Qui è diverso dall’Italia. La danza contemporanea secondo Philippe Saire

Philippe Saire (photo: Mario Del Curto)
Philippe Saire (photo: Mario Del Curto)

È iniziato il 3 febbraio scorso e si protrarrà fino al 20 l’atteso festival di danza contemporanea Les printemps de Sévelin a Losanna.
Il debutto è stato felice: “Hérétiques”, della coreografa argentino-belga Ayelen Parolin, con in scena i bravissimi Marc Iglesias e Gilles Fumba, e l’intensa interpretazione musicale dal vivo di Lea Petra, che hanno sprigionato davvero una bella energia.
Con l’occasione dell’inizio del festival, nel foyer del Théâtre Sévelin 36, abbiamo incontrato il suo direttore artistico nonché coreografo e insegnante Philippe Saire per una chiacchierata sulla danza contemporanea fuori dall’Italia, con un confronto anche su un tema di necessaria attualità: il coinvolgimento del pubblico, più o meno giovane, tema di cui Klp si occupa da vicino da alcuni anni attraverso il progetto Youngest Critics for Dance.

Partiamo dal festival. Come ha concepito questa edizione?
Le compagnie invitate negli ultimi anni sono emergenti o in fase di una certa riconoscibilità. La maggior parte di loro presto sarà invitata ad esibirsi in palcoscenici più grandi e importanti.
Come ormai da alcuni anni, abbiamo proposto anche quest’anno “I quarti d’ora”, due serate in cui ospitiamo sette compagnie emergenti che possono presentare 15 minuti del proprio lavoro. Il pubblico sa che sono spettacoli non completamente finiti. Ma ci sembra importante dare a tutti questi artisti la possibilità di esprimersi sulla scena. Alcuni continueranno, per altri sarà l’occasione per capire che magari non è il loro lavoro.

Voi avete un vostro spazio, che è quello del teatro. Perché fare anche Les printemps de Sévelin, nato nel ’98 proprio per favorire le giovani creazioni in ambito coreografico?
Durante l’anno il teatro lo usiamo per le nostre creazioni e mettiamo la sala a disposizione di altre compagnie per provare. A febbraio, per il festival, apriamo il teatro ospitando compagnie di fuori. È un evento unico e per noi è più facile, in termini di comunicazione, promuoverlo.


Sebbene per un direttore gli spettacoli scelti siano tutti interessanti, quale presenza le piace sottolineare di questa edizione?
Tengo molto ai “Quarti d’ora”. Quattro anni fa l’artista svizzera Yasmine Hugonnet vi aveva partecipato con quindici minuti di lavoro. Al tempo la Hugonnet era un’artista che aveva già una certa esperienza, eppure era poco conosciuta.
Negli anni successivi l’abbiamo sostenuta e quest’anno presenta al festival un lavoro, “La ronde/Quatuor”, assieme ad altri tre danzatori, che sarà ospitato anche alla Biennale Danza di Venezia (dal 17 al 26 giugno). La sua storia mi pare davvero significativa.

Immagino lei riceva proposte anche da compagnie italiane per partecipare al festival…
Sì, ne ricevo, non tantissime però. In verità non siamo molto in contatto con l’Italia, c’è una mancanza di comunicazione. Recentemente abbiamo invitato Virgilio Sieni, ma per il resto non saprei dire quale sia la realtà italiana.

Nonostante l’Italia sia una vicina di casa…
Sì, è vero, ma in fin dei conti i nostri vicini linguistici sono la Francia e il Belgio, e collaboriamo molto con il Canada.

Cosa manca, secondo lei, alle proposte che riceve dalle compagnie italiane?
Mi sono fatto l’idea, ma certo posso sbagliarmi, che ci siano molte compagnie, tante singole realtà, e che probabilmente manchino invece dei veri e propri poli di formazione. In quanto coreografo ricevo molti curricula di danzatori italiani, la maggior parte sono degli artisti che hanno lavorato fuori e che rientrano. Molti non li prendo nemmeno in considerazione perché c’è l’idea, un po’ vecchiotta, che fatta la danza classica si possa fare anche tutto il resto…

