Tra vita e morte, Pirandello rivisto da Egumteatro e Gogmagog

Questa sera si recita la nostra fine
Questa sera si recita la nostra fine

Questa sera si recita la nostra fine

Nella stagione Fuori Logos del Teatro Studio di Scandicci, programmazione tutta di ricerca, può sorprendere trovare a più riprese il nome di Pirandello. Ma proprio quest’autore ormai classico ha attratto sia la – di casa – compagnia Krypton (come spiega proprio Fulvio Cauteruccio in una recente videointervista a Klp), sia Egumteatro. Ed è proprio il duo Annalisa Bianco/Virginio Liberti a firmare la regia sia di “Quando si era qualcuno” con Fabio Monti/Emmeàteatro, che di “Questa sera si recita la nostra fine” in collaborazione con i Gogmagog.

Il rapporto di Egum con Gogmagog – alias Tommaso Taddei e Carlo Salvados – nasce all’interno del progetto di residenza presso il Teatro Studio, e nel 2009 ha aperto, per i registi di “Hamletmachine” e “Aspettando Godot”, la strada verso Pirandello.
“Questa sera si recita la nostra fine” riunisce i tre atti unici “Sogno (ma forse no)”, “L’uomo dal fiore in bocca” e “All’uscita” come si trattasse di un discorso continuo. Della scrittura pirandelliana, Bianco e Liberti trattengono la dimensione sospesa tra realtà e sogno, lucido delirio ed allucinazione, sgombrando la messinscena dalle ambientazioni naturalistiche prescritte dall’autore di Girgenti. La scenografia, unica per tutto lo spettacolo, svela attraverso dettagli i progressivi cambi di luogo o situazione; pochi oggetti bastano, e ciascuno funziona come indice significativo. In modo analogo la regia opera attraverso scarti e sottrazioni di verosimiglianza: sfasa la presenza del reale interlocutore nel primo atto, riducendo il dialogo tra due amanti in un flusso di coscienza della donna (la brava e incisiva Rossana Gay); strania la stessa presenza fisica dell’attore attraverso maschere di plastica che privano il volto di espressione individuale, trasformando Taddei e poi la Gay in esseri anonimi, manichini vivi e spiazzanti.
Quest’atmosfera rarefatta è permeata da una partitura di suoni off che dilatano e scandiscono il senso del tempo, fin dall’inizio dello spettacolo, che si apre con uno scalpiccìo di passi.

Seduta su un divano al centro di uno spazio delimitato da un tappeto verde, una giovane donna si scopre il volto nascosto da un velo nero e comincia a dialogare con un tu assente. Rossana Gay distingue le battute dei personaggi alternando tono e mimica: voce dolce, espressioni ora frivole ora affettate per le parole della donna; timbro cupo e dizione concitata per quelle dell’uomo. Si disegna in questo modo un dialogo interiore a metà tra la reviviscenza del ricordo e l’incalzante dibattito coi fantasmi che si insinuano in ogni storia d’amore: l’incertezza del sentimento, il sospetto dell’infedeltà, la paura della fine. La scena è resa ancora più perturbante dal rapporto dell’attrice con due presenze maschili che appaiono in momenti diversi: prima quella di Taddei, col volto coperto dalla maschera e due vasetti di fiori finti in mano. L’uomo-manichino si siede sul divano, si mette a quattro zampe, dispone i vasi sulla sua schiena e si trasforma in tavolino: la donna lo guarda, la faccia-maschera si gira verso di lei, e per un attimo si ha l’illusione che quest’uomo-oggetto sia l’interlocutore cui lei ha rubato anche le repliche. Invece il monologo-dialogo della Gay continua, ignorando la presenza del tavolo antropomorfo, fino a che Salvador, in frac con tanto di bottiglia e calice in mano, attraversa la scena a passo di danza. È lui l’amante cui finora ha dato voce l’attrice, materializzato dalla rievocazione della festa in cui i due si incontrarono. Adesso un ticchettio costante punteggia il loro scambio di battute, ma il dialogo effettivo dura poco: lui esce e la donna continua a recitare domande e risposte, fino a puntarsi una pistola alla tempia come se, a farlo, ci fosse l’uomo tradito. Nessun colpo però esploderà: al suo posto un tintinnio di tazzine sul vassoio portato dal personaggio in maschera. I due amanti si siedono a terra e, versandosi il the, cominciano a chiacchierare. Forse l’inizio della storia è questo… L’uomo mascherato emette una sonora risata e gli altri escono.

Comincia così, al rintocco di campane che suonano a morto, il soliloquio de “L’uomo dal fiore in bocca”. Un uomo senza volto (torna di nuovo la maschera) svela i suoi pensieri più intimi, il proprio modo di osservare il mondo, sapendo d’esser malato e senza possibilità di scampo. Come la maschera azzera la mimica, così i gesti essenziali e il tono discorsivo di Taddei – bella la sua voce registrata che arriva come dalla profondità del corpo – evitano ogni effetto di pathos, mentre pulita si spande la tragicità. Il volto coperto potrebbe essere quello di chiunque, di noi tutti.
Ingrandimenti di cavità orali infette, foto da diagnosi clinica compaiono in scena attaccate su valige, e intanto risuona pulsante un battito cardiaco attraverso cui sentiamo affiorare la consistenza organica, di sangue, della vita umana.

Il discorso scenico, passato dalla morte sospesa del primo atto all’attesa della morte nel secondo, volge ora verso l’epilogo, all’uscita dalla vita.
Sotto il telo del divano si scopre una panchina di legno; dietro la tenda sul fondo appare una parete di lapidi e lumini. Siamo in un cimitero, e due personaggi – l’Uomo grasso interpretato da Salvados e il Filosofo da Taddei – parlano, da morti, dell’esistenza. Il Filosofo beve, ragionando sul labile confine tra verità e apparenza, con lo sguardo allampanato e sconvolto dall’ossessione del ragionamento più che dall’alcool. L’Uomo grasso, imperterrito, fisso nei suoi propositi di vendetta, aspetta l’arrivo della moglie fedifraga. Rossana Gay – stavolta è lei ad avere il volto coperto da una maschera – scompone il corpo in movimenti lenti e asimmetrici, mentre abbattuta da colpi invisibili racconta (con voce registrata) come è stata ammazzata dall’amante.
Alla fine, sotto la luce sempre più fioca dei lumini, restano corpi di morti e frutti sparsi a terra, unici segni vivi di un’esistenza sognata o vissuta.
Ecco così emergere dai testi pirandelliani una dimensione precisa: oltre il tradimento amoroso, in sé banale, il sentimento della fine di tutte le cose, e la voluttà di trattenerle in vita.

Questa sera si recita la nostra fine
Sogno ma forse no, All’uscita, L’uomo dal fiore in bocca

tre atti unici di Luigi Pirandello
con: Rossana Gay, Carlo Salvador e Tommaso Taddei
regia: Annalisa Bianco e Virginio Liberti
scene: Loris Giancola
costumi: Rita Bucchi
suono: Otto Rankerlott
luci: Marco Falai
assistenza alla regia: Amandio Pinheiro
durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Scandicci (FI), Teatro Studio, il 30 marzo 2010

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