Quattro atti profani per raccontare “l’altro mondo” con Tarantino e Malosti

Antonio Tarantino - La casa di Ramallah...
Quattro atti profani - Maria Paiato

Maria Paiato in ‘Quattro atti profani’ (photo: Giorgio Sottile)

Ecco un esempio di come il teatro sappia ancora essere vitale e affascinante, di come riesca tuttora a divertire, emozionare, commuovere e sorprendere.
Quattro atti profani riunisce i drammi torinesi di Antonio Tarantino “Stabat Mater”, “Passione secondo Giovanni”, “Vespro della Beata Vergine” e “Lustrini”. Quadri distinti e indipendenti ma legati allo stesso tempo. Storie e umori differenti accomunati dal mondo che rappresentano, quello degli emarginati, dei balordi che faticano a tirare avanti.

La scenografia si mostra come una crocifissione contemporanea ai margini della società, una periferia desolata, abbandonata, dove i pali della luce richiamano le croci, ma su cui spicca la scritta INPS. Una scena fissa per i quattro quadri, che si susseguono mostrando personaggi  tormentati, disperati, che vivono di certezze fumose e improbabili.

In “Stabat Mater” c’è Maria Croce (Maria Paiato), una donna che si vende, ma con vitalità. Aspetta Giovanni, l’ uomo sposato da cui ha avuto un figlio, ma Giovanni non arriva. Lei chiama: “Giovanni, Giovanni”, e intanto il figlio, che ha imparato a leggere, è scomparso, forse arrestato per questioni politiche. “L’intelligenza ai poveri non ci fa bene” dice Maria Sole.
Valter Malosti, al centro della “Passione secondo Giovanni”, interpreta invece un malato di mente isolato e sopraffatto dai sensi di colpa. Piccoli desideri e grandi paure riempiono la sua giornata: vuole continuamente una sigaretta, chiede d’esser essere visitato dal medico, vuole essere redento, assolto. “Padre Priore, io sono il re dei mat’. Fammi provare le cure nuove che ti curano con le parole”. “Padre Priore c’ho colpa? Nè che non c’ho colpa?”.
Il tono si alza in “Vespro della Beata Vergine”, dove un padre viene a sapere del suicidio del figlio, un ragazzo che vestiva da donna e batteva. Qui la lingua si eleva, facendosi quasi sublime, come se fossero le parole ad agire sull’uomo, come se il Verbo facesse la sua intromissione, come se l’aldilà non fosse che Parola.
E poi torna il mondo dei postriboli, degli scali ferroviari, il vagabondare in cerca di un riparo per una bottiglia di vino buono, per il lusso di godersi, almeno un attimo, la bella vita. E’ il mondo di Lustrini, delle panchine, dei sacchetti di nylon per mano. E Mariano Pirrello dà una commovente interpretazione di quel folle ubriaco, sensibile e anche poeta, Lustrini. Al suo fianco Cavagna, compagno di bevute ma anche di vita; forse, uomo rozzo, sboccato, ladro, primitivo e sgarbato ma che sa dire: “Se hai coscienza, al mondo ti impiccano”.

Quattro atti profani

Mariano Pirrello e Michele Di Mauro (photo: Giorgio Sottile)

La voce di ogni personaggio è unica, personale. Quella di Tarantino, bolzanese di nascita ma torinese fin dall’infanzia, affacciatosi con prepotenza all’attenzione del mondo teatrale italiano nel ‘93, è una lingua straordinariamente vera e cruda. E’ la lingua dei disgraziati, lo slang degli sbandati, il repertorio di chi è al margine della società, ma che vive, eccome, in un mondo parallelo, nascosto, indaffarato a trovare una sigaretta, un posto dove dormire, un motivo per tirare avanti.
Ciò che rappresentano i personaggi in scena è l’archetipo delle storie, la vicenda delle vicende, che torna continuamente a ripetersi, nei modi più svariati, nelle situazioni più assurde, ma che ciclicamente torna. Anche se gli uomini faticano a rendersene conto, e intanto soffrono, si battono, e a volte cedono.

In scena alle Fonderie Limone di Moncalieri (TO) fino al 24 maggio e in tournée a marzo/aprile del 2010.

QUATTRO ATTI PROFANI (Stabat Mater, Passione secondo Giovanni, Vespro della Beata Vergine, Lustrini)
di Antonio Tarantino
con (in ordine alfabetico) Mauro Avogadro, Michele Di Mauro, Valter Malosti, Maria Paiato, Mariano Pirrello
regia: Valter Malosti
scene: Botto & Bruno
costumi: Federica Genovesi
suono: Giupi Alcaro
luci: Francesco Dell’Elba
prodotto dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino e dal Teatro Eliseo di Roma
durata:  2 h 40’
applausi del pubblico: 4’ 30’’

Visto a Moncalieri (TO), Fonderie Teatrali Limone, il 6 maggio 2009
Prima assoluta

 

 

 

No Comments

  • Angela ha detto:

    Ieri sera vedo lo spettacolo e oggi per caso m’imbatto in questa bella recensione. Gentilissima Gessica Franco Carlevero: sono d’accordo. Testo profondo e scrittura da maestro, attori bravissimi, scena evocativa (un po’ statica ma un bel colpo d’occhio). E potremmo continuare con gli elogi. Però, gentilissima Gessica Franco Carlevero, proprio perchè sono d’accordo con la sua recensione e proprio perchè lo spettacolo ha tutti i presupposti per appassionare, perchè alla fine la sensazione è noia, noia, noia???… Come disse non so chi…
    Grazie.
    Angela

  • gessica franco carlevero ha detto:

    Buongiorno Angela, credo che qualunque prodotto artistico, di qualunque genere, proprio in quanto opera d’arte, si presti a suscitare sentimenti differenti. Questo per dire che personalmente non ho provato noia nel vedere lo spettacolo. In un certo senso però capisco quello che vuole dire. Forse ha a che fare con la ridondanza del testo, con la continua ripetizione che giunge a diventare ossessiva. E questa, secondo me, è una delle ragioni per cui lo spettacolo risulta così vero. Perchè ricalca i meccanismi che avvengono nella realtà, specie nella realtà di quelle persone emarginate o comunque che vivono ai margini della società. Questi individui spesso tendono a ripetere le medesime frasi, a replicare le stesse battute, forse per attaccarsi a qualche certezza, forse perchè non vengono ascoltati o forse anche solo perchè non hanno altro da dire.
    Poi, fermo restando che ciascuno ha la propria sensibilità, forse la forma del monologo può aver contribuito a rendere pesante la sua ricezione dello spettacolo.
    La saluto con una frase di Marcel Proust secondo cui ” la noia è uno dei mali meno gravi che abbiamo da sopportare”.

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