Quando Marina Abramović morirà

The Abramovic Method: Chair for Man and His Spirit

The Abramovic Method: Chair for Man and His Spirit (2012 © Marina Abramović)

Lei (anche se per interposta persona) è protagonista ancora fino al 10 giugno, al Pac di Milano, della performance appositamente creata per il Padiglione d’Arte Contemporanea, dopo i primi quattro giorni iniziali in cui è stata proprio Marina Abramović in persona ad intervenirci catalizzando l’attenzione (ovvio il tutto esaurito), e dopo l’incursione televisiva, a “Quelli che il calcio…”, ospite di Victoria Cabello, ad apertura/promozione dell’evento milanese.

The Abramović Method è infatti la performance – cui si accompagna pure una mostra – che da marzo ha attirato l’attenzione sulla Abramović dopo la grande retrospettiva del 2010 al MoMA di New York.

Icona di tutte le forme di espressività legate al corpo, la Abramović è pioniera della performance dagli anni ’70, premiata con il Leone d’Oro alla Biennale del 1997; un’artista che ha spesso superato i propri limiti fisici e psicologici, mettendo in pericolo la sua incolumità, infrangendo schemi e convenzioni, scavando nelle proprie paure e in quelle di chi la osservava, portando l’arte a contatto con l’esperienza fisica ed emotiva, collegandola alla vita stessa.

“Nella mia esperienza, maturata in quarant’anni di carriera, sono arrivata alla conclusione che il pubblico gioca un ruolo molto importante, direi cruciale, nella performance – dichiara Marina Abramović – Senza il pubblico, la performance non ha alcun senso perché, come sosteneva Duchamp, è il pubblico a completare l’opera d’arte. Nel caso della performance, direi che pubblico e performer non sono solo complementari, ma quasi inseparabili”. E proprio in questo senso va anche The Abramović Method.

Facciamo qualche passo indietro.
E’ il 1974 quando a Belgrado la Abramović dà fuoco a una monumentale stella a cinque punte, simbolo del regime di Tito, e ci si distende dentro fino a svenire per asfissia.
Nel 1975, a Napoli, uno spettatore le punta al collo una pistola carica: l’artista ha sfidato il pubblico a usare su di lei, risolutamente passiva, uno qualsiasi degli oggetti disposti su un tavolo.
A New York, nel 2002, l’artista vive per dodici giorni in un’abitazione pensile allestita alla Sean Kelly Callery, digiunando. L’unico nutrimento è l’avido sguardo degli astanti che la osservano bere, dormire, lavarsi e urinare.

Tra la schiera di spettatori c’è il critico d’arte James Westcott: è il suo primo incontro con “la nonna della Performance Art”, come lei ama definirsi, e l’incipit di “Quando Marina Abramovic morirà”, biografia intima di un’artista che da quarantanni gioca con la morte mettendo il proprio corpo al centro di performance divenute leggendarie.
Agli esordi, lanciarsi nell’arte performativa significa per l’artista ribellarsi a un’esistenza “militarizzata”, tiranneggiata da una madre che le impone diktat culturali comunisti e non la bacia mai. Cruciale per il decollo dalla sua Belgrado è l’unione artistica e sentimentale con il fotografo tedesco Ulay, con cui avvia una collaborazione tanto ardita quanto fruttuosa. A bordo di un furgone Citroen trasformato in casa mobile, la coppia gira l’Europa esibendosi in pezzi che mettono a nudo una simbiosi culminata nel prolifico “Nightsea Crossing”.

Tutto questo è ora raccontato nel volume da Westcott, e pubblicato in Italia da Johan & Levi: una biografia illustrata di 350 pagine in cui scoprire la Marina Abramović non solo artista ma anche donna.

Quando Marina Abramovic morirà
di Westcott James
2011
350 p., ill., brossura
Editore Johan & Levi
prezzo di copertina € 32 con Ibs scontato € 27,20 (Spedizioni gratuite in Italia)

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