Quattro proposte visionarie. Metti una sera a Kilowatt

Costanza Givone è Salomè

Costanza Givone è Salomè

Primo giorno al Kilowatt Festival. In una serata in alternanza tra l’auditorium Santa Chiara e il teatro Dante, in una Sansepolcro attraversata da vie gremite di folla, aria estiva e un festoso vociare, a testimonianza di un luogo vivo e vegeto, tra turisti sulle orme di Piero della Francesca, la cui Resurrezione esercita fascino eterno e obbliga qualsivoglia passante alla sosta, assistiamo a quattro lavori visti e scelti durante l’inverno dai Visionari, i veri protagonisti di questo finale di Kilowatt 2013.

Selezionati da questo pubblico di non addetti ai lavori sono “Salomè ha perso il lume” di Costanza Givone, “Incarnazione” di Laura Boato, “Display” della compagnia marchigiana 7-8 chili ed infine “Ricettario/Lato B” di Chiara Vallini.
È innegabilmente interessante vedere lavori scelti da un “pubblico qualsiasi” ed ancora di più lo è il confronto che avviene negli incontri successivi tra Visionari, Fiancheggiatori (ossia i critici) e compagnie. Quest’ultime in particolare hanno l’occasione di esplicare ‘coram populo’ le loro intuizioni e le loro idee e di spiegare percorsi e processi creativi. E questo pone in chi scrive interrogativi differenti rispetto a una mera visione in sala. Ma andiamo con ordine.

Costanza Givone, tra le fondatrici della compagnia fiorentina Zaches Teatro, ha intrapreso un percorso personale e risiede da alcuni anni in Portogallo. Dei tre spettacoli, il suo è quello più lungo e definito e per questo, mi preme sottolinearlo, il più “esposto” ad analisi e critiche.
La messinscena ha per protagonista la principessa giudaica responsabile per un suo capriccio della decollazione di san Giovanni Battista. Oltre agli evidenti rimandi a Oscar Wilde, a Pasolini e Caravaggio (nell’uso della luce), emerge nel lavoro una volontà di mettere in evidenza una figura adolescenziale, una Salomè filologicamente giovanissima, coi suoi capricci e le sue insicurezze, una figura femminile lontana dalla sensuale maliarda alla quale tutti d’istinto andiamo, spogliandola di tutto questo e riportandola a una dimensione più veritiera e infantile. Il lavoro è caratterizzato da un’imponente scenografia, un baldacchino carico di lampadine appese che vengono ad avere un ruolo fondamentale nell’esplicarsi della storia.

Purtroppo però il lavoro non sfrutta appieno le sue potenzialità e insiste troppo sugli elementi scenografici – uno su tutti la maschera di creta, che viene ad essere oggetto troppo utilizzato -. Tanti gesti rituali e enfatizzati che rischiano di divenire ripetitivi e creare una distanza tra la materia trattata e l’interpretazione della giovane attrice fiorentina, che in alcuni passaggi sembra mancare di verità.

Trasferiti nel bell’ambiente del teatro Dante, assistiamo all’intenso “Incarnazione”, della coreografa veneta Laura Boato. Molto interessante il quarto d’ora di visione, dove tre danzatori in scena si incrociano, mescolano i loro corpi e i loro abiti al cospetto di una carrello da supermercato illuminato sul proscenio, che accoglierà alla fine della breve messinscena il corpo della giovanissima protagonista.
È una riflessione sull’atto e sulla potenza, su quello che siamo e che avremmo potuto essere, su ciò che abbiamo abbandonato e su ciò che abbiamo intrapreso nel corso della nostra esistenza.
“Chi può dire di aver tenuto fede alla promessa che fu?” ci si interroga nel testo di presentazione. Molti gli spunti che si intravedono in nuce, quali una riflessione sulla genitorialità e sull’essere figli, sulla responsabilità e sulla conseguenza delle scelte quotidiane a cui la vita continuamente ci chiama. L’idea e il poco che vediamo fanno ben sperare. La Boato ha senza dubbio idee di forte struttura, dichiara intenzioni molto interessanti che speriamo vengano sviluppate nell’evolversi del lavoro.

Laura Boato in Incarnazione

Laura Boato in Incarnazione (photo: L. Giabardo)

Penultimo spettacolo della serata, che ha in comune col precedente la brevità, è “Display”, dei 7-8 chili, che arrivano dalla scena marchigiana. La performance, semplice nel suo dipanarsi, si dimostra divertente, ben fatta ed ironica. Si parte con “Perfect day” di Lou Reed per approdare, nel finale, a una divertente coreografia sulle note di Albano e Romina.
Primo esperimento di un progetto in sviluppo, il lavoro è frutto di una ricerca sulle possibilità di interazione tra immagine video e movimento: uno schermo al centro della scena ed un performer che “entra” ed “esce” dal video, proiettandosi in situazioni quotidiane ed in corpi di animali. Tutto giocato su un registro nell’insieme leggero e divertente – senza alcuna pretesa intellettualistica e pretenziosa – restituisce al pubblico in sala venti minuti godibili.

La serata si conclude con la perfomance di Chiara Vallini, che dal 2011 ha fondato l’associazione Neo. Perfomance per un solo spettatore, “Ricettario/Lato B” dura tre minuti. Ci sediamo e scegliamo da un menù una ricetta, che la performer “cucina” davanti ai nostri occhi, mentre indossiamo delle cuffie che raccontano frammenti di una storia d’amore. Progetto che incuriosisce molto sulla carta, curato e elegante, manca forse di uno scatto ulteriore, che doni una struttura e un’ossatura più forti. Ma decido di verificare queste impressioni con una seconda visione, di cui riferiremo nella seconda puntata di questo reportage da Kilowatt…

Salomè ha perso il lume
di e con Costanza Givone
scenografia e disegno luci Samuele Mariotti
assistente alla regia, design e video João Vladimir
durata: 45′

Incarnazione
coreografia Laura Boato
performers Sandro Bullo, Michela Dal Bo, Laura Gagliardi
musiche Telefon Tel Aviv, Monolake
disegno luci Luca Ferro
costumi Daniel Tuzzato
durata: 15′

Display
ideazione, coreografia e interpretazione Davide Calvaresi
visione Valeria Colonnella
durata: 20′

Ricettario/Lato B
di e con Chiara Vallini
musiche originali Fabio Viana
durata: 3′

Visto a Sansepolcro (AR), Kilowatt Festival, il 26 luglio 2013

 

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