Programme Commun: a Losanna il contemporaneo conquista il pubblico

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Ion (photo: ©Louise Roy)

La scena contemporanea svizzera sperimenta nuovi linguaggi.
Si è infatti svolta a marzo la prima edizione del festival Programme Commun, organizzato dal Théâtre de Vidy e dall’Arsenic di Losanna con il coinvolgimento di altri spazi teatrali della città. Un festival ambizioso, questo Programme Commun, che ha visto la partecipazione di diverse compagnie svizzere e non solo, per un momento di mobilitazione della scena contemporanea che in queste giornate losannesi è apparsa impegnata nello sperimentare i linguaggi, altre forme di espressione, mescolando generi o inventandone di nuovi, non sempre però con risultati lodevoli o compiuti.

Programme commun ha avuto per undici giorni la chiara vocazione all’incontro: di linguaggi e artisti (e questo è stato premiato dal pubblico, che ha partecipato numeroso), ma anche di professionisti del settore, arrivati in 140 da tantissimi paesi, Italia inclusa, che hanno raggiunto il Vidy che, sotto l’impulso della nuova direzione di Vincent Baudriller, è stata la vera regina della manifestazione.

Di sicuro la presenza più esuberante e scombussolante è stata quella di Angélica Liddell. L’artista spagnola ha presentato due spettacoli: la nuova creazione “Primera carta de San Pablo a los Corintios” e “Tandy”(2014), che assieme a “You are my destiny” (Lo stupro di Lucrezia) anch’esso del 2014, fanno parte di un ciclo di spettacoli dedicati alla Resurrezione.
Liddell trasforma la scena in un luogo di culto dove le passioni più sfrenate, quelle che lacerano anima e carne e fanno sentire il sangue pulsare, hanno libertà di esplodere. L’amore per Dio ma anche l’amore profano vengono indagati in tutta la loro assolutezza e violenza.
Ispiratasi a “Luci d’inverno”, film di Ingmar Bergman del 1962 in cui si racconta la passione di Marta per Tomas un pastore che ha perso la fede, l’artista spagnola, conosciuta da anni per le sue performance al limite, anche in quest’ultima creazione non lascia indifferente il pubblico: se le atmosfere e le scenografie sono incantevoli (un quadro nel quadro e sullo sfondo una Venere distesa), il monologo dell’artista, nel suo vestito rosso cardinale, è passionale e carnale.
Meno convincente risulta essere la parte finale di “Primera carta de San Pablo a los Corintios”, dove si vuole provocare e non raccontare, violare i corpi e dissanguarli senza che a questi gesti estremi si accompagni pathos. Si perpetua violenza, ma è come se la narrazione fosse scomparsa e con essa pure il significato e il sentimento.

Unica presenza italiana al festival quella di Romeo Castellucci, che ha presentato “Giulio Cesare. Pezzi staccati”. Quello di Castellucci è un ritorno al Vidy dopo essere stato in residenza nell’ottobre scorso per la creazione di “Go down Moses”.

“No world/FPLL” di Winter Family dell’artista israeliana Ruth Rosenthal e il musicista francese Xavier Klaine è stata un’altra performance apprezzata. La compagnia si è fatta conoscere nel 2011 con la creazione Jérusalem Plomb Durci, sottotitolata “Voyage halluciné dans une dictature émotionnelle” e con “No world/FPLL”, che sarà presentato al prossimo Festival d’Avignon, hanno proposto una performance che mescolava ancora una volta documentario, teatro, danza.

Tra le compagnie svizzere presenti è piaciuto molto“Ion”, creato e interpretato dalla danzatrice Cindy Van Acker, che da anni lavora a Ginevra. La performance è una vera immersione nelle tenebre. Cindy Van Acker danza nell’oscurità tra fasci di luce proiettati a singhiozzo da fili luminosi; la sua danza è composta, precisa, e il pubblico ha la sensazione di essere trasportato in una dimensione altra in cui è piacevole perdersi. L’artista ammalia con il suo movimento, con lo stridore del corpo che strofina sulla tela, con il gesto rigoroso.
All’origine di Ion ci sono due grandi uomini: il filosofo Nietzsche e il danzatore e coreografo russo Nijinski, per Cindy Van Acker «due geni, due mostri di autenticità che si mettono a nudo davanti al mondo», così che il disegno di Ion è tracciato a partire proprio dalle parole e dal linguaggio fisico di quelli che al momento la coreografa considera i suoi maestri.

L’artista zurighese Thom Luz ha invece presentato “When I die – A ghost story with music”, spettacolo dalle atmosfere seducenti in cui la musica ha un ruolo di primo piano. Luz riprende la storia assai singolare di una certa Rosemary Brown, una semplice donna delle pulizie inglese, medium, che nel corso della sua vita sembra abbia ricevuto dei “dettati” dall’oltretomba da parte di celebri compositori scomparsi da tempo come Chopin, Debussy, Listz, Schubert.
Sembra che Rosemary, nel corso della sua esistenza, ogni giorno si sia seduta e abbia trascritto (lei che conosceva appena la musica e che non sapeva scriverla!), delle composizioni che in parte apparvero nel 1970 in un atipico disco che conteneva per l’appunto degli inediti dei compositori deceduti. Luz prende a prestito questa strampalata quanto misteriosa storia per farne un teatro musicale unico nel suo genere.

Considerato come una sorta di archeologo del teatro musicale, l’artista zurighese costruisce un racconto musicale delicato e poetico mentre gli spettri di Rosemary si aggirano in una stanza buia e nebbiosa. In “When I die – A ghost story with music” a tratti però si sente la mancanza di una narrazione più strutturata e lineare che vada proprio oltre le malie della musica e delle atmosfere spettrali proprie alla vita di Rosemary.
Una festa finale, il 28 marzo scorso al Vidy, all’insegna di un teatro conviviale aperto a tutti, ha salutato la partecipazione degli artisti (e del pubblico) di questa prima edizione, coraggiosa e così ricca di proposte diversificate per i linguaggi scelti e per la provenienza delle compagnie. L’appuntamento, quasi sicuramente, è per l’anno prossimo.

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