Quel vecchio Amleto di Lorenzo Loris

Amleto - Lorenzo Loris

Davide Giacometti e Lorenzo Loris in Amleto (photo: Dorkin)

Se fossi pilota di Formula uno, prima o poi vorrei guidare una Ferrari.
Se fossi corpo teatrale, se fossi sul palco e ci restassi una vita, come attore o regista, prima o poi vorrei fare Amleto. E se l’avessi fatto una volta, ma con la testa di un altro, prima o poi vorrei farlo con la mia.

Deve essere successo più o meno così a Lorenzo Loris, che all’Out Off di Milano in questi giorni (fino al 10 febbraio), guida la sua nuova fuoristrada rossa, con cui sembra voler raccontare la sua vita a teatro.

Quando si accendono le luci sui bastioni del castello, nell’universo filtrato e mediato del teatro, prende vita la tragica storia del principe Amleto. Le guardie, Orazio, ecc. Ma è con la scena seconda che arriva la sorpresa: gli interpreti tutti giovani, trentenni o giù di lì, e nell’angolino, solo, fuori dai circuiti della felicità, più vecchio di tutti, parossistico nella sua chioma bianca che inizia a diradarsi, c’è proprio Loris nella parte del “giovane” principe. Questo Amleto, più vecchio di sua madre di vent’anni, subito trasla il piano di lettura e rende necessaria un’interpretazione a cui dedichiamo il nostro commento.

Loris propone una lettura dell’Amleto che abbiamo sempre condiviso, quella della figura psicologicamente compiuta nelle intenzioni ma fallimentare, e in ultima analisi suicida, nel fattuale. Cosa vuol dire dunque un regista e intellettuale al culmine della sua maturità, con quell’epifania senescente ed emarginata?

Senza dubbio deve voler rimarcare un contrasto d’età, dichiarando in parte un fallimento se non individuale quantomeno generazionale. Non pare tuttavia si possa ascrivere l’allestimento, per il resto fondamentalmente fedele al testo pur con qualche necessaria sfrondatura, ad un sentimento di pessimismo cosmico, quanto piuttosto alla volontà di lanciare, al teatro tutto, un invito a far largo ai giovani, ad aver fiducia nelle loro capacità e possibilità.
Non e’ un caso che l’unica altra figura matura dello spettacolo, il grandissimo Mario Sala, venga destinato a parti piuttosto brevi, come il fantasma paterno o il becchino, alle quali riesce a donare un’aura comunque magica, proustiana. Maturo in realtà è anche Polonio (Paolo Dallatorre), del quale però viene resa più l’immagine del padre che quella del torbido cospiratore di palazzo.

Ai giovani, dunque, gli altri ruoli principali: Alessandro Tedeschi (Claudio), Davide Giacometti (Orazio/Guildenstern), Alessandro Marmorini (Laerte/Rosencrantz), Sara Drago (Ofelia), Carla Stara (Gertrude).

Capiamo il postulato ideologico che la regia vuole proporre, e questo Amleto vecchio e goffo, che invade la sala, che entra in platea in un’idea di teatro totale, identicamente suona come dichiarazione di intenti.

Se l’operazione-spettacolo riesca completamente, è più difficile da certificare.
Amleto/Loris che ci regala la sua performance maiuscola su ritmi ambient-paradiddle (interessante il commento musicale per sola batteria e Brian Eno) è grande tutto il tempo, colora il personaggio di una potenza evocativa rara. La presenza antitetica con i giovani, dapprima spaesante, dà poi modo di apprezzare alcune interpretazioni che lasciano ben sperare sul futuro dei loro interpreti, come quella di Tedesco, della Drago e della Stara, che crescono bene con lo spettacolo. Meno convincenti Giacometti e Marmorini, che lasciano un po’ il senso di un impianto non a tenuta stagna, macchiato a volte da qualche ingenuità attorale, a volte da vera e propria acerbità rispetto al calibro del ruolo, che però spicca a fianco di prestazioni maiuscole come appunto quelle di Loris e Sala.

D’altronde il teatro ha in sé le regole di un vero mondo finto, o di un finto mondo vero, dove vale la legge selvaggia della natura, della forza della regia, quella bestiale dell’attore, che è proprio una specie animale, gemella all’uomo, ma che sta al di là dello specchio, del velo plastico, sui bastioni della fortezza di Elsinore, a dar vita e anima al dolce e al marcio che ci abita. E così il forte mangia un po’ il debole, lo sovrasta e ne fa risaltare, quando capita, l’andatura claudicante. Che nella savana, come a Elsinore, non è ammessa.

AMLETO
di William Shakespeare
traduzione di Cesare Garboli
regia: Lorenzo Loris
con: Mario Sala (Spettro/Becchino), Lorenzo Loris (Amleto), Alessandro Tedeschi (Re), Davide Giacometti (Orazio/Guildenstern), Alessandro Marmorini (Laerte/Rosencrantz), Sara Drago (Ofelia), Carla Stara (Regina) , Paolo Dallatorre (Polonio/Becchino)
scena: Daniela Gardinazzi
costumi: Nicoletta Ceccolini
consulenza musicale: Andrea Mormina
alla batteria e maestro d’armi: Alessandro Marmorini
luci: Luca Siola
produzione: Teatro Out Off
con il contributo di Regione Lombardia – progetto Next
applausi del pubblico: 3′ 01”

Visto a Milano, Teatro Out Off, il 9 gennaio 2013
Prima nazionale


 

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