Pugliese interpreta Giuseppe da Copertino… e spicca il volo

Per obbedienza (photo: Eugenio Spagnol)

Per obbedienza (photo: Eugenio Spagnol)

Una delle caratteristiche che ha più colpito della rassegna I Teatri del Sacro è stato il minimalismo scenografico. Ad eccezione di pochi casi, l’allestimento scenico è stato in genere scarno, essenziale o quasi inesistente. Ma in nessun caso questa caratteristica è risultata così riuscita come in “Per obbedienza”, performance di Fabrizio Pugliese per la regia di Fabrizio Saccomanno.

Teatro d’eccezione è la chiesa di San Giovanni a Lucca, costruita nel V secolo come cattedrale, che conserva intatta l’austerità e la sacralità di altri tempi. Il palco è posto al centro del presbiterio, dove l’unico elemento ad occuparlo è uno sgabello, mentre sul retro dominano dall’alto gli affreschi suggestivi della lunetta.

Benché già povero, lo spazio scompare dal momento in cui Pugliese inizia a raccontare la sua storia.
Seduto sullo sgabello, pressoché immobile ad eccezione di alcuni movimenti della mano,  l’attore è già di per sé una forte presenza scenica. Esile, espressivo, con un mezzo sorriso incisivo che ricorda alcune espressioni alla Servillo, parla con voce calda, naturale, senza alzare mai i toni, con pause e silenzi che enfatizzano l’aspetto drammatico o compassionevole del personaggio, e le sue parole si fanno subito materia.

Siamo nell’oltre Sud, tra le zone più aride del Salento, nel primo seicento. Un’epoca caratterizzata da malattie (molte dovute alla poca igiene), bigottismo, inquisizione.
Il sempliciotto Giuseppe si innamora della Madonna dalla prima volta che la vede, restando “voccaperta”, e così viene rinominato. Il suo amore diviene una vocazione, e con il passare del tempo e del tutto inconsapevolmente raggiunge l’estasi, ma anziché abbandonare il corpo, come di solito avviene in questi casi, Giuseppe il corpo lo porta con sé e vola, finendo per ritrovarsi su di un albero, sul tetto di una casa o sul campanile, da dove ogni volta deve essere aiutato a scendere, senza che ricordi minimamente come sia finito fin lassù.

Ma il destino ha riservato misteri ancora più sconosciuti a questo personaggio umile, forse un po’ tonto, contro ogni sua volontà. Con un corpo martoriato da malattie e autopunizioni che nasconde sotto il saio, e una mente che a stento gli permette di mettere in piedi una frase, Giuseppe da Copertino si rivela un guaritore, attirando moltitudini di folle, bisognose più di un santo da adorare che di guarire dalla loro condizione.

Intervallando il racconto in terza persona con alcune interpretazioni dirette dei personaggi, Pugliese vive la storia mentre la racconta, offrendo allo spettatore una cognizione del racconto quasi filmica, ridando vita ad alcuni aspetti del teatro più tradizionale e spesso dimenticati, come lo stupore del rimanere semplicemente incantati di fronte ad un racconto.
Una storia che scivola a tratti nel grottesco ma al tempo commovente, che parla di tenacia e di purezza d’animo. Giuseppe da Copertino è a suo modo un combattente. Lotta contro una malattia che lo immobilizza a letto per tutta l’adolescenza, contro le proprie incapacità, pur accettando i propri limiti, contro una popolarità che non riesce a gestire e perfino contro un tribunale dell’inquisizione, e lo fa unicamente per amore della Madonna – “la mamma sua”.

Se da un lato la semplicità e l’ingenuità del Santo ci fanno sorridere, la sua purezza e innata devozione – che lo portano sempre e comunque ad obbedire – arriva dritta alle nostre coscienze, rivelando la nostra spesso inadeguata “complessità di spirito”, legata ai limiti di quella ragione che, come sosteneva Dostoevskij, «sa soltanto quello che le è riuscito di conoscere».

L’immobilità della scena si trasforma solo nel momento in cui l’attore interpreta il volo del santo, aggiungendo anche un piano sonoro, praticamente inesistente per quasi tutta la durata del racconto. E’ un momento quasi mistico quello in cui Pugliese si leva su quello sgabello barcollante per dare vita all’estasi del santo, integrando movimenti che appartengono sicuramente al suo primo back-ground di  teatro-danza, con un effetto di luci e suono che aggiungono drammaticità all’azione.

Complice della piena riuscita del lavoro è sicuramente la regia di Saccomanno, equilibrata e quasi a scomparsa, che proprio per questo acquista pregio; ma grande merito va al testo di Francesco Niccolini, sicuramente di grande ispirazione.
Un lavoro pregno di poesia e verismo, che strappa lunghi applausi al  pubblico.

Per Obbedienza. Dell’Incanto di Frate Giuseppe
con Fabrizio Pugliese
regia: Fabrizio Saccomanno, Fabrizio Pugliese
drammaturgia: Francesco Niccolini e Fabrizio Pugliese
collaborazione artistica: Enrico Messina (Armamaxa)

durata: 1h 10′
applausi del pubblico: 2’ 10’’

Visto a Lucca, Chiesa di San Giovanni, l’11 giugno 2015

Vi lasciamo alla videointervista a Fabrizio Pugliese realizzata a Lucca da Mario Bianchi.

1 Comment

  • Gino ha detto:

    Il noto magnate industriale pugliese CAMISA GIUSEPPE ma milanese di odozione, grazie alla nipote Laura Viganó(figlia di Lady Piniccia Camisa) si è finalmente imparentato con la nobile famiglia Casiraghi. Il sig Camisa Giuseppe prenderà il nome di PIPPINO GAMBERO e regnerà sul trono di Montecarlo . Lui c’ha il mercedes col risucchio ed è pacione di case. Risucchio finale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *