Il sorriso amaro di Valentina Rosati nelle Psicosi di Sarah Kane

Psicosi delle 4:48
Psicosi delle 4:48

Barbara Ronchi in ‘Psicosi delle 4:48’ (photo: Angelica Muzzi)

Signore e signori, ecco a voi l’ultimo show. Qui la vita e la morte vestono giacche brillanti come i comici del cabaret che, si sa, col sarcasmo raccontano le peggio atrocità mentre si ride e piange allo stesso tempo.
Finito il tempo degli orrori scenici, oggi Sarah Kane – la drammaturga inglese che tanto scandalizzò la scena britannica contemporanea teatralizzando l’orrore e l’indicibile, morta suicida a soli 28 anni nel 1999 – non fa più paura. Cala la coltre sulle incriminazioni di shock scenico a scopo promozionale, e ciò che ne guadagna è la parte più autentica, alta, lirica e umana allo stesso tempo, potentemente teatrale dell’opera.

Facciamo un passo indietro. Anzi, due.
Il primo: l’opera in questione è “Psicosi delle 4:48”. Il titolo fa riferimento all’orario della notte in cui, secondo alcune ricerche, si regista una variazione ormonale che, nelle psicosi, aumenta l’attrazione verso il suicidio. Difficile invece “spiegare” ciò che il testo racconta. È un’analisi lucida e al contempo malata degli istanti (ore? giorni? minuti? mesi?) che precedono un distacco dal mondo. Frammenti di ricordi e considerazioni nuove di una persona che di certo non vuole più vivere. Ma con questo non è detto che voglia morire.

Secondo passo indietro: da un primo confronto col testo chiunque ne esce terrorizzato. E questo non tanto per la tematica, quanto piuttosto per la frammentarietà della struttura, i nessi logici apparentemente illogici, la costruzione enigmatica e sincopata dei discorsi: tutti elementi fra cui è facile perdersi e che, di primo acchito, potrebbero tacciare l’opera di “irrappresentabilità”.

Eppure dal 2000, anno in cui “Psicosi delle 4:48” è stato allestito per la prima volta a Londra, di messe in scena se ne contano diverse. Anche in Italia. L’apripista fu Barbara Nativi, anche traduttrice delle opere della Kane. Poi Pietro Maccarinelli, nel 2004, con Giovanna Mezzogiorno come interprete.
Tanti e diversi gli esiti. E questo è un elemento di grande potenza perché – tra atrocità e lirismo – il teatro di Sarah Kane si apre a voragini e possibilità sceniche infinite.

E veniamo a oggi, allo spettacolo visto ad Ancona, secondo appuntamento della rassegna Gioventù bruciata nata dalla sinergia di alcune autorità teatrali locali, dallo Stabile delle Marche all’Amat, per la regia della giovane regista Valentina Rosati e interpretato da una delle “sue” attrici (Compagnia Belteatro), l’intensa Barbara Ronchi, che merita davvero un plauso per la sensibilità dimostrata nel ruolo.

Come sottolineato dalla stessa regista, lo spettacolo è frutto di una elaborazione insolita, che cerca di superare il racconto del proprio male di vivere. Come se il/la protagonista (lui? lei?) fosse già oltre, in uno spazio distante da cui guardare ai propri mali con lucidità, senza commiserazione, ma semmai con ironia. Ed è tutto rivolto al pubblico il testo, proprio come fosse un “Signori e signori, ecco a voi l’ultimo show (appunto) quello della vita e della morte. La mia”.
Il senso di distacco si rivela una carta intelligente e vincente. Innanzitutto perché offre una chiave di lettura nuova, fresca, autentica, per niente didascalica. E in secondo luogo perché il pubblico viene travolto sia dall’ironia – con tanto di risate in sala, così rare negli allestimenti italiani della Kane, mentre in quelli autoctoni sono considerate normali – sia dalla commozione per l’ineluttabilità degli eventi, perché ‘chi è oltre’ ha già deciso e “…non c’è nessun farmaco sulla terra che può dar senso alla vita”.

Davvero apprezzabili anche la coerenza e la funzionalità dei tagli operati al testo, secondo una specifica linea narrativa abbracciata, quella che muove dall’inesorabile bisogno d’amore. “Volevamo che arrivasse una storia, che il pubblico capisse, e non che galleggiasse solo tra discorsi enigmatici” racconta Valentina Rosati in uno scambio post-spettacolo. “Per questo abbiamo tagliato secondo un nostro tentativo di decodifica, facendo però attenzione a non dare troppe risposte al testo, visto che non sapremo mai perché la Kane ha scritto certe cose”.

Uno spettacolo intelligente e di grande sensibilità, misurato ed esplosivo allo stesso tempo. Un’ottima prova di due giovani artiste, regista e attrice, in scena fino a domani, 17 ottobre. Da vedere.

PSICOSI DELLE 4:48
di Sarah Kane
traduzione: Barbara Nativi
con: Barbara Ronchi
e la voce di Gabriele Portoghese
regia: Valentina Rosati
produzione del Teatro Stabile delle Marche in collaborazione con Amat/ Festival Ars Amando di Amandola e Compagnia Belteatro
durata: 33’
applausi del pubblico: 1’ 17’’

Visto ad Ancona, Teatro Studio alla Mole Vanvitelliana, l’11 ottobre 2010

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