Quando il teatro affronta la mafia al Nord. Intervista a Carolina De la Calle Casanova

Carolina De la Calle Casanova

Carolina De la Calle Casanova

“L’Italia è un Paese senza memoria e senza verità” diceva Leonardo Sciascia più di quarant’anni fa. Lo ripeteva Pasolini definendo il nostro Paese “circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è.”

A distanza di poche settimane dall’ennesimo scandalo Expo, che vede il commissario delegato indagato per corruzione e turbativa d’asta e la società per la gestione della sicurezza dell’Esposizione accusata di infiltrazione mafiosa, queste parole tornano ad avere senso e attualità, se mai abbiano smesso di averlo.
E torna ad essere pressante l’urgenza di parlare di mafia, e di parlarne al nord, perché è qui che si fanno affari, è qui che si ripuliscono i soldi, che si vincono appalti al massimo ribasso, che si controllano politici e amministratori, che si acquistano e gestiscono esercizi commerciali, che si traffica in armi e rifiuti tossici, che si inquina l’economia legale con un’economia grigia fatta di una liquidità infinita.

Eppure parlare di mafia al nord è tuttora difficile. E non solo perché l’idea che la criminalità organizzata sia solo un problema del Sud è ancora ben radicata, ma soprattutto perché si tende ad associarla solo ai morti ammazzati, ai regolamenti di conti e al narcotraffico.
Eppura la ‘nuova generazione’ è ben lontana dallo stereotipo di ‘coppola e lupara’. Frequenta i salotti bene, le università più rinomate, sa relazionarsi all’interno di un mondo globalizzato e quindi ben gestire il denaro di provenienza mafiosa, che non viene più investito solo in traffici illeciti ma entra anche nelle banche, nelle finanziarie e nei mercati azionari.


Un meccanismo capillare e silenzioso, quasi invisibile, che ci riguarda molto più da vicino di quanto possiamo immaginare.
“La nostra generazione forse è più informata, ma quella che ci segue non sa che la mafia non è un’entità lontana, ma vive nella porta accanto alla nostra” spiega Carolina De la Calle Casanova, drammaturga e regista della compagnia milanese b a b y g a n g, che da circa tre anni è impegnata in un progetto di ‘atti culturali contro la mafia’.
Un lavoro poderoso, che comprende la realizzazione di una trilogia teatrale (il primo spettacolo, “Quinta Mafia” è debuttato l’anno scorso al Teatro Ringhiera di Milano e verrà riproposto a febbraio al Teatro delle Ali di Breno (BS), mentre il debutto del secondo tassello della trilogia, “Zia Severina è in piedi” è previsto per il 16 ottobre al Teatro Sala Fontana di Milano), oltre ad una serie di laboratori e incontri rivolti principalmente agli studenti. Perché sono i giovani ad avere la maggiore responsabilità di un cambiamento, sono loro che, con le scelte che faranno, potranno contribuire a un’inversione di rotta nel sistema.

Abbiamo intervistato Carolina per farci spiegare il lavoro che stanno portando avanti e soprattutto per offrirci una testimonianza su che cos’è questo ‘alveare’ – da cui il nome del progetto – che insidia il nostro quotidiano. E per capire che ruolo può avere il teatro nella divulgazione di una cultura antimafia.

Quinta Mafia (photo: Chiara Ferrin)

Quinta Mafia (photo: Chiara Ferrin)

Da dove arriva Alveare?
L’idea è nata più di tre anni fa su richiesta dello scrittore e giornalista milanese Giuseppe Catozzella, che ci ha proposto di trasformare il suo romanzo-inchiesta sulla ‘ndrangheta al Nord, “Alveare”, in un progetto teatrale.
Abbiamo intrapreso un complesso e delicato lavoro di documentazione e di ricerca – grazie anche alla collaborazione con Libera, Addio Pizzo e Associazione Familiari Vittime di mafia, che ha fatto nascere in noi il desiderio di far diventare Progetto Alveare ‘qualcosa di più di uno spettacolo’.

Come è nata l’idea di realizzare un progetto culturale antimafia?
Parlare della criminalità organizzata non è semplice; bisognava allora rendere il processo artistico quanto più diretto e coinvolgente. Anche perché il nostro obiettivo era quello di arrivare ai giovani, che sono forse meno informati di noi e quindi non hanno coscienza del fatto che la mafia possa abitare nella porta accanto. Partendo dal coinvolgimento di studenti fra i 15 e i 18 anni, scuole e associazioni teatrali dislocate sul territorio nazionale e soprattutto dei Consigli di Zona di Milano (Zona 8 e Zona 9) è nata la scrittura e la produzione della trilogia teatrale.
Ci siamo ispirati ai personaggi raccontati da Catozzella, che abbiamo anche incontrato, ma poi abbiamo fatto una scelta di tipo generazionale: i protagonisti avrebbero dovuto essere dei giovani, e i meccanismi del racconto semplici da comprendere. In “Quinta Mafia”, ad esempio, la storia d’amore fra un giovane ‘ndranghetista e una studentessa universitaria, aspirante giornalista, riflette il cliché dei due mondi inconciliabili, come in Romeo e Giulietta. A noi non interessava raccontare tutto della mafia, ma mostrare come anche una persona comune possa trovarcisi coinvolta.