Un pubblico giovane è il sogno di ogni direttore di teatro. In Italia si fa fatica ad avere un pubblico giovane per la danza contemporanea; lei che iniziative culturali ha messo in atto per riuscirci? Fa attenzione agli spettacoli che sceglie, per esempio in base al tema?
No, questo mai! Uno spettacolo lo scelgo perché mi è piaciuto. Credo non ci sia una ricetta precisa. Piuttosto diverse azioni insieme possono contribuire ad avere un ricambio di pubblico.
Intanto occorre dire che nella regione ci sono diverse persone che si occupano di quella che chiamiamo “mediazione”: lavorano per presentare ad inizio anno scolastico le attività culturali nelle scuole o all’università. La città di Losanna offre agli studenti diverse opportunità di formazione tra circo, teatro, danza…
Ogni anno nel nostro spazio facciamo delle proposte per le scuole: una classe viene e fa una giornata di formazione con danzatori professionisti. Gli studenti provano a danzare, spesso hanno paura del palcoscenico, però provano.

Quante classi accogliete in un anno?
Diciamo un massimo di 15. Poi li invitiamo a vedere uno spettacolo e organizziamo un dibattito alla fine. Queste attività sono tutte finanziate dalla città di Losanna, come pure la “Festa della danza”, organizzata ogni anno in quasi tutte le città della Svizzera. E’ una manifestazione che serve a dare una certa popolarità alla danza. La gente può vedere tanti spettacoli per le strade e gratuitamente. Per me è molto importante che uno spettacolo di danza sia qualcosa di democratico.

Continui a raccontarci le iniziative per avvicinare il pubblico alla danza contemporanea.
Collaboriamo con altre strutture, per esempio con l’Arsenic e il Théâtre de Vidy di Losanna. E, cosa altrettanto importante, cerchiamo di portare le nostre creazioni in diversi spazi della città per intercettare un altro tipo di pubblico.
A Sévelin abbiamo deciso un prezzo del biglietto unico di 15 franchi (12 euro circa): qui costa meno che andare al cinema! E abbiamo creato un luogo conviviale dove poter prendere un caffè prima o dopo lo spettacolo. Ritrovarsi dopo lo spettacolo mi pare molto importante, altrimenti il pubblico va via così… Inoltre, durante il festival, in apertura e in chiusura, facciamo una festa con dei dj. E i dj hanno sempre un pubblico giovane! Alcuni vengono a vedere lo spettacolo e poi restano a ballare, altri vengono solo per ballare, ma va bene così. L’importante è arrivare a coinvolgere un pubblico diverso, magari di passaggio, che poi ritornerà.
Io lavoro per far passare il messaggio che la danza contemporanea non è qualcosa di serio, di intellettuale, dove non si ride mai… Bisogna aiutare il pubblico a capire quello che ha visto o vedrà, presentando lo spettacolo od organizzando un dibattito alla fine.

Si ritiene soddisfatto?
Il nostro spazio è un po’ piccolo, ha 140 posti, però cerchiamo di farlo funzionare al meglio. Mi piacerebbe offrire delle residenze agli artisti, ma non riusciamo ad avere dei fondi. Per il resto il nostro teatro è diventato un punto di riferimento in Svizzera per la danza contemporanea e le nostre coreografie girano abbastanza.

Oltre alle iniziative del teatro ci sono politiche culturali della città molto oculate.
Sicuramente. Credo che, rispetto all’Italia, abbiamo la fortuna di avere un sostegno concreto alle nostre iniziative da parte delle autorità competenti.
Le racconto un aneddoto che a mio avviso è indicativo: in questi giorni siamo in campagna elettorale per le elezioni municipali; alla prima serata del festival, tra il pubblico c’erano ben tre candidati. Dando il benvenuto ho scherzato sul fatto che un festival di danza contemporanea oggi sia considerato un posto dove farsi vedere! Insomma, che un palcoscenico non sia vissuto come uno spazio chiuso mi è sembrata una cosa incredibile…

Qual è, secondo lei e più in generale, lo stato di salute della danza?
Mi sembra che sia il campo dove c’è più invenzione. Ma ci sono troppe compagnie. Leggevo in un articolo che in Francia il numero in media di repliche è di 2-3. Una follia! Si lavora per due-tre mesi a una performance per farla vedere al pubblico solo tre volte. E non credo che in Italia la realtà sia molto diversa…

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