Il cielo in una stanza di Punta Corsara. Ritratti d’interni

C’è una compagnia napoletana che con ostinazione, da ormai un po’ di anni, indaga sulle caratteristiche peculiari della propria città, riverberandole su quelle del nostro Paese, per cercare di comprendere ciò che siamo: noi napoletani, noi italiani, noi esseri umani, con tutte le nostre contraddizioni, ma anche con le positive fragilità.
Lo fa portando in scena la tradizione di un teatro ancora vivissimo, divertente nella sua amarezza, e meravigliosamente nobile nella sua composizione.

Stiamo parlando di Punta Corsara, compagnia di Scampia nata ormai quasi dieci anni fa all’interno di Arrevuoto e del progetto omonimo “Punta Corsara”, esperimento teatrale che coinvolse Marco Martinelli e Debora Pietrobono e portò, dopo tre anni di formazione, alla costituzione della compagnia, diretta dal 2011 da Emanuele Valenti e Marina Dammacco. Una compagine che abbiamo seguito nel suo farsi, da “Il signore di Pourceaugnac” a “Petito Blok” arrivando, fra gli altri, ad “Hamlet Travestie” e a “Io mia moglie e il miracolo”, quest’ultimo scritto da Gianni Vastarella, e vincitore de I Teatri del Sacro.

Al Franco Parenti di Milano abbiamo ora visto l’ultima creazione della compagnia, “Il cielo in una stanza”, prodotto dal Napoli Teatro Festival e dalla società romana 369 gradi.


Il testo, scritto da Valenti e Armando Pirozzi, drammaturgo esterno a Punta Corsara, ci conduce, tra diversi flashback che rimandano anche al primo dopoguerra (con tutte le speranze di un domani migliore), fino agli anni Novanta, negli interni di un caseggiato napoletano, sito in modo significativo in via Miracolo a Milano 43, un luogo assai sgarrupato a causa di un cedimento strutturale, ricreato con perizia sul palcoscenico dallo scenografo Tiziano Fario.

Qui convivono inquilini assai speciali, tutti interpretati dagli attori storici della compagnia. Ecco allora Carmela Amedeo, cacciatrice di topi con tanto di fucile, e vedova di Ceraseno, che ad un certo punto in commedia apparirà come spirito; c’è Alfredo Cafiero, l’intellettuale del gruppo, il più legalitario della combriccola; Alce Nero, così chiamato perché in perenne conflitto con un mondo che vorrebbe cambiare; mentre Sotterrato non è presente in scena, la sua voce proviene da un water, abitandoci lui sotto; ci sono poi Lucia Spadaro e il figlio Enzo, entrambi in balìa di eventi a cui non sanno opporre risposte convincenti.

Ma al vero centro del racconto ci sono proprio Ceraseno e Carmela, che quella casa la comprarono con i soldi ricevuti dall’assicurazione per un infortunio sul lavoro in Svizzera: l’uomo perse una mano, forse volontariamente, per ricevere l’indennizzo.
Una casa comprata con le promesse di personaggi che rimandano agli intrallazzi edilizi di Achille Lauro, qui rappresentato da un conte Dracula in carne ed ossa, e il riferimento va ancora al cinema, con il capolavoro di Rosi “Le mani sulla città”, denuncia della corruzione e della speculazione edilizia dell’Italia degli anni Sessanta.

Lo snodo centrale del racconto avviene quando l’avvocato, figlio del costruttore, vuole una firma affinché i condomini accettino di traslocare in un’altra casa, forse anch’essa in odore di prossimi collassi…
Accettare o non accettare? Disfarsi o non disfarsi, in modo eclatante – per dare un segno preciso di rivolta -, del figlio del loro padrone di casa, colpevole di tutta quella dolo(ro)sa situazione?
Affideranno la difficile scelta ad una vera e propria votazione, a cui parteciperà anche, da morto, Ceraseno, consegnando il suo voto alla mano amputata, che la moglie ha conservato gelosamente.

Non vi racconteremo certo il finale, ma vi anticipiamo solo le parole di Alce Nero, probabilmente l’unico davvero consapevole che così non si può più continuare: “Noi, inconsapevoli, distratti, forse anche troppo compiaciuti dei nostri antichi rituali, non ci siamo neanche accorti di tutto il lerciume, di tutto il disgusto, di tutta la violenza che ci venivano addebitati, come se ogni cosa fosse colpa nostra, è per questo che la nostra psiche si è a poco a poco convinta di essere davvero colpevole, davvero sporca, di essere la causa di tutte le nefandezze… e no e no, questa è la catena che va spezzata”.

Si ride parecchio ne “Il cielo in una stanza”, uno spettacolo in cui davvero – al di là del rimando alla canzone di Gino Paoli del ’60 – i protagonisti vedono il cielo sopra di loro, semplicemente perchè il tetto non esiste. Ancora una volta la tradizione di Eduardo viene innestata in una coralità di personaggi che rimanda a sua volta alla tragedia greca, per un teatro che si fa portatore di situazioni e verità che difficilmente, questo appare il nostro triste destino, avremo il coraggio di cambiare.

IL CIELO IN UNA STANZA
drammaturgia di Emanuele Valenti e Armando Pirozzi
con Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Sergio Longobardi, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella
voce registrata Peppe Papa
regia Emanuele Valenti
scene Tiziano Fario
costumi Daniela Salernitano
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
collaborazione artistica Marina Dammacco
assistente costumista Nunzia Russo
direttore di scena Walter Frediani
realizzazione scene Alovisi Attrezzeria
realizzazione costumi Ro.Ca.Gi
service audio e luci Megaride Sas
uno spettacolo di Punta Corsara
produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro festival / Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
in collaborazione con 369gradi

durata: 1h 15′

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 3 dicembre 2017

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