A Castrovillari una Primavera di nuove drammaturgie

Lanzarone in Codice Nero
Lanzarone in Codice Nero

È un festival maggiorenne, Primavera dei Teatri. Da diciotto edizioni resiste, si rigenera, ribaltando le nozioni di centro e periferia. E l’edizione numero 18, ricca come ogni anno di spettacoli, tra prime e anteprime nazionali, ha animato per sei giorni Castrovillari, centro nella provincia cosentina, incastonato nello splendido scenario del monte Pollino, attirando, come di consueto, una calorosa, partecipe comunità teatrale.

Primavera dei teatri, organizzato dalla compagnia Scena Verticale – direzione artistica di Saverio la Ruina e Dario De Luca, e quella organizzativa di Settimio Pisano -, con le sue proposte e le sue molte occasioni di riflessione – in particolare un incontro pubblico a più voci sulla nuova Legge Regionale sul teatro in Calabria, approvata lo scorso 18 maggio dal Consiglio Regionale e frutto di un lungo percorso di concertazione tra l’amministrazione regionale e il coordinamento teatrale calabrese, circa una trentina tra compagnie, teatri, residenze – s’è confermata vetrina di novità e preziose conferme, laboratorio di idee e proposte. Un mosaico di voci e uno sguardo aperto sui nuovi linguaggi della scena contemporanea, tra attesi debutti e repliche da tutto esaurito.

Alcune le analizzeremo in questo racconto, uno sguardo su temi e istanze portate in scena dagli autori. Disagio generazionale, famiglia, amore, il tema caldo dei migranti, affrontato però in maniera per nulla cronachistica, alcuni tra i capisaldi esplorati in spettacoli che però sono apparsi talvolta frammentati o confusi nella narrazione drammaturgica.

Tra le emozioni della serata inaugurale, la riapertura del Teatro Vittoria, nel cuore di Castrovillari, dopo 31 anni di oblio. Uno spazio riconsegnato, almeno per il tempo del festival, alla città, riaperto alla parola, al pensiero, alla condivisione, che ha ospitato lo spettacolo “Caprò” di Teatro Immediato.

Edoardo Oliva – solo in scena – recita, con energia e generosità, in dialetto abruzzese il testo di Vincenzo Mambella, di cui cura anche la regia.
La storia è quella di un giovane contadino di fine Ottocento tanto legato alla sua terra e alla famiglia; una liturgia sul lavoro quotidiano, tra fatica e rinunce, col sogno dell’emigrazione per cambiare vita.
Attorno a questi temi si snoda la narrazione, un flusso monologante entro cui prendono vita il ricordo struggente del fratello, inquieto e poco avvezzo alle regole, e della madre; riecheggia anche un fatto realmente accaduto: la vicenda della nave Utopia, bastimento inglese pieno di emigranti italiani che affondò il 17 marzo del 1891 davanti al porto di Gibilterra, provocando la morte di 600 viaggiatori di terza classe.

Angoscia e rabbia della prima parte lasciano posto ad una sorta di confessione/preghiera a San Rocco nella seconda, più intima e raccolta, e solo sul finire prende corpo il tema del viaggio, con una scala da raggiungere per cercare una nuova speranza di futuro.

L’attesa, opprimente, che immobilizza e blocca l’azione, nel tempo buio e incerto della malattia, è al centro dei due spettacoli che hanno caratterizzato la seconda serata di Primavera.
La compagnia cosentina Teatro RossoSimona ha proposto, in prima nazionale, lo spettacolo “L’incidente. Io sono già stato morto” di Francesco Aiello, alla sua prima regia, già visto sotto forma di lettura al More Focus Calabria, lo scorso novembre.

Tre attori in scena; la storia, tra il tragico e il comico, è quella dell’ipocondriaco Francesco (Francesco Rizzo), vittima da bambino di un imbarazzate incidente mai svelato, che, ormai adulto, rimane come immobilizzato dall’evento persino nelle scelte più innocenti e scontate, ovvero riempire un contenitore di urina per andare a fare le analisi. Il passato è un fardello che paralizza.
Attorno a lui la fidanzata Marta (Giulia Pera), che di continuo lo sprona a superare il blocco emotivo che ne segna i giorni, e il fratello Lele (Gianluca Vetromilo), compagno di giochi d’infanzia, sempre positivo e lieve.

L'incidente di RossoSimona (photo: Angelo Maggio)

L’incidente di RossoSimona (photo: Angelo Maggio)

Passato e presente, sogno e realtà, paure e debolezze, si alternano in un montaggio serrato che mescola registri, chiama in causa numerose presenze, ma che appare troppo carico tra dissolvenze, flashback e giochi di luce che non aiutano la narrazione a prendere corpo.
La paura della malattia aleggia su tutto e blocca ogni possibile via di fuga.