Cos’è emerso dal percorso di documentazione?
Quando lessi per la prima volta il romanzo di Catozzella ne rimasi sconvolta. Leggevo i giornali, credevo di essere informata sull’argomento e invece mi sono resa conto di non essere consapevole di quanto le mafie siano capillarmente diffuse e ben integrate nella nostra quotidianità.
Più per esercizio di scrittura che altro, mi sono messa a scrivere un elenco di tutti i settori economici, politici e sociali coinvolti con la mafia: le pagine non finivano mai. Questo elenco fa parte non solo dello spettacolo “Quinta Mafia”, ma viene letto ai ragazzi quando li incontriamo nei laboratori e in alcune occasioni pubbliche, ultima delle quali i funerali di Lea Garofalo a Milano.

Cos’è la mafia al Nord e perché è importante parlarne?
Al Nord non sentiamo i colpi di pistola, forse non vediamo spesso i ragazzini vendere droga per strada, ma gli impresari si suicidano, i politici vanno a cena con i mafiosi mentre nelle discoteche festeggiano il prossimo appalto dell’Expo 2015. L’urgenza è forte.

E’ proprio l’Expo che ci ha offerto l’ultima occasione per parlare di mafia, ma ci sono decine di indagini giudiziarie e sentenze di condanna che certificano la presenza di un male infiltrato nel tessuto politico ed economico-finanziario di tutto il settentrione. Eppure al Nord si fa ancora fatica ad accettare la presenza del fenomeno mafioso.
Per quanto riguarda Milano abbiamo avuto una gestione comunale, prima di Pisapia, che ha negato l’esistenza della mafia al Nord, ha chiuso la commissione antimafia e ha sbarrato le porte a chi scriveva, indagava e ne mappava la presenza. Questi dieci anni di ritardo e cecità sono stati letali per Milano e l’hinterland, perché hanno permesso alla criminalità organizzata non solo di guadagnare tempo, ma anche di lavorare bene per un progetto come l’Expo e per tanti altri.

Da cosa dipende secondo te questo rifiuto?
La ragione è sempre politica secondo me, e riguarda quindi interessi economici e pratiche di favoritismo. Tra il silenzio/assenso politico e la pressione di una crisi economica – che il Nord, a differenza del Sud, pare continuare a voler negare – la mafia al Nord ha trovato nutrimento, campo aperto e direi persino accoglienza.
Negare e non informare il popolo riduce enormemente la capacità del singolo di reagire nel proprio piccolo ad un fenomeno mondiale. Sbagliamo nel pensare che la mafia non ci riguardi, perché se la caffetteria o il ristorante dove andiamo abitualmente è in mano sua, anche se ci lavorano immigrati o italiani, io nel mio piccolo sto contribuendo alla sua crescita.

E’ così grande la nostra responsabilità?
Consiglio a tutti di leggere “Il Manifesto dell’Antimafia” di Nando dalla Chiesa per capire che nessuno può esentarsi dal sentirsi coinvolto nel fenomeno mafioso, perché ‘la forza della mafia è fuori dalla mafia’. Cioè in noi, nella nostra ignoranza, nella nostra fragilità economica e nella nostra riluttanza rispetto all’argomento. Mi colpì molto quando, a fine lettura della sentenza di uno dei maxi processi contro la ‘ndrangheta a cui ho assistito come pubblico al tribunale di Milano, il giudice fu insultato dai parenti degli imputati (che erano circa 63, chiusi nelle celle a sbarre ma presenti in aula) con queste parole: “Siete voi i mafiosi!”. La disperazione e la violenza degli insulti nasceva dalla visione di una realtà che noi definiremo capovolta: è lo Stato il nemico, è lo Stato il mafioso. Forse hanno ragione, no?

Scritta trovata su un muro a Quarto Oggiaro poi utilizzata nello spettacolo

Scritta trovata su un muro a Quarto Oggiaro poi utilizzata nello spettacolo

Ti sei documentata ma hai anche visitato le zone più colpite dalla ‘ndrangheta, le periferie milanesi dove le cosche abitano, si riuniscono e gestiscono i traffici. Cosa si respira in questi luoghi?
Nell’hinterland milanese la vita è difficile perché la gente comune è costretta a convivere con la ‘ndrangheta e sa di doversi fare gli affari propri. Posso dirti che la prima volta che sono andata a Quarto Oggiaro con la mia bicicletta e la macchina fotografica sono stata avvicinata da una “vedetta”, un ragazzo che avrà avuto all’incirca 12 anni, che mi ha invitata ad andarmene via, perché lì “non c’era uno zoo”. Ho fatto il giro largo, volevo vedere la loro “ditta” (il bar di raduno) e la piazza dove si spaccia. A terra c’erano tantissimi palloni da calcio aperti. Sembrava la fine di un campionato di calcio. E invece è dentro quei palloni che venivano conservati droga e soldi. Un escamotage per non destare sospetti nella polizia: se fosse passata una volante avrebbe solo visto la fine di una partita di calcio.

