Pupo di zucchero. Vita e morte nel cunto di Emma Dante

Pupo di zucchero (photo: Ivan Nocera)
Pupo di zucchero (photo: Ivan Nocera)

Il lavoro di Emma Dante come autrice e regista è ben conosciuto in Italia e all’estero per il suo stile eclettico e originale, agganciato alle viscere della tradizione e lanciato verso nuove derive estetiche e artistiche.
La potenza delle sue opere vibra nei corpi energetici degli attori, che fanno del ritmo la chiave rappresentativa della scena, e dell’uso del dialetto il grimaldello per accedere direttamente ai significati profondi delle realtà sociali raccontate, spesso incrostate da immobilismo, pregiudizi, oppressioni.

La grande forza materica e carnale del suo teatro sembra trovare in quest’ultimo spettacolo, “Pupo di zucchero”, una forma più rarefatta e onirica, per andare incontro a una tematica che si rivela da subito essere intimista, sfuggevole: il sottile legame che lega “un vecchio ‘nzenziglio e spetacchiato”, in una casa vuota, a suoi morti.
Benché lo spauracchio della morte porti subito a immaginare atmosfere cupe e tristi, lo spettacolo di Emma Dante è tutt’altro che adagiato sul ripiegamento mesto e disperato. Si parla dei morti, sì, ma della festa dei morti, del 2 novembre e di quel tempo in cui la soglia si fa più permeabile e il passaggio da un mondo all’altro è più vivido.

Carmine Maringola, il nostro protagonista che racconta dei propri cari defunti e ci presenta la sua famiglia che fu, è intento a preparare un pupo di zucchero, un impasto di forma antropomorfa da offrire ai defunti, secondo antiche tradizioni meridionali che fanno eco a un passaggio di una storia de “Lo Cunto de li cunti” di Gianbattista Basile. Da queste sponde parte l’ispirazione di Emma Dante, che poi si apre alle suggestioni de “I quaderni di Malte Laurids Brigge” di Rainer Maria Rilke: “Solo quando (i ricordi) divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso”.
La tradizione sicula si fonde con quella napoletana e il protagonista racconta in napoletano, con riferimento al dialetto arcaico del Basile. Nella postura e nei gesti ritroviamo un manierismo antico che lo fa sembrare quasi un personaggio del presepe napoletano classico. La sua voce richiama, presentifica sulla scena i morti familiari e sembra che, accanto a lui, altre statuine del presepe prendano magicamente vita, riproducendosi nel proprio specifico movimento, l’unico possibile, che ne caratterizza e cristallizza il carattere.

I quadri dei ricordi appaiono e scompaiono, si susseguono per giustapposizione, non c’è una storia vera e propria, la trama si sfuma, ogni scena si riempie di immagini iconiche, talvolta poetiche, talvolta allegre, alcune più potenti di altre. Sulle teste piovono frammenti di coriandoli lanciati dalla tasca, come il vecchio trucco di un mago dalla giacca consunta, che ripropone sempre lo stesso piccolo effetto speciale, risaputo eppure in grado di produrre un delicato sorriso.
Molti elementi rimandano a una dimensione di vecchio, di lentezza, di passato: è la quotidianità del protagonista che vive guardando soltanto indietro. Sembra di guardare una storia di un certo teatro del primo Novecento, eppure l’eleganza, la forma, il ritmo riportano la narrazione a una dimensione di modernità.

Come ricorre spesso nelle opere di Emma Dante, nella recitazione si innestano momenti frequenti di teatro danza, che scandiscono la precisione millimetrica delle partiture fisiche, l’ossessività della ripetizione, il simbolismo della relazione. Le incursioni di danza, insieme a quelle del canto, sono i momenti in cui il guizzo della vita prende il sopravvento, la scena diventa allegria, tumulto, fino a riproporre una piccola Broadway. Ma tutto ciò che accade è sempre e solo nella mente del vecchio, è un flusso di frammenti che si affollano, si accavallano, si scacciano e lui non può fare altro che assistere, ricordare, piangere o ridere. È un dolore privato il suo, una faccenda che riguarda solo lui e i suoi morti. Non può liberarsene ed evidentemente non vuole. Legato a loro da una corda, come da un cordone ombelicale, gioca simbolicamente a un tiro alla fune, che sembra più una corda di salvataggio ma per lui stesso, non per i cari ormai già andati in un altro mondo.
Resta solo da completare l’opera del pupo di zucchero: cibarsi di questo pane vuol dire simbolicamente cibarsi dei propri cari. E allora ritorna sulla scena quell’elemento di mostruoso e inquietante, impastato con affetto e famiglia, che si può rintracciare in altre opere di Emma Dante: corpo, sangue, cibo, amore, rabbia, morsi, dolore, è tutto in questo piccolo rituale che visivamente richiama il quadro di Goya “Saturno che divora i suoi figli”.

Sul finale, compaiono in scena le sculture di Cesare Inzerillo: sono i cadaveri mummificati dei familiari del vecchio. Come se fino a quel momento avessimo visto solo le anime, gli spiriti, e adesso in scena fosse portata la realtà di corpi morti, spenti, solidificati nella decomposizione. Sono sculture realistiche, a grandezza naturale, che buttano la morte fisica in faccia allo spettatore, ma con l’indulgenza dell’arte a fare da schermo protettivo. L’impatto è forte, catalizzano magneticamente lo sguardo. Si muove il fascino del macabro dietro allo specchio di quello che ci aspetta come esseri viventi; queste statue sono contemporaneamente testimonianza di ciò che è stato e monito di ciò che sarà.

Per un momento intenso e dilatato il pubblico è lasciato da solo a guardarli in fila, come a lasciare uno spazio intimo perché possa stare un po’ con loro, perché ognuno possa fare i conti con se stesso e con la propria esperienza di morte. Nella nostra società la fine della vita è costantemente rimossa, mentre Emma Dante ce la presenta diretta e semplice, perché non sia un tabù. Ritorna il vecchio e la luce si spegne. Eppure il pubblico non applaude, per un tempo molto lungo. Non si può dire se sia successo perché non avesse capito che lo spettacolo fosse finito o perché si fosse creata una atmosfera difficile da interrompere con il suono.
Dopo gli applausi ritardati, molti spettatori si sono avvicinati al palco per vedere le statue più da vicino. Non siamo abituati a stare a contatto con i corpi così potenti eppure inermi dei morti. L’arte è un’esperienza collettiva che ci può riavvicinare a questa realtà.

Pupo di zucchero
liberamente ispirato a “lo cunto de li cunti” di Gianbattista Basile
testo e regia Emma Dante
con Tiebeu Marc-Henry Brissy Ghadout, Sandro Maria Campagna, Martina Caracappa, Federica Greco, Giuseppe Lino, Carmine Maringola, Valter Sarzi Sartori, Maria Sgro, Stephanie Taillandier, Nancy Trabona
costumi Emma Dante
sculture Cesare Inzerillo
luci Cristian Zucaro
assistente ai costumi Italia Carroccio
assistente di produzione Daniela Gusmano
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
produzione Sud Costa Occidentale
in coproduzione con Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Scène National Châteauvallon-Liberté /
ExtraPôle Provence-Alpes-Côte d’Azur / Teatro Biondo di Palermo / La Criée Théâtre National de
Marseille / Festival d’Avignon / Anthéa Antipolis Théâtre d’Antibes / Carnezzeria
e con il sostegno dei Fondi di integrazione per i giovani artisti teatrali della DRAC PACA e della Regione Sud

durata: 60′
applausi del pubblico: 2′ 30”

Visto a Torino, Teatro Carignano, il 10 novembre 2021

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