La malattia è pure il punto di partenza di “Codice Nero” di Riccardo Lanzarone/Cantieri Teatrali Koreja. Il codice nero, quello che viene affidato alle persone che in ospedale perdono la vita, è lo stigma che aleggia sopra l’esistenza di Salvatore, siciliano, fuochista. Lavora con la polvere da sparo e vive in attesa delle feste, come quella di Santa Rosalia, uno degli eventi raccontati nell’intenso flusso monologante.
La scoperta di un tumore, la voglia di vivere, sposarsi, recuperare il rapporto con il padre e godere della tenerezza della madre. Tante sfumature nel personaggio che Riccardo Lanzarone, siciliano di Palermo, è bravo a tratteggiare, anche se talvolta indugia in passaggi drammaturgici che rallentano il ritmo della narrazione.
Insieme a lui, in scena, l’infermiere/musicista Giorgio Distante a segnare il tempo struggente della vicenda, per dar vita a volte ad un canto funereo a due voci.

Hanno un sapore forte e denso le parole di “Masculu e fìammina”. Nella sua Castrovillari, Saverio La Ruina dà voce ad una delicata e raffinata confessione, che scuote una comunità di ascolto attenta e partecipe.
Parole sussurrate, gesti misurati, per un racconto intimo e intenso. Parla alla madre ormai morta, Peppino, le confessa una verità taciuta e nascosta per una vita intera: essere omosessuale, ovvero “masculu e fìammina” insieme, come diceva la madre.
Ancora oggi, in certi ambienti e circostanze, è difficile raccontare la diversità. È un momento di incontro con la madre tante volte rimandato, il taglio di un cordone ombelicale atteso e solo adesso possibile, per una vicenda che appare come inserita in un tempo sospeso tra ricordo e condivisione.

Lo spettacolo, dalla precisa e potente costruzione drammaturgica, restituisce la forza di un racconto che non vira mai verso toni patetici e forzati; La Ruina riesce a trovare le parole giuste per vestire di verità e intensità la sua narrazione.

Una favola noir, sospesa tra ironia pop e dramma sottile, è quella proposta dai Maniaci d’Amore – coppia artistica composta dalla messinese Luciana Maniaci e dal barese Francesco D’Amore – con “La Crepanza – Ovvero: come danzare sotto il diluvio”, regia di Andrea Tomaselli.

Un luogo non ben definito nel deserto del Nevada, alle spalle un dipinto di Keith Haring con figure che danzano e un rave party dai contorni misteriosi, il Burning Man. Una situazione stramba, entro la quale si muovono Mio, Amara e un materassino rosso a forma di aragosta, unici individui rimasti in vita dopo una esplosione. Un dialogo surreale alimentato da un linguaggio fresco e scanzonato enfatizza l’espressività degli attori-autori in scena, buffi e intensi; il continuo avvicinarsi e allontanarsi, tra un flusso di domande, battute e nonsense, col procedere della narrazione perde un po’ di incisività, per cercare di sopire la paura della solitudine che attanaglia entrambi, alle prese con le derive emozionali che ne segnano i rapporti.
Solitudine, fede, morte, vita: i due si interrogano su queste questioni, nel tentativo di sopravvivere, formare un “nucleo affettivo”. Nessun lieto fine però li attende, ma un’amarezza di fondo, svelata un po’ dal nome della stessa protagonista.

Il viaggio dei migranti in cerca di futuro, che portano con sé solo pochi abiti logori, il mare che a volte ingoia ogni speranza e cancella vite, identità, ricordi, desideri, aspettative, tutto, in un vortice accelerato di movimenti, suoni, colori, enfatizzato dall’agitarsi di coperte isotermiche che lanciano bagliori luminosi.
Una serie di immagini di grande impatto per “Lingua di cane”, regia di Giuseppe Cutino, drammaturgia di Sabrina Petix, prodotto da L’Arpa Compagnia Residente e dal Teatro Garibaldi di Enna, un progetto nato da un’idea di Mario Incudine e Franz Canalupo.

Gesti ripetuti, voci e pensieri frammentati, così come la drammaturgia, domande senza risposta, tra paure, sogni, storie, uno alla volta, i sei interpreti (Franz Cantalupo, Sara D’Angelo, Elisa Di Dio, Noa Di Venti, Mauro Lamantia, Rocco Rizzo, tutti ennesi, rientrati a casa dopo esperienze di studio e lavoro in ogni parte d’Italia), emergono dal fondo per dar voce ad un disagio, a un dolore, a una ferita.
In scena è tutto un incontro di corpi, uno scontro di parole, che recuperano i suoni di un dialetto ennese arcaico, senza risposte o verità da consegnare: ieri come oggi siamo tutti migranti, sembrano ricordarci gli attori, aiutati da suggestivi affreschi visivi come la vela di stracci che si innalza a chiusura dello spettacolo.
“Lingua di cane” viene chiamata la sogliola, un pesce che sta nei fondali e vi si adagia, invisibile, come i tanti migranti che perdono la vita dopo viaggi terribili, e di loro non resta nulla, neppure la memoria.

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