Voi avete scelto di portare proprio lì i vostri spettacoli. Che accoglienza avete avuto?
La nostra fortuna è stata paradossalmente quella di non essere famosi, quindi non abbiamo attirato troppo la loro attenzione. Quando abbiamo deciso di fare le prove di “Zia Severina” nei cortili aperti di Niguarda sono andata a distribuire le cartoline dell’evento porta a porta, e sono stata cacciata in malo modo. A loro piace sentirsi protagonisti, come l’effetto suscitato dalla serie tv ispirata al libro di Saviano “Gomorra”, ma se gli arrivi sotto casa si offendono.
Durante le prove abbiamo notato molta curiosità, mista alla paura. Siamo stati nel quartiere tre giorni: il primo non c’era nessuno, il secondo qualcuno si fermava, guardava, assisteva; il terzo giorno hanno iniziato a portarsi le sedie da casa. Perché il teatro, per gli abitanti del quartiere, è una cosa nuova, un evento insolito, strano. Ancor più perché parla di mafia e lo fa proprio lì, dove la mafia regna.
Tra il pubblico c’era gente comune mischiata a membri di famiglie ‘ndranghetiste. Si respirava un’aria densa, carica di tensione, ma soprattutto abbiamo avuto la netta sensazione che quando saremmo partiti sarebbe tornato tutto come prima.

Che ruolo ha il teatro nella denuncia e nell’informazione? Credi che la parola recitata possa smuovere di più le coscienze rispetto ad altre forme di comunicazione e di arte?

Ovviamente. Il teatro è sempre politico, anche se non denuncia esplicitamente qualcosa. Il teatro ha a suo favore la mimesi, l’immedesimazione, l’emotività del qui e ora, l’essere umano in carne ed ossa che parla a un altro uomo, seduto a pochi passi da lui. Poi, non bisogna pensare che uno spettacolo che parla di mafia non sia divertente, perché lo scopo del teatro è pur sempre quello di intrattenere, nel senso più alto del termine.
Sia in “Quinta Mafia” che in “Zia Severina è in piedi” si ride tanto, ma è una risata che vuole portare ad altro, a una riflessione. Ovviamente l’ostacolo da superare – e non è cosa da poco – è quello di convincere le persone a venire a teatro, a pagare un biglietto e ad assistere a qualcosa di diverso. Quando ci riusciamo, il resto vien da sé. E accade sempre.

Gran parte dei laboratori sono rivolti ai giovani. Come reagiscono a sentir parlare di mafia? Sanno che li riguarda da vicino?
I ragazzi tra i 10 e i 12 anni non sanno cosa sia la mafia, la confondono con la criminalità ordinaria, con i furti che avvengono nel proprio quartiere. Pensano che il mafioso giri con il fucile, che parli il napoletano e vesta di nero. L’immagine del “cattivo” è vincolata molto a film e telefilm. Poi, quando in aula leggiamo gli articoli dei giornali dove si parla della mafia presente nella loro città, soprattutto nell’hinterland, sbarrano gli occhi, non ci credono ma si incuriosiscono. Vogliono saperne di più e c’è sempre qualcuno che, più ostinato degli altri, vuole andare maggiormente a fondo. Dal confronto con i ragazzi nasce sempre qualcosa: quando abbiamo chiesto loro di scrivere una proposta su come poter sconfiggere la mafia, ne è venuta fuori una lettera al sindaco.

Perché è importante rivolgersi a loro, alla generazione del futuro?
Vogliamo rivolgerci a loro perché sono i bambini d’oggi che potranno fare qualcosa domani. E non solo quelli nati in famiglie non mafiose. Se un bambino nato in una famiglia camorrista o ‘ndranghetista rifiutasse di fare ciò che fanno i genitori sarebbe una conquista, per lui e per noi. Penso spesso a una bambina, nipote di un ‘ndranghetista, che abbiamo incontrato durante un laboratorio e con cui è stato difficile relazionarsi, e sono stati proprio i suoi compagni ad aiutarci. Ecco, l’amicizia e la consapevolezza sono le armi di quella bambina, e la nostra speranza.

E’ uscito nelle sale, anche in concorso a Venezia, “Anime Nere” di Francesco Munzi, film girato nella Locride, che sembra negare la possibilità di salvarsi quando il male è così radicato, quando tutta la tua famiglia da generazioni ha l’anima ‘macchiata’. Tu invece credi ci sia questa speranza?
I processi redentivi sono sempre molto difficili. In “Quinta Mafia” il nostro protagonista è costretto ad andare in un talk show televisivo per ‘salvarsi’. Un finale paradossale, che dovrebbe far riflettere sulla decadenza morale della società. A teatro bisogna porre il problema, fare domande, ma senza dare risposte, offrendo però un punto di vista chiaro.
Sì, nella vita ho speranza. A volte mi abbandona, ma torna sempre, ed è il motore che mi fa lavorare.

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