migliori. Se non comunica vuol dire che non assolve alla sua funzione prima. Chi fa teatro ha una grande responsabilità, così come chi lo promuove e chi lo gestisce. In Russia, in Polonia, chi fa teatro è considerato un grande uomo, quasi un eletto, ci si inchina dinnanzi a tal tipo di maestri perché promotori di idee, strumenti di innovazione del pensiero, esseri unici, irripetibili nella loro essenza.

E’ indubbio che ciò che colpisce lo spettatore è la vostra corporeità del tutto particolare. Voi sentite questo aspetto? E come lo avete valorizzato?
Noi diversi gli uni dagli altri, noi molteplici rispetto a noi stessi. La società nel suo complesso sta compiendo questo grave delitto d’uniformazione delle menti e dei corpi. Molti investono la propria intera esistenza “a dimenticarsi, a cancellarsi”, per compiere questo strano rito del “rassomigliarsi” tutti fra tutti. In una società tecnicamente organizzata come la nostra si declinano le identità di ciascuno in vista dell’idoneità e funzionalità del sistema di appartenenza. Così, come Galimberti dice intorno all’attuale degrado, “nella nostra epoca l’amore diventa indispensabile per la propria realizzazione, divenendo l’unico spazio in cui l’individuo può esprimere davvero se stesso, e al tempo stesso impossibile perchè nella relazione d’amore, ciò che si cerca non è l’altro, ma attraverso l’altro la realizzazione di sè”. Non ci dedichiamo all’amore nel giusto e dovuto modo: strumentalizziamo sia l’amore sia l’altro, così fingiamo di trovare e promuovere noi stessi. Noi, invece, tentiamo di non essere due singoli, ma coppia: ci interessa sapere che è possibile l’incontro di uomini, che si trovino uniti non da un’attività comune, ma da una qualità dell’anima: la grandezza, forse?
Non abbiamo paura di noi e quindi semplicemente stiamo e facciamo. Tanti maestri spiegano che la semplicità sia faccenda che richiede anni e anni di lavoro. E’ per questo che non ci sforziamo di essere diversi da quello che siamo. Ed è per questo che, usciti da teatro, una piccola ragazza sorridendo ha detto: “Vi ho invidiato, avrei voluto, uscita da teatro, essere un pò più bassina come voi, per essere tanto alta quanto voi”. Chi impara ad amare la vita, con le sue mille straordinarie diversità, sarà in grado di creare e dunque di rimanere con una piccola orma, in questo mondo che di orme ne segna poche, perchè tutte uguali. E’ la diversità che accomuna gli uomini, che li rende tutti sostanzialmente, e non solo formalmente, liberi!

Progetti per il futuro?
Le idee sono tante, troppe, bisogna fare ordine, capire con responsabilità la spinta che tenti di non tradire la poetica della sottrazione e della verità. Forse dei monologhi per entrambi, così che la regia sottenda anche una buona visualizzazione esterna del materiale, forse un nuovo dialogo per una trilogia, forse un atto senza parole, forse un lavoro del tutto nuovo con nuovi compagni, forse teatro ragazzi.
Insomma molte le idee in cantiere, ma tutte da lavorare con la giusta calma e i giusti tempi, gli stessi che abbiamo avuto per la realizzazione di “Due passi sono”. Giocheremo, come i bambini che prendono sul serio i propri giochi, fingendo magari di partecipare ad un altro premio, dandoci le medesime scadenze, così da concederci il giusto tempo, senza correre troppo né andare troppo lenti.
Cristiana concluderà il progetto triennale di Pedagogia della Scena con il maestro Vassiliev, percorso che è servito ad entrambi, ha messo entrambi davanti alle regole del teatro, dell’azione e dell’accadimento scenico, verso cui tenteremo di mirare per l’intero percorso che ancora ci attende.
Così, come in una battuta dello spettacolo (“se il verme è verme perchè striscia, fa, striscia”), cosa mai dovrà fare l’uomo per fare e non fingere di essere uomo?

 

 

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