Qui e ora. Lo spettacolo ‘militante’ di Mattia Torre

Aprea e Mastrandrea in Qui e Ora
Aprea e Mastrandrea in Qui e Ora

Aprea e Mastrandrea (photo: Roberto Salgo)

Non siamo lontano dal Grande Raccordo Anulare. Le aperture pianeggianti dell’agro romano si fissano, qui, in una convivenza quieta e paradossale con i caseggiati popolari. Certe strade sono già campagna, per i suoni e per l’erba ai lati. Bastano due curve per vederle ingrossarsi, alzarsi su piloni, farsi nutrimento di quella flebo cittadina a quattro corsie che condensa, nel suo raggio, i ritmi incalcolati della città.

Mattia Torre, però, con il suo nuovo lavoro “Qui e ora”, quelle due curve non le fa. Si ferma prima, per sfruttare la sospensione di un vuoto urbano che non è ancora natura, e di una natura che non è più tale perché comincia già a riempirsi dei tempi e delle categorie mentali della città.
Lì, prima delle due curve, la scenografia ci mostra una coppia di motorini conficcata nell’asfalto, una rovina fumante di lamiere, un mare di detriti attorno e, fra questi, due corpi umani, riversi e fermi. Un cellulare squilla a lungo, nel silenzio.

Valerio Mastandrea, ricominciando con fatica a muoversi, risponde; e risponde con la relativa tranquillità di un motociclista bloccato in un qualsiasi ingorgo del centro: «Ciao Gigi come stai? Ma sì, tranquillo, dieci minuti e sono lì!».

Dalla forzatura folle di una frase totalmente fuori contesto, prende avvio un dialogo a due voci che del «fuori contesto» fa il proprio perno comico e creativo: a questo, del resto, la scrittura funambolica di Torre ci ha sempre abituato, sia con la serie tv “Boris” sia con i suoi precedenti lavori per la scena (come ad esempio “4 5 6“).
Tempo teatrale e tempo reale coincidono, in un’ora e un quarto di vana attesa di soccorsi (è il 2 giugno, festa di una Repubblica senza ambulanze ma prodiga di parole di fiducia) che si trasforma nell’impossibile resa dei conti fra due cellule sociali incapaci di riconoscersi simili, e anzi impegnate oltremodo a sancire le differenze in una serie interminabile di «noi» e «voi».

Quando anche il secondo motociclista, interpretato da Valerio Aprea, apre gli occhi e comincia a bofonchiare (in un intontimento che sembra la pigrizia di una domenica mattina più che la conseguenza di un incidente grave), la parabola su cui si snoderà il dialogo si mostra subito chiara: Mastandrea, in piedi anche se claudicante, è l’atomo di successo – Aurelio Sanpieri, chef radiofonico seguito da un milione e mezzo di persone – che però ha bisogno, per illudersi di un successo più profondo, di proiettare continuamente la propria immagine sull’altro; Aprea, invece, è l’uomo medio che ha un nome (Claudio) ma potrebbe averne qualsiasi altro, bonaccione, ingenuo ma solo in superficie, rimane per gran parte della pièce disteso per terra, lasciando corrispondere alla subalternità della postura quella nel dialogo. Lo schema, dicevamo, è prevedibile: Aurelio scarica le sue frustrazioni sempre meno lucide su Claudio, sepolto da una geremiade di stereotipi o presunti insulti («fabbro cane, calzolaio maledetto, omeopata, spazzacamino!»), finché Claudio alzandosi non muta l’inerzia drammaturgica.

Si capisce, insomma, che in “Qui e ora” non troverete caustiche anatomie delle dinamiche sociopolitiche, profondità d’analisi, sceveramenti dialettici. Ma non è su questo, né sull’effettivo realismo della relazione fra i due personaggi in scena, che Torre ha puntato. Come scrive nelle note di regia, il suo è piuttosto un esorcismo: «Il teatro può e deve, militando, lanciare grida disperate, esorcizzare fatti terribili, e lanciare taciti giocosi inviti alla concordia». Un esorcismo che ha un corpo verbale: nel radunare una quantità spropositata di stereotipi linguistici, depositandoli ed elaborandoli in una scrittura sempre fantasiosa ed esplosiva, Torre mette alla berlina tutti gli schematismi e le comodità espressive attraverso cui descriviamo la nostra società.

È questo corpo linguistico ad essere parodico e a rendere «militante» la pièce: i ritmi serrati del parlato radiofonico, il gergo letterarieggiante e misticheggiante del marketing più recente, la ritualità della psicanalisi (Aurelio sarebbe forse d’accordo con Kraus, che diceva: «La psicoanalisi è quella malattia di cui essa pretende di essere la cura»), la boria mai doma del parlare in terza persona, la formularità del linguaggio burocratico. Di tutti questi automatismi linguistici si denuncia l’idiozia e, in alcuni casi, la potenziale violenza.

Come già in “4 5 6“, Torre conferma di essere fra i drammaturghi italiani più capaci di assorbire il  materiale linguistico schizofrenico della nostra società e di restituirlo, diffratto e potenziato, attraverso la scrittura teatrale. Il ritmo delle trovate è velocissimo; ne citiamo qualcuna soltanto per darne un’idea: «Tu sei la prova evidente del fallimento delle politiche d’inclusione sociale», «Non sono un cuoco, sono uno chef motivazionale», «Tu hai un pensiero a chilometro zero».

La struttura semplice dello spettacolo serve solo da stampella a questa scrittura: è in essa, se si vuole, che va cercato il lato militante di “Qui e ora”. Altrimenti, si può ridere e basta. Non è detto sia per forza un disimpegno. Grazie al lavoro fondamentale di due attori come Mastandrea (che con questo spettacolo ha vinto il premio Hystrio all’interpretazione) e Aprea, scanzonati e bravissimi nel gestire l’ironia e i tempi del dialogo, Torre rilancia – con l’apprezzamento del pubblico – l’idea semplice di un «teatro non elitario e non autocelebrativo, ma il più possibile onesto e sensato, aperto, invitante».
Fino al 2 marzo.

QUI E ORA
con: Valerio Mastandrea, Valerio Aprea
regia: Mattia Torre
scritto da Mattia Torre
scene: Beatrice Scarpato
costumi: Alessandro Lai
luci: Luca Barbati
produzione: BAM TEATRO

durata: 1 h 15′
applausi del pubblico: 5′ 10”

Visto a Roma, Teatro Ambra Jovinelli, il 20 febbraio 2014

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