Principio Attivo: prima e dopo l’Eolo Awards

Principio Attivo
Principio Attivo

Mannaggia ‘a ‘mort

E’ un periodo fertile e quanto mai fruttuso per la Puglia e per le compagnie pugliesi. Su tutti il Salento, con una fortissima e impegnativa tradizione.
Principio Attivo, che abbiamo conosciuto in occasione dell’edizione 2009 di Incontri Teatrali a Lugano, è una fra le compagnie più interessanti ed intelligenti delle nuove leve del teatro contemporaneo. Il teatro ragazzi è quasi un pretesto di alleggerimento per individuare e praticare idee e poetiche più ampie, ancorate a tradizioni stilistiche ben definibili ma drammaturgicamente dotate di connotati di vivace originalità.

“Estrarre principio attivo da tutte le “sostanze” con cui interagiamo”. Questo il motore fondamentale del loro creare.

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Semeraro, regista e fra i protagonisti dell’ultima creazione della compagnia: “Storia di un uomo e della sua ombra – Mannaggia a’ mort” con cui sono da tempo in giro e che porteranno il prossimo 6 novembre al Teatro Litta di Milano (per poi approdare ad Ancona e Padova) e con cui hanno vinto l’Eolo Awards 2010 come miglior spettacolo di teatro ragazzi.

Principio Attivo Teatro sono Dario Cadei, Silvia Lodi, Francesca Manno, Otto Marco Mercante, Cristina Mileti, oltre naturalmente a Semeraro.

Provenite da esperienze e formazioni diverse. Come avete proceduto per coniugare le differenze in un’unica matrice?
Ognuno di noi, nel nostro gruppo, proviene da esperienze artistiche molto diverse ma la cosa più importante è che tutti siamo accesi da una forte voglia di scoprire e mettersi in discussione. Siamo un gruppo molto aperto, in cui ognuno continua a collaborare e condividere esperienze. Si dovrebbe ripensare il senso della parola gruppo. Forse, data la nostra non proprio giovane età, cerchiamo di non portarci dietro le debolezze delle precedenti esperienze. In questo percorso la nostra poetica è una ricerca costante di questo senso del gruppo.

Il Salento è una terra che ha visto nascere alcuni tra i più importanti nomi del teatro d’innovazione dell’ultimo secolo e che, a tutt’oggi, esprime un teatro contemporaneo ben radicato nel territorio ma, nello stesso tempo, di respiro anche internazionale. Qual è, secondo voi, la ricetta per unire innovazione, cultura alta e popolare senza isolarsi in inutili elitarismi?
Parlare del Salento per me è molto difficile per una sorta di amore e odio che provo profondamente. Sicuramente questa terra è, a tutti gli effetti, periferia assoluta, essendo una terra non di passaggio ma destino consapevole di chi sceglie di venirci. Certamente qui la gente è abituata al teatro, e ad un certo tipo di teatro, anche grazie al lavoro di persone e artisti che negli anni anno coltivato quei piccoli semi piantati dai maestri. Devo dire che quando viaggio per l’Italia mi rendo conto che di luoghi culturalmente depressi l’Italia è piena, e vivere in Salento è una buona possibilità. Oltre a questo, il rammarico più grosso del vivere oggi qui è quello di trovarsi in una terra attualmente coltivata solamente a pizzica e muretti a secco. Amo la musica e i miei luoghi ma, come sanno anche i contadini, in un territorio non ci può essere una mono-coltura. Certo, noi conviviamo e dialoghiamo con la nostra terra inventando ogni giorno un percorso nuovo, che faccia dialogare cultura popolare e cultura cosiddetta alta, anche se qui questi confini sono difficili da riconoscere. E’ la scommessa pugliese a rendere il Salento inserito in un progetto regionale più ampio e per questo più organico. Speriamo di contagiare un po’ di persone nel prossimo futuro.

A proposito del pubblico, come vengono accolti i vostri lavori all’estero? Notate una maggiore attenzione rispetto a quello che è il riscontro ricevuto in Italia?
Quando portiamo il nostro lavoro all’estero e, con gli operatori, parliamo un pò d’inglese e un pò di francese ci sentiamo tesi e comici allo stesso tempo. Poi si va in scena e non ci sono più problemi, tutto fila liscio e ti senti sempre a casa. E’ bellissimo.


Finalisti a Scenario Infanzia 2008 e vincitori dell’Eolo Awards 2010. Per l’anno prossimo vi prenotate all’Ubu?

Sì, infatti la prossima produzione sarà l’Ubu… Scherzi a parte, crediamo nei piccoli passi e per noi, a volte, resistere è la scommessa più grande.

Una domanda sul teatro ragazzi, anche se voi non vi definite una compagnia specifica di teatro ragazzi. Questo genere sembra essere uno dei fiori all’occhiello della produzione teatrale italiana, apprezzato ed invitato anche nei numerosi festival esteri specializzati. E’ un fenomeno che, secondo voi, può contribuire alla costruzione di una nuova consapevolezza dello spettatore e, speriamo, di quelli che saranno gli spettatori teatrali del domani?

Creare consapevolezza nel giovane pubblico è fondamentale per quello che chiamiamo teatro ragazzi, soprattutto perchè – guardando da vicino il pubblico giovane – hai più la percezione della velocità con cui si muove questo mondo. E’ vero, molte compagnie italiane di teatro ragazzi girano tanto all’estero, un fenomeno positivo e incoraggiante ma che, secondo me, viene dall’arte di arrangiarsi tipica italiana. Mi spiego meglio: date le difficoltà del mercato teatrale italiano molte realtà investono nel teatro ragazzi, una filiera più povera ma con un’enorme mercato. Questo, occorre dirlo, non a scapito della qualità, dato che molto teatro ragazzi italiano riscuote grande successo all’estero.

Dove sta andando Principio Attivo Teatro, quali i prossimi progetti?

Stiamo cominciando le prove per un nuovo lavoro di compagnia con l’obiettivo, non retorico, di parlare di soldi e famiglia. Oltre a questo, stiamo cercando uno spazio sul territorio dove far partire nuovi progetti con altre associazioni.

Tre nomi della scena contemporanea, conosciuti e no, di cui apprezzate il lavoro e che vorreste consigliare ai nostri lettori.

Danio Manfredini, Mariangela Gualtieri e Raffaella Giordano. Poi tanti altri, ma cito questi perchè personalmente ne riconosco le tracce.

Come vi ponete di fronte ai recenti tagli alla cultura decisi dal governo e ad una linea di tendenza che sembra voler ridurre sempre più l’apporto pubblico nei confronti dello sviluppo delle forme artistiche? Fino a che punto, per voi, questo risulta essere un limite e dove, invece, diventa un’opportunità, per compagnie fuori da un certo establishment, di emergere con la sola forza delle proprie creazioni e del rapporto diretto con il pubblico?
Nella difficoltà c’è la possibilità, questo è sicuro, ma non deve esimerci dal denunciare, deridere, fotografare la merda che ci circonda. Forse si dovrebbe riportare il teatro in strada, ripensando in maniera completamente nuova questa possibilità.